“In un angolo di quel caffè tranquillo, con accanto un vaso di fiori secchi, scrissi pagine su pagine che poi rileggevo, appallottolavo e gettavo via. Perché una lettera, una volta finita, diventa una bugia? Che cos’è? una specie di sortilegio? pensai irritata. E così alla fine scrissi una cosa semplice”

La prosa di Banana Yoshimoto, allergica alla pomposità voluminosa, ricerca la sincerità prediligendo un linguaggio ispirato al fumetto shōjo – diretto, rapido, scorrevole e ripetitivo –, mediante il quale vengono narrate storie frammentarie, quasi fotografiche, di personaggi ai margini del canone etico ed estetico giapponese. Incarnando tutto ciò, Kitchen (1988) è stato contemporaneamente il suo esordio letterario, un bestseller internazionale e l’iniziatore del genere della cozy literature. Come un miraggio (1989) si colloca all’interno di questa cosiddetta “letteratura confortevole”, che si caratterizza per l’attenzione all’emotività, alla creazione di rapporti romantici funzionali, alla costruzione di amicizie accoglienti, con trame spesso concentrate su spazi chiusi, luoghi familiari, descritti con tinte leggere, resi unici da pochi elementi bizzarri. Nel 2026, Come un miraggio arriva in Italia edito da Feltrinelli, rappresentando direttamente il lungo periodo di crisi economica e sociale, privo di possibilità di crescita e di autonomia personale, noto come il «ventennio perduto» della storia giapponese.

Il romanzo si compone, così come Kitchen, di due sezioni narrativamente autoconclusive, di dimensioni simili, che si pongono a metà tra il romanzo breve e il racconto lungo: la prima condivide il titolo con il libro, mentre la seconda si intitola Santuario. La bipartizione dell’opera invita il lettore ad adottare un approccio comparatistico, a ricercare somiglianze e differenze. Spicca, tematicamente, la centralità della solitudine, della perdita e del lutto, della disillusione nei confronti del costrutto famigliare che è all’origine dello smarrimento emotivo dei personaggi. I protagonisti di Banana Yoshimoto sentono «tutto il peso della famiglia» tradizionale, cresciuti sin da bambini con «in tasca le chiavi di casa», e tentano di realizzare alternative soft al modello da cui si è generato il loro trauma. Dunque, la lotta individuale contro il «destino», percepito dai personaggi tramite una spiritualità leggera e vaga, è il frutto del tentativo di cambiare la propria “normalità”.

La sezione Come un miraggio presuppone ed esplicita il ruolo della cultura e della lingua nell’orientamento delle vite dei singoli. La protagonista si chiama Ningyo Toriumi, che significa «Sirena Uccellomarino», nome datole dai genitori affinché «fosse amata da tutte le creature» e diventasse «una donna capace di dare la propria vita per il suo uomo», come le spiega sua madre quando lei è bambina. La ragazza, però, riconosce la drammaticità della relazione tra i suoi genitori: lui, che «sin da ragazzo aveva vissuto facendo i suoi comodi», senza assumersi alcuna responsabilità e tenendosi distante dal nucleo familiare, detiene il potere economico sulla donna, che non è ufficialmente sua moglie; lei, agli occhi della figlia, vive una «posizione» simile a «quella di una concubina», emblematicamente depressiva.

Lo scontro della protagonista con il patriarcato ha una svolta quando incontra Arashi, dopo che la madre è partita per il Nepal per inseguire l’amato. Arashi era stato accolto in casa del padre di Ningyo da bambino, in seguito all’abbandono da parte dei suoi genitori. Il legame emotivo si stabilisce attraverso un’immedesimazione specifica, una comunanza fattuale tra esperienze esistenziali, che è l’elemento portante della dinamica di supporto reciproco che si instaura tra i due. In una storia strutturata attorno al “non finito”, l’aiuto vicendevole si propone come antidoto alla disparità di genere. Basandosi su di esso, il romanticismo di Come un miraggio si carica di affetto amicale, fraterno, che viene però problematizzato dal tema-tabù dell’incesto, fondamentale, quanto la rappresentazione della violenza di genere, per discostare l’opera da narrazioni manieristicamente cozy.

Nella seconda sezione, le allusioni alla religiosità, al fantastico e al soprannaturale si fanno numerose, a partire dal titolo, Santuario, e lo segnalano le ripetizioni puntuali di parole concernenti un’«altra dimensione» irreale, come «sogno», «miraggio», «illusione». Il racconto sfrutta le immagini esotiche e orientaliste del Giappone, matrice del vacillamento nell’irreale, le quali vengono, però, messe in comunicazione con gli elementi occidentali. Il protagonista Tomoaki, infatti, affronta il lutto sviluppando un rapporto stretto con Kaoru, donna più adulta di lui e segnata da un trauma speculare, all’interno di spazi tipici della spiritualità giapponese (il mare, le feste popolari, i templi shintoisti). Kaoru, invece, appare al ragazzo «come una Madonna che si staglia nell’oscurità», e la sua vita quotidiana muove Tomoaki nella dimensione cittadina, moderna, ben rappresentata dalla passione di lei per la fotografia. I due affrontano la solitudine, la disperazione, trovando nell’espressione del sentimento l’unica utopia attuabile in una realtà priva di coordinate.

Distinguendosi per una maggior presenza di descrizioni paesaggistiche, che danno pregio e unicità all’opera, Santuario si riempie di riferimenti alle sfere semantiche della luce e dell’ombra per rappresentare l’evoluzione comune dei protagonisti, il cui più grande traguardo è il tentativo, in un’epoca in cui la giovinezza stessa è causa di subalternità, di riconquistarsi il diritto alla speranza e il desiderio di «illuminare il lontano futuro davanti a loro».


Recensione di Matteo Zamuner

Banana Yoshimoto, Come un miraggio, traduzione dal giapponese di Giorgio Amitrano, Feltrinelli, 2026, pp. 135, ISBN: 9788807036538