Senza mai darsi pace
“Me vole vedé morte a ggende
vole ca nun respire cchiù
pecché u respire mije
daje fastidje o sole.”
È con questi versi, pubblicati nella raccolta Puozze Arrabbià (La Vallisa, 1999), che il giornalista Filippo Golia decide di presentare la figura di Assunta Finiguerra (1946-2009) all’interno del proprio saggio Senza mai darsi pace. Vita e poesia di Assunta Finiguerra (Connessioni, 2026), atto a ricostruire in maniera personale e suggestiva la biografia umana e letteraria della poetessa lucana.
I versi in questione – che si potrebbero sommariamente parafrasare così: “la gente mi vuole vedere morta perché il mio respiro dà fastidio al sole” – le sarebbero improvvisamente sopraggiunti mentre faceva le pulizie, costringendola ad abbandonare straccio e bastone per poterli segnare su un quaderno. Ma al di là del fascino aneddotico, essi racchiudono un dolore e una rabbia costanti nella vita e nei versi di Finiguerra, la cui origine comune va ricercata nel contesto familiare e provinciale della sua biografia. Ed è proprio scavando nella storia della famiglia e sforzandosi di comprendere la dimensione rurale e arcaica di San Fele, il piccolo paese della Basilicata che ha dato i natali a Finiguerra, che Golia cerca di scioglierne il nodo umano.
Significativamente il racconto inizia quando il padre della poetessa viene mandato, bambino e figlio illegittimo, nella remota San Fele affinché la sua presenza non porti disonore alla ricca famiglia paterna. Si dimostra poi essere per Assunta un padre dispotico e irascibile, che le impedisce di continuare gli studi oltre le elementari, tracciando i confini di una gabbia dentro la quale lei si sentirà per sempre rinchiusa. Una volta adulta, ecco gli eloquenti versi che gli dedica: «Maste Giuwanne fasciste sfegatate / padre padrone e figlje de puttane».
La vita di Finiguerra è raccontata facendo ricorso alle testimonianze delle persone che l’hanno conosciuta: il marito, il fratello, il cugino, la cognata, ma anche qualche abitante che Golia incontra fortuitamente passeggiando per San Fele. Il rapporto conflittuale con il contesto di origine, esito di una reciproca e profonda incomprensione, è infatti l’altra chiave necessaria per provare a indagare il vissuto e la poesia di Finiguerra:
Questo era Assunta, per tutti: la moglie di un disabile e la figlia d’u pezzente; la sarta del paese; una donna che passava troppo tempo alla guida, perché il marito invece non poteva; una che si trascinava dietro una famiglia pesante e faticosa, che a raggirarla, a darle tutta la colpa, a darle la colpa di tutto, a farla apparire stupida e goffa, ci voleva poco.
Questi sono i limiti entro i quali si muove la vita di Finiguerra quando suo cugino scopre in un cassetto delle poesie scritte sui talloncini delle calze da donna e decide di pubblicarle. La prima raccolta di poesie, Se avrò il coraggio del sole (Basiliskos, 1995), in italiano, viene pubblicata quando la poetessa ha quasi cinquant’anni.
Nello sforzo di raccontare, ma ancora prima di comprendere, Assunta Finiguerra, è continuamente evocato il romanzo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli, che assume la funzione di un’enciclopedia del mondo arcaico e contadino meridionale, in cui rintracciare le controfigure della poetessa e dei suoi compaesani. Accanto a Levi, un’altra scrittrice offre i suoi personaggi: per un processo di suggestioni – non per un legame filologico – Finiguerra diventa un’«iguanuccia» nascosta nell’ombra. Al pari di Estrellita, protagonista de L’iguana di Anna Maria Ortese, è una «creatura incerta, sospesa a metà tra l’essere una bambina, un’iguana e una giovane donna umiliata dalla propria condizione».
L’uso dell’italiano rimane confinato alle prime prove poetiche: è in dialetto, infatti, che Finiguerra compone la successiva raccolta poetica, Puozze arrabbià (1999). Il dialetto sembra sgorgarle «dalla gola come un getto d’acido proveniente dalle viscere», presentandosi come un mezzo privilegiato per sfidare il padre e per ottenere una rivincita sulla realtà di San Fele. È attraverso l’uso del vernacolo che la poetessa lucana trova la propria dimensione espressiva, affacciandosi così al panorama letterario e trovando in Roma la città in cui sviluppare la vena e la carriera poetiche.
Nella seconda parte del saggio, Golia ripercorre il percorso poetico di Finiguerra dall’arrivo nella capitale nel Capodanno del 2000 fino alla sua morte, avvenuta nel 2009. Roma, dove l’autrice viene ospitata dal critico d’arte Gaetano Pampallona, rappresenta per Finiguerra il luogo ideale in cui ricostruire la propria identità e allontanarsi dall’immagine di sarta del paese, moglie di un disabile e figlia d’u pezzente. L’autrice diventa una figura di rilievo della poesia romana, presentandosi come la poetessa zappatora, «che ha la terra per madre, i vermi per fratelli». In questo periodo, anche l’amore torna a fare capolino nella vita e, di conseguenza, nella poesia di Finiguerra. Analizzando le liriche, Golia sottolinea come l’iniziale entusiasmo per la riscoperta di questo sentimento – «Tenghe na voglje de fà l’amore» – lasci spazio a un profondo rancore nei confronti dell’amante che diventa un nemico «con cui ingaggiare un corpo a corpo mortale».
Nonostante il mistero che ancora avvolge la figura di Finiguerra, Golia cerca nei suoi componimenti degli indizi per collocare la poetessa all’interno del panorama letterario a lei contemporaneo. «Amelje e Anne, Marine e Silvje / quanne venghe preparateme nu liétte»: così Finiguerra si rivolge in una poesia a Amelia Rosselli, Anna Achmatova, Marina Cvetaeva e Sylvia Plath, sue autrici di riferimento. Tra queste si avverte però la mancanza di Isabella Morra, di cui Finiguerra, come confessato all’amica Rosangela Zoppi, si considerava la reincarnazione. Come per Levi e Ortese, Golia utilizza la figura di Morra per tracciare un parallelismo che permette di illuminare la biografia e la poetica di Finiguerra: con Morra, uccisa dai suoi fratelli a causa di una relazione con un cavaliere spagnolo, la poetessa di San Fele condivide l’esperienza di un ambiente familiare autoritario e una visione condivisa della poesia come rifugio. Se per Morra la poesia è una seconda casa «piena di finestre […] da cui poteva guardare altri futuri», per Finiguerra diventa uno spazio per «scatenarsi»: la sua voce poetica si erge così come «controcanto alla sguaiataggine» che la circonda. Alla poetessa conterranea Finiguerra dedica una poesia presente nella raccolta Solije (Zone, 2003): «anghe de neve e rrosse de sanghe / d’a notte fu arravugliuate ndó puastrane / e re ggride cu re sferre de lune / de l’amore suje scrìssero u uangéle».
«Difendi le mie poesie» sono le ultime parole che Assunta Finiguerra rivolge all’amica Rosangela. A questo stesso appello sembra aver risposto Golia, con la scrittura del saggio Senza mai darsi pace, che attraverso la ricostruzione biografica e l’analisi della poetica contribuisce a restituire visibilità a una voce rimasta per lungo ai margini del panorama letterario.
Recensione di Letizia Grosselle ed Erika Ramello
Filippo Golia, Senza mai darsi pace. Vita e poesia di Assunta Finiguerra, a cura di Elisa Zumpano, 2026, Connessioni Editore, pp. 112, ISBN: 9791282824002