Tra La nausea di Sartre e Ovosodo di Virzì

È il 1938 quando, nella fittizia città di Bouville, Francia, Antoine Roquentin annota nelle sue pagine di diario il drammatico affiorare di una condizione perturbante che, trascinandolo nei meandri metafisici dell’esistenza, impone il confronto con il disvelarsi di una realtà priva di significato. Così, attraverso il suo alter ego romanzesco, Jean-Paul Sartre battezza con il nome di “nausea” il disagio esistenziale della contingenza, tratteggiando quella che, di lì a poco, sarebbe diventata la patologia emblematica dell’epoca contemporanea e del tipo umano che la abita. Non c’è dunque da stupirsi se, a circa cinquant’anni di distanza, la medesima sensazione vertiginosa resisterà al cambiamento dei confini geografico-temporali per riproporsi in chiave moderna negli scritti privati di Piero Mansani, adolescente italiano della periferia di Livorno e protagonista della pellicola Ovosodo (1997), scritta e diretta da Paolo Virzì.

Vincitrice del Leone d’Argento alla 54a edizione del Festival di Venezia e sesta creazione del regista, l’opera è narrata in prima persona attraverso un voice-over che alterna amare considerazioni retrospettive a febbrili citazioni tratte dai diari di gioventù. La voce di Piero, con la sua inconfondibile inflessione toscana, è dunque il suono extradiegetico che consente allo spettatore di cogliere i punti salienti di un’esistenza tragicomica, trascorsa tra i banchi di scuola e i vicoli del rione livornese da cui si origina il titolo del film, nonché il soprannome del suo protagonista.

Esaminando questo introspettivo flusso di coscienza e le scene di vita quotidiana che esso scandisce, risulta dunque possibile individuare un filo conduttore tra il concetto ontologico di nausea sartriana e quel «magone» virzianano che, sebbene trasposto, migrato e sprovvisto della sua componente filosofica più immediata, non manca di testimoniare l’afflizione principale dell’essere umano contemporaneo.

Di fatto, una prima vicinanza è individuabile nella definizione che entrambi gli antieroi, l’uno cinematografico e l’altro letterario, forniscono per esprimere la propria condizione. Nella sequenza finale di Ovosodo, Piero – vittima di un gioco sociale in cui l’amicizia si riduce a mera utopia – raggiunge la massa di operai per varcare il cancello della fabbrica in cui lavora; una lenta carrellata verticale si eleva al di sopra dei personaggi segnando un epilogo dolceamaro, in cui la realizzazione della vita adulta appare pur sempre inquinata dal riverbero del fumo delle ciminiere. In effetti, nonostante Piero sia riuscito ad emanciparsi dal disfunzionale nucleo familiare d’origine, trasferendosi al di fuori del rione e costruendo una vita stabile, il cruccio di un’angoscia persistente non sembra abbandonarlo: «Forse ero felice, a parte quella specie di ovosodo dentro che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico». Ebbene, il malessere silenzioso descritto in questa metafora cibaria deriva dall’irremovibile accidentalità dell’esistere, la cui consapevolezza traccia un confine che, se oltrepassato, non ammette alcun oblio ristoratore.

Da questo punto di vista, le parole del personaggio di Virzì fanno eco più che mai a quelle del giovane Roquentin che, nel tentativo di mettere a fuoco una sensazione analoga, scrive: «È sorta in me come una malattia […]. Una volta installata non s’è più mossa, è rimasta cheta». Sullo sfondo di una narrazione non meno grottesca ma dai toni decisamente più cupi rispetto all’opera virziniana, anche il protagonista de La nausea tratteggia una condizione di non ritorno che, una volta compresa la vacuità dell’essere, ossia il fatto che la realtà di tutte le cose manca di sensatezza – privo di senso è infatti lo stesso volto di Roquentin, la sua mano flaccida e pesante, il ciottolo melmoso che egli vorrebbe far rimbalzare tra le onde del mare –, grava sul petto come un macigno. Per questo Sartre descrive la libertà nei termini di una malattia piuttosto che di una cura: «Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare… Ecco la Nausea».

Che si tratti di conati emetici o di un uovo sodo ingurgitato «col guscio e tutto», il fardello di un reale assurdo trova la sua espressione attuale nell’analogia metaforica di un nodo alla gola permanente. In tal senso, l’immagine corporea di un residuo alimentare che il nostro organismo tenta invano di espellere riflette il bisogno istantaneo, e psicologicamente più radicato, di respingere una verità sconcertante con cui si è però costretti a fare i conti.

A partire da questa comune asfissia, si diramano caratteristiche altrettanto convergenti, comparabili a dei veri e propri modi d’essere tipici del “nauseato”. Dapprima, è possibile rifarsi alla solitudine, concepita sia come presupposto per l’installarsi della nausea stessa sia come sua ineluttabile conseguenza. In effetti, per Antoine Roquentin l’isolamento non è soltanto uno stato di esclusione esteriore che, ripercuotendosi interiormente, dà luogo ad un dialogo coscienziale capace di cogliere dettagli altrimenti destinati a sfaldarsi nella volgarità della chiacchiera. Esso assume, altresì, la forma di un’alienazione dolorosamente volontaria in cui l’uomo sartriano si rifugia, consapevole di non poter suscitare nei propri simili nient’altro che incomprensione.

Sono solo in mezzo a queste voci gioiose e ragionevoli. Tutti questi tipi passano il loro tempo a spiegarsi, a riconoscere felicitandosene che sono della stessa opinione. Quanta importanza attribuiscono, mio Dio, a pensare tutti quanti le stesse cose.

Seppur in maniera decisamente più pragmatica, questo scarto impermeabile tra il proprio io e l’altro da sé, nel suo statuto semi-volontario, si ripresenta anche nel giovane Ovosodo. Fratello di Ivano, gigante buono afflitto da disabilità, e figliastro di Mara, amante del padre condannato al carcere per spaccio, Piero vive una condizione familiare di estraneità, in cui nessuno lo considera. Nondimeno, all’infuori delle mura domestiche, anche le poche relazioni – la complicità con la maestra d’italiano Giovanna, convinta del talento dell’allievo, e l’amicizia con Tommaso, indomabile compagno di scorribande – che sembrano strapparlo all’inadeguatezza di una vita ai margini  finiscono per rivelare la propria natura chimerica, precipitando l’una nello squilibrio mentale e l’altra nell’inganno di un cameratismo sociale inconsistente. Similmente al francese Roquentin, anche Piero si ritrova quindi dinanzi all’epifania di un’esistenza insapore. Abbandonando il desiderio tipicamente adolescenziale di amalgamarsi ai propri simili, egli decide di adottare la distaccata prospettiva dell’ironia, lente privilegiata per osservare se stesso e gli altri: «Se fossi stato pratico del giochino preferito della professoressa Maresca, quello delle parentele ragguardevoli, avrei capito subito chi era Tommaso».

Dalla solitudine derivano poi due connotati strettamente interconnessi, comuni sia al comico poeta di Ovosodo sia al disilluso narratore de La nausea. Entrambi sembrano infatti precipitare in una condizione di stasi che, seppur difficile da abbandonare in virtù della sua natura consolatoria, non manca di rivelare una possibilità di superamento. Così, se il dottorando in storia Antoine Roquentin cerca di rifuggire la nausea dedicandosi agli studi sul Marchese di Rollebon, ovvero utilizzando il passato come diversivo ad un presente stomachevole; allo stesso modo, proprio l’ironia con cui Piero disseziona la realtà costituisce un’arguta distrazione dalla sua stessa acquiescenza, un modo per deviare il pensiero dalla sua preoccupazione principale:

Dentro di me qualcosa non voleva pensare a qualcosa, così mi sentivo come per aria e mi fischiavano le orecchie: era la mia mente, che faceva casino per non pensare a quello che stava pensando.

Un’accettazione passiva, quella di Piero, evidenziata anche dai molteplici primi piani, in cui la ridotta profondità di campo consente la messa a fuoco di uno sguardo avvilito che buca l’obiettivo. Tuttavia, proprio un tale sguardo pare suggerire una condizione altra rispetto a quella del semplice studentello disincantato, condizione che cela al suo interno un’opportunità di riscatto attiva. Che cos’è infatti quest’uovo sodo incommestibile, indigeribile, fermo a metà stomaco, se non la metafora dell’inquietudine tipica dell’artista? E, analogamente, che cosa simboleggiano quella sensazione di inappetenza e quel voltastomaco di cui scrive Roquentin se non un tipo di malinconia capace di estrinsecarsi solo nel genio artistico? Non è un caso che la stessa opera sartriana portasse originariamente il titolo di Melancholia, omaggio all’incisione di Dürer raffigurante lo struggimento esistenziale proprio del creativo, costantemente in bilico tra l’idealismo spirituale e la triste consapevolezza della sua inadempienza terrena. Peraltro, di un tale sentimento parla perfino Piero:

Dice che la malinconia non è altro che una forte presenza nel cervello di un neurotrasmettitore che si chiama serotonina. E succede che si ciondola come foglie morte, e un po’ ci si affeziona a questo strazio, e non si vorrebbe guarire più.

Al di là delle differenze geo-storiche e filosofiche del caso, il parallelismo tra Antoine e Piero poggia non soltanto sul medesimo sentimento di malessere di cui entrambi i personaggi si fanno portavoce, ma anche sulla comune inclinazione a riconoscere nell’arte – e, più precisamente, nella scrittura – l’unico modo per smarcarsi da un tale supplizio. Nelle pagine che segnano la conclusione del suo convulso monologo interiore, Antoine individua nella stesura di un romanzo una possibilità di cura alla nausea, un modo attraverso cui guardare alla propria vita «senza ripugnanza». Similmente, le scene conclusive di Ovosodo mostrano un Piero che trova nell’atto di raccontare storie una modalità per perpetuare quel talento nella scrittura che lo aveva contraddistinto sin da bambino, e ciò si verifica in un duplice senso. Sul piano della focalizzazione interna, egli diviene una sorta di cantastorie moderno che, tra un turno e l’altro, allevia la fatica del lavoro in fabbrica raccontando ai colleghi novelle che intrecciano episodi di vita a vicende fiabesche. A livello meta-narrativo, inoltre, Piero si eleva a narratore onnisciente di quella medesima autobiografia che si dà allo spettatore sotto forma di pellicola.

Da questo punto di vista, per i protagonisti de La nausea e di Ovosodo l’arte del racconto rappresenta non soltanto il mezzo attraverso cui veicolare la propria agonia esistenziale e, dunque, attraverso cui esorcizzare la nausea stessa, ma anche l’unica chance per smarcarsi da questa inerzia emotiva e incontrare la redenzione.

In ultima analisi, il personaggio delineato dalla penna di Sartre e quello fotografato dalla cinepresa di Virzì si configurano come le due facce di una stessa medaglia, l’una pioniera dell’altra. Antoine Roquentin e la città di Bouville non sono altro che l’apripista di una decadenza destinata ad attraversare il mondo moderno e attuale, l’origine sofisticata e tediante di una vacuità interiore di cui la Livorno di Piero Mansani rappresenta una continuazione amaramente avanguardistica ma, rispetto alla quale, uno spiraglio di riscatto è forse possibile.

 

A cura di Francesca Novelli