“La donna ritratta nelle foto che spero di trovare in questi fascicoli è la stessa persona che ho conosciuto e amato? […] D’un tratto mi sento come paralizzata, minacciata non soltanto dai fatti che potrei scoprire ma dalle implicazioni che potrebbero avere per me. Ho sempre dato per scontato che ci fosse una continuità tra le nostre vite, il mio presente determinato dal suo passato. Ora non ne sono più tanto sicura. Mi chiedo se sarà mai possibile riconciliarmi con una nonna in bilico tra due mondi”.

La seconda opera di Lea Ypi, docente e filosofa di origini albanesi, si apre con il casuale ritrovamento sui social di una fotografia in bianco e nero che immortala i nonni paterni durante il loro viaggio di nozze a Cortina d’Ampezzo nel 1941. La fotografia in questo caso si fa ars inveniendi, arte della scoperta e di invenzione. A partire da questa traccia memoriale, l’autrice decide infatti di ricostruire la grande epopea familiare concentrandosi sulla figura della nonna, Leman Leskoviku, cresciuta nella Salonicco a cavallo tra i fasti dell’impero ottomano e le rovine della sua decadenza ed emigrata poi in Albania in età adulta. Nella penisola balcanica conoscerà suo marito, Asllan Ypi, figlio del primo ministro albanese e amico di studi di Enver Hoxha, il futuro dittatore dell’Albania comunista. Il meccanismo che Ypi adotta per la diegesi è la messa in comunicazione tra micro e macro-storia: solo tramite il racconto delle vite dei singoli individui è possibile comprendere fino in fondo i grandi eventi storici, le loro cause e le loro conseguenze anche a livello sociale e non solo geopolitico. 

Per Lea Ypi la scrittura ha lo scopo di «tornare alla fonte», di trovare la verità sulla vita della nonna. Ciò significa cercare documenti d’archivio che combacino con i propri ricordi, che colmino i vuoti lasciati dalla storia familiare o che contraddicano radicalmente il suo immaginario su questa figura la cui esistenza ha impattato la grande Storia del Novecento. L’autrice lavora accostando i dati dei fascicoli che rinviene nel presente della narrazione con l’evocazione memoriale della storia familiare; di conseguenza, la prima persona singolare del presente autobiografico è intervallata dalla terza persona singolare a cui si affida il passato storico. 

La strategia che Lea Ypi applica per costruire questo secondo romanzo, che può essere considerato il prequel della sua opera d’esordio autobiografica Libera: Diventare grandi alla fine della storia (Feltrinelli, 2022), emerge con maggior chiarezza dal sottotitolo della versione originale in inglese, ovvero Indignity: A Life Reimagined. Pur esponendo in ogni capitolo materiale documentario ricavato da dodici archivi provenienti da cinque paesi diversi, la scrittrice si serve soprattutto della finzione per ricostruire le vicende familiari dei decenni che precedono la sua nascita: infatti, il libro è spesso ritmato da dialoghi tra i personaggi che l’autrice inventa a partire dalle conversazioni avute da bambina con la nonna. Un altro elemento finzionale riguarda la descrizione degli stati d’animo e delle riflessioni che cadenzano gli episodi vissuti, come accade nel racconto del suicidio dell’amata zia Selma, compiuto per sottrarsi a un matrimonio combinato con un cinico uomo d’affari tedesco:

Poi Selma si zittì, […]. Si girò verso Leman. “Immagina di trovarti in una stanza piena di fumo”, disse. “Ti manca l’aria, e cominci a soffocare. Te ne andresti o aspetteresti che arrivi qualcuno a tirarti fuori?” “In che senso?” […] Leman restò un momento a rifletterci. “Non ho capito”, ripeté. […] A Leman non dissero mai che sua zia si era tolta la vita; sarebbero passati molti anni prima che ci arrivasse da sola. Era stata una di quelle rivelazioni in cui la verità emerge poco alla volta, come una crepa che si allunga su uno specchio. […] Quando una stanza è piena di fumo e tu cominci a soffocare, dovresti restare o andartene? Leman avrebbe continuato a ripeterselo ossessivamente, nel corso degli anni.

A differenza della filosofia che per l’autrice deve tendere a una conclusione, la letteratura permette di abitare l’ambiguità, illuminando voci e contesti plurivoci. La finzione è il dispositivo che consente a Ypi di condurre un altro intento: non solo svincolare la nonna dalle oggettive descrizioni dei fascicoli della sua sorveglianza, ma anche riflettere sul senso di tale sorveglianza. Dopo che il nonno Asllan Ypi viene incarcerato nel 1946 con l’accusa di sedizione e di propaganda, la nonna viene messa sotto sorveglianza perché sospettata dal regime socialista dell’Albania di essere una spia greca; lei nei fascicoli appare come «l’oggetto» minaccioso, un oggetto che mette in scacco gli informatori che la controllano perché in un certo senso era lei a controllare loro: loro esistevano perché lei esisteva in una sorta di dialettica servo-padrone. 

La nonna è la figura che permette alla nipote la riflessione sulla dignità, cosa sia e cosa significhi preservarla anche in un contesto di stretta sorveglianza che cerca in tutti i modi di negarla. A tratti il libro adotta infatti le caratteristiche del romanzo filosofico:

“C’è qualcosa dello spirito umano, diceva la nonna, che resiste a ogni tentativo di oltraggio, ingiuria o umiliazione – qualcosa che manca agli animali, perché non sono in grado di pensieri salvo quelli relativi alla loro esistenza immediata. Quel qualcosa si chiama dignità.”

Per l’autrice la dignità non è un attributo fisso, ma una proprietà della persona umana, capace di volontà morale tramite le scelte che si compiono anche nelle situazioni più difficili. Kant sosteneva che gli esseri razionali hanno dignità proprio perché sono in grado di trattarsi reciprocamente non solo come mezzi, ma anche come fini in sé. Tale concetto è strettamente intrecciato con quello di sorveglianza, che per Ypi è primariamente un’offesa alla dignità: essa implica l’oggettivazione dell’essere umano che, ridotto a un semplice mezzo, risorsa o insieme di dati, non viene riconosciuto come soggetto dotato di pensiero autonomo che sa agire moralmente ed è in grado di autodeterminarsi. 

Come il negativo di una fotografia, il romanzo di Ypi cattura un profondo interrogativo sulla contemporaneità, caratterizzata da una sorveglianza priva di coercizione diretta e da progetti di nazionalisti che promuovono la separazione tra i popoli. Come si può parlare oggi di dignità in un contesto segnato da un sistema economico che legittima sempre di più i genocidi, le guerre e la stigmatizzazione delle minoranze? L’ultima opera di Ypi, servendosi e interrogando il personaggio della nonna, cerca di delineare la questione delle minoranze e getta luce sulle dinamiche storiche per smascherare le minacce e le menzogne del presente. 

 

Recensione di Cosima Corrizzato

Lea Ypi, Dignità, traduzione dall’inglese di Elena Cantoni, 2026, Feltrinelli, pp. 368, ISBN: 9788807037238