“Incapace di lavorare per un intero anno, pieno d’angoscia per il futuro, dibattendomi nelle difficoltà materiali, non volevo, non potevo, rattristarvi con i miei lamenti. A che pro! Finalmente ne esco, sconvolto, a pezzi, ma con un po’ di speranza. Oso finalmente alzare gli occhi. Ed è verso di Voi che io guardo.”

Nelle ultime pagine di Heart of Darkness (Cuore di tenebra, 1899), il protagonista, Marlow, è «offeso» alla vista di gente che corre «su e giù per le strade rubandosi a vicenda pochi spiccioli, divorando cibo infame, ingollando birra scadente, sognando sogni insulsi e cretini». Marlow è tornato in Europa dopo il viaggio in Congo e sa che «quella gente» non ha idea degli orrori da lui conosciuti in Africa, ma non ha intenzione di «illuminarli»: non sarebbero in grado di capire, infatti, a causa della loro «stupidità». Questo passaggio può ricordare una lettera inviata da Joseph Conrad all’amica e scrittrice Marguerite Poradowska nel luglio del 1894. In essa, l’autore scrive: «Bisogna trascinare la palla al piede della propria natura fino alla fine. È il prezzo da pagare per il privilegio infernale e divino del Pensiero; con il risultato che in questa vita non ci sono che gli Eletti a essere dei forzati – la schiera gloriosa che è consapevole e geme ma calca la terra in mezzo a una moltitudine di fantasmi dai gesti folli, dalle smorfie idiote. Che cosa preferite: idiota o forzato?». Nel 1894, Conrad non ha ancora pubblicato la sua prima opera, Almayer’s Folly (La follia di Almayer, 1895), ma ha già compiuto la risalita del fiume Congo a bordo di un piccolo battello a vapore. Il viaggio ispirerà Heart of Darkness e lascerà, nell’esistenza di Conrad, segni profondi di cui si ha traccia sia nei racconti dello scrittore sia nelle lettere inviate a Marguerite. 

Marguerite, vedova di un lontano cugino di Conrad, ha rappresentato per l’autore un’amica e una confidente importante. Lettere a Marguerite Poradowska (2025), a cura di Giuseppe Mendicino, raccoglie oggi lo scambio epistolare tra Conrad e Marguerite, per la prima volta in italiano, nella traduzione dal francese di Anna Lina Molteni. Insieme alle tre lettere superstiti di Marguerite, nel volume ne viene inserita una inedita, scoperta da Mendicino nella Joseph Conrad Collection della Yale University. 

Le prime lettere (scritte nel 1890) presentano un tono formale – Conrad e Marguerite non sono che lontani parenti –, ma con il passare del tempo si arricchiscono di sfumature che testimoniano reciproco affetto, attestando un rapporto di profonda sintonia. «L’elica gira e mi porta verso l’ignoto», scrive Conrad nella lettera del 15 maggio 1890; «Per fortuna c’è un altro me stesso che gira per l’Europa. Che in questo momento è con Voi». Il 7 giugno dello stesso anno, Marguerite manifesta a Conrad il dolore per la perdita del marito: «Lui non è qui per dirmi che è felice – allora… mi dico… a che pro? – Mio Dio, Conrad, com’è dura la vita, e per quanto si possa fare – quel vuoto è sempre lì che ci spia […]. Immagino che passerà, come tutto passa – e poi… ritornerà…». Anche Conrad si dipinge, in alcune lettere, come in preda allo sconforto: «[…] comincio a sentirmi vecchio. Bisognerebbe sistemarsi da qualche parte se si ha l’idea di continuare a vivere. A dire il vero, non ne vedo la necessità – ma d’altro canto non sono per nulla pronto a prendere dell’arsenico o a gettarmi in mare. Dunque, è necessario che mi sistemi». Oltre ad aprire uno scorcio sulla vita interiore del giovane Conrad, le lettere espongono le riflessioni intorno ai romanzi di Marguerite e alle prime opere conradiane: «Mi sono lanciato su Pope et Popadias con impazienza e grande aspettativa», scrive Conrad il 3 febbraio 1893; «Dalle prime righe le mie aspettative si sono realizzate – poi ben presto sono andate oltre. Meravigliosa la capacità di osservazione che dà il più vivo piacere in quanto tale, per non parlare dello stile che non oso giudicare, ma mi è permesso dire che mi ha affascinato». Se Conrad commenta molto positivamente l’opera di Marguerite, non saluta con lo stesso entusiasmo l’imminente pubblicazione di Almayer’s Folly: «Per dirvi tutta la verità, non ho alcun interesse per la sorte di Almayer’s Folly […]. Del resto, in ogni caso non può che essere un episodio senza conseguenze nella mia vita». La stesura di An Outcast of the Islands (Un reietto delle isole, 1896) viene invece raccontata dall’autore con ironia: «La penna agonizza nella mano. Sei righe in sei giorni. Che ne pensate? Bello? Eh? Vi abbraccio con tutto il cuore». 

Lettere a Marguerite Poradowska rende dunque partecipi del procedimento creativo dei primi romanzi conradiani e del profondo legame che unisce l’autore e Marguerite. Leggere il libro è come percorrere una strada lungo la vita di Conrad, «uno scrittore dalla rarissima onestà intellettuale», nelle parole di Riccardo Capoferro, «che non ha mai voluto dare di sé l’immagine del genio, ma ha, di contro, messo l’accento sulla fatica e le incertezze della scrittura».

 

Recensione di Noemi Quarenghi 

Joseph Conrad, Lettere a Marguerite Poradowska, a cura di Giuseppe Mendicino, traduzione dal francese di Anna Lina Molteni, 2025, Ronzani, pp. 299, ISBN: 9791259972309