“Di quel momento di fusione abbiamo parlato per un attimo appena finito, ma ormai era buio, era tardissimo per tutti, dovevamo correre a casa per la cena.”

Vasco Brondi scrive senza mai perdere di vista la verità. Attraverso immagini sconnesse, fugaci, mai esposte in piena luce, affresca un mondo contemporaneo che si nutre, di soppiatto ma avidamente, della nostra interiorità: un mondo a cui opporre resistenza. Da tempo lo racconta attraverso la musica: il suo album di maggiore successo, Tra la via Emilia e la Via Lattea, uscito nel 2018 e prodotto insieme a Le luci della centrale elettrica, condensava già allora un viaggio iniziato dieci anni prima, con Canzoni da spiaggia deturpata.

Di quell’esperienza musicale colpiva, e ancora affascina, la scrittura franta ed evocativa dei brani, la cui matrice è una quotidianità fatta di amore, rivolta e precarietà economica, ecologica ed esistenziale: l’universo autoriale di Brondi ne emergeva come un sistema di simboli, in cui oggetti e sentimenti conservavano lo stesso valore emotivo, in cui parole e suoni trasmettevano una famelica tensione ontologica.

In Una cosa spirituale si ritrovano il medesimo sguardo, volto ora all’interiorità più che alla collettività, e la stessa rapidità associativa, che consente l’immediatezza della ricezione e la varietà dei riferimenti. L’autore infatti spazia agilmente dalla silenziosa “attesa del divino” di Simone Weil all’inaspettata Antonia Pozzi, «che ascolta Dio maturargli / l’orzo intorno alla casa». Una lunga lista di nomi noti (Marina Abramović, Federico Fellini, Paul Verlaine…) e di altrettanti meno conosciuti prende corpo nel corso della lettura, la quale diventerebbe interminabile se, per completezza, si volesse entrare davvero nella trama intermediale del testo. Brondi scrive, ad esempio, dell’attività di disegnatore e scultore di Jung: 

L’arte era quindi un suo modo di decodificare qualcosa, di farsi antenna per captare il proprio inconscio e quello collettivo, per rapportarsi con quelle forze misteriose, spettacolari e pericolose, per contattare il cielo. 

Gli spunti filosofici ordiscono intrecci preziosi, ma è la verità delle nevrosi irrisolte, dell’inconsolabilità, dell’esilio, per usare le parole di Nick Cave, a radicarli alla terra, ad avvicinare non una risoluzione del dramma umano, ma la possibilità di conoscerlo senza timore. Se da un lato l’approccio mistico (la natura come rifugio, lo yoga come pratica) potrebbe indurre il lettore a ritenere di trovarsi di fronte a pagine scritte da un freak un poco più erudito del previsto, e se lo stesso titolo, stampato sulla minimalista copertina bianca di Einaudi, prospetta una riflessione sull’antimaterialismo, il vero succo del libro è tuttavia il punk. 

Il punk si fa paradigma di un’arte che va «dritta al punto, al cuore, ogni momento», rispondendo ad un atavico bisogno di esplorazione di ciò che è intimo e incomprensibile, oscuro e inenarrabile. Questa tensione non è, spiega Brondi, antitetica alla verticalità della meditazione, essa origina anzi dalla stessa materia: da un lato precipitata nel caos, dall’altra sospesa in equilibrio. Tra i due ordini, uno spazio liminale diventa tangibile quando prende forma una nuova consapevolezza: che l’emancipazione non avviene liberandosi dalla propria ansia, dalla propria stranezza, ma ascoltandola, come si ascolta l’erba che cresce, il respiro che accarezza le narici, il duende che viene da lontano, creando spazio sia per il dolore che per la sua contemplazione.

Fitto di stimoli e citazioni, questo saggio è anche un compendio semi-autobiografico. Dalla prima apparizione su un palco milanese, seguita dall’entusiasmo del fonico («Il pubblico era imbarazzato!»), alla frenesia del cantautore sospinto da una leopardiana «forza della disperazione», alla pausa newyorkese, Brondi accompagna il lettore fino al ritorno sotto le rinnovate spoglie di musicista e di scrittore – lavoro avviato nel 2009 con Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, una prosa documentaristica che racconta in istantanee un’iper-urbanizzata pianura padana, e che manifesta al contempo la prolifica attitudine autoriale all’ibridazione. In questa stessa chiave vale la pena di ricordare anche la graphic novel Come le strisce che lasciano gli aerei (Coconino Press, 2012), realizzata insieme al disegnatore Andrea Bruno, e il racconto di viaggio Anime Galleggianti (La nave di Teseo, 2016), scritto assieme a Massimo Zamboni (chitarrista dei CCCP), e corredato del paratesto fotografico di Piergiorgio Casotti.

La contaminazione di differenti esperienze artistiche e sensoriali è forse un espediente di Brondi per non arrogarsi il pieno controllo di un genere, quello letterario, entro il quale l’autore sente di non potersi muovere con la stessa spontaneità che ha sul palco. Animato da un simile desiderio di eludere la propria autocoscienza, in Una cosa spirituale lo scrittore si lascia guidare dal lancio delle monete dell’I Ching, per «accedere all’imprevisto», quasi alla ricerca di un ritmo biografico e retrospettivo indipendente dalla propria volontà, che travalichi l’io e si limiti a raccontare gli eventi.

Nell’urgenza di significato oltre l’alienazione, di elevazione al di sopra dell’ipertrofia e dell’iperattività, Vasco Brondi fa proprio uno stile snello, naturale e distaccato e tratta un tema difficile, misterico. È così che si cala comodamente nelle contraddizioni della nostra epoca, per farsi leggere quasi senza sforzo, seminando dove potrebbe non attecchire, osservando il fuoco amico che brucia indisturbato dentro ognuno.

 

Recensione di Rachele Gerardi 

Vasco Brondi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, 2026, Einaudi, pp. 160, ISBN: 9788806272715