“Era giorno, eppure le piante tendevano al cielo i loro rami ormai spogli, come se cercassero a tentoni la luce dal fondo dell’oscurità.”
Ogni romanzo tenta di dare una forma a ciò che non può averne una. In Ai margini del bosco (Atmosphere, 2026) di Ono Masatsugu non c’è parola che non si avvicini all’indicibile, che non ambisca a sfiorarlo, sforzandosi di non sopprimerlo e, contemporaneamente, tentando di non farsi disintegrare da esso. È piuttosto la struttura della narrazione a flettersi, spezzarsi ed espandersi: la storia non segue una trama lineare di grande impatto, né seduce il lettore con un intreccio imprevedibile, ma fa oscillare l’opera tra il romanzo e la raccolta di racconti per rappresentare una quotidianità indomabile.
I due protagonisti, un padre solitario e un bambino chiassoso, vivono in una casa ai margini di un bosco, dove attendono che la madre, trasferitasi dai propri genitori per partorire la secondogenita, ritorni. A causa di questa distanza e dei suoi effetti destabilizzanti prendono avvio continue trasformazioni nel rapporto tra genitore e figlio, entrambi costretti, in maniere differenti, a confrontarsi con le proprie ferite, con i propri bisogni, con i propri silenzi e, dunque, con ciò che rappresenta la donna per loro. Al centro di Ai margini del bosco si trovano il vuoto della lontananza, la distanza dal passato, l’impasse dell’incomprensione:
Da quando viviamo soli, io e lui, parlava sempre meno. Spesso, per comunicare, si affidava ai gesti e alle espressioni del viso. Mi sembrava che stesse regredendo a uno stadio più infantile. Forse desiderava tornare a un tempo e a uno spazio in cui la felicità non aveva bisogno di essere spiegata o compresa, ma soltanto vissuta.
Dall’assenza misteriosa della donna hanno origine gli eventi improbabili che si manifestano alla coscienza dell’uomo adulto, interrogando la sua identità e le sue convinzioni sull’amore. Ne è un esempio, nei primi capitoli, «la vecchia» smarrita nel bosco: il figlio, che la incontra per caso, la conduce a casa sua con il desiderio di adottarla come sua «nonna». Eppure, quando lei scompare all’improvviso, il bambino si dimostra pronto a negarne l’esistenza stessa, sgretolando così tutte le certezze del padre sui legami familiari e sulla propria capacità di sapere cosa sia accaduto.
Per Ono Masatsugu, niente esiste in uno stato definito e stabile, e la vita non ha altra strada che proliferare e protendersi verso l’impossibile, mescolarsi con la morte; ma la voce narrante, ossia il padre del bambino, è irrimediabilmente razionale e cerca di ordinare tanto il mondo esteriore quanto il mondo interiore. È emblematico che sia affezionato a L’origine delle specie di Charles Darwin e alle Confessioni di Sant’Agostino. Senza offrire alternative semplici, Ono condanna l’uomo allo scacco totale: prigioniero di una ragione egocentrica, protettiva ma evitante, non riesce a consolare il figlio mentre questi, disperato, compone il numero della madre proprio sul cellulare di lei. Inoltre, affidandosi alla sua memoria bugiarda e rassicurante, il padre è incapace di comprendere l’angoscia del bambino, tormentato dall’inspiegabile ricordo di un evento sanguinoso cui ha assistito quando era ancora nel grembo materno.
Ambientando il romanzo in un’area priva di coordinate geografiche univoche, evitando di dare nomi ai suoi protagonisti, lo stesso Ono impone al lettore uno sradicamento che può non essere gradito. Se si tenta di imbrigliare eccessivamente il flusso narrativo con la logica, si perde la carica perturbante, eppure delicata e filosofica, del testo. Si perde, quindi, la peculiare bellezza di Ai margini del bosco.
Si tratta di una bellezza indubitabilmente difficile da comprendere, perché frutto di una sperimentazione radicale. Non è un caso che Ono sia tra i pochi scrittori ad aver vinto sia il Premio Akutagawa (2015), solitamente a favore della classicità giapponese, sia il Premio Mishima (2002), noto per valorizzare innovazione e modernità. Ono, che per lunghi anni ha vissuto e studiato in Francia, si ispira in particolare a Poe e a Kafka, specie per la cura dei dettagli e per l’ambientazione, costruendo una narrazione centripeta quanto il cinema di Lynch e il romanzo giapponese tradizionale (monogatari), tutt’altro che accomodanti. Ono tenta di unire, nello spazio vago che è la letteratura, culture diverse e distanti, tempi disallineati, dogmi e credenze lontani, chiamando in causa ogni forma d’arte per analizzare i disagi dell’uomo solo, del padre inefficace, dell’individuo che non sa e che non può sapere.
Le stesse tematiche di Ai margini del bosco, che trascinano il lettore nell’irreale e nell’orrore, sono legate a fasi di transizione come la malattia, la gravidanza, la morte, l’infanzia; molte di esse derivano dal concetto shintoista di impurità, legandolo indissolubilmente al trauma, al ritorno di ciò che è stato represso, di ciò che non c’è più. Così Ono suggerisce che, come avviene nei riti dello shintō, per superare le ferite inguaribili bisogna trovare linguaggi alternativi alla parola. Di quel che si è perso per sempre, infatti, la parola svela soltanto scorci, allude appena all’intero, lasciandoci a convivere con l’inaccettabile.
Recensione di Matteo Zamuner
Masatsugu Ono, Ai margini del bosco, traduzione dal giapponese di Giuseppe Giordano, 2026, Atmosphere, pp. 227, ISBN: 9788865644850
