
Quattro volte me
“Ma bisogna fare qualcosa. Arrivare al punto in cui non solo penso e sento come le altre, ma agisco anche come loro – sarebbe terrificante, pericoloso. Se falliscono gli specchi, le vetrine e le sfere di cristallo, le boccette d’inchiostro levigate e i tavoli lustri, forse aiuterà la parola, la parola scritta. Com’è che si dice: e la parola si fece carne…..Ogni matita con cui scrivo dev’essere un’arma. Un’arma contro Grete, contro Ulla, contro Anette, e anche soprattutto contro l’Estranea. E a scrivere qui sono io. Proprio così, io! Io soltanto!”. Quattro volte me (Viermal ICH) è il primo libro di Maria Lazar pubblicato in Italia da Adelphi, dopo una prima apparizione in lingua originale nel 2022 alla Biblioteca dell’Esilio Austriaco, sede che raccoglie le opere di scrittori costretti all’oblio dall’austrofascismo e dal nazionalsocialismo. Maria Lazar, di origini ebraiche, abbandonò l’Austria per trovare rifugio prima in Danimarca e poi in Svezia, dove morì suicida nel 1948. Intellettuale d’avanguardia, frequentò il circolo della Schwarzwald-Schule, che sosteneva l’educazione e l’indipendenza intellettuale femminile. Il romanzo in questione ha come tema portante la stessa frammentazione dell’io che si evince dal titolo e dall’immagine di copertina: un dipinto di Edvard Munch raffigurante quattro figure femminili al centro di un ponte sospeso, in un paesaggio di linee fluide e instabili. Delle quattro donne, solo la sagoma in primo piano dà il volto a chi la osserva, ma i tratti somatici sono completamente assenti. Ecco che il dipinto funge da soglia per attraversare il testo. La narrazione procede sotto forma di un’ossessiva confessione da parte di un’anonima voce narrante, appartenente alla protagonista, intenta a tenere traccia scritta della propria esistenza, che non si riduce mai a univoca rappresentazione di sé, ma appare sempre sfrangiata nella descrizione di altre tre donne: l’irreprensibile e candida Grete, la saggia Ulla e la vivace Anette, prima compagne d’infanzia e poi giovani donne con cui condividere esperienze di vita nei rispettivi ambiti lavorativi e familiari. A rendere ancora più perturbante l’atmosfera del romanzo, collocato in un imprecisato paese di lingua tedesca all’inizio del Novecento, vi è la presenza dell’Estranea, una quarta figura che non sembra un soggetto in carne ed ossa, ma una presenza metafisica o un’istanza dell’io narrante, verosimilmente il suo represso che affiora per ammonire la protagonista: Non devo alzare gli occhi da quello che scrivo. Perché nella finestra accanto a me si specchia la lampada della scrivania e lì col capo chino siede – l’Estranea! Continuiamo a scrivere, continuiamo! Scriviamo quel che è stato! L’opera è un racconto di formazione che transita dall’infanzia all’età adulta delle quattro donne, ma, a dispetto delle rispettate scansioni temporali, la narrazione è sostanzialmente allucinata: molti episodi raccontati dalla protagonista saltano infatti dal resoconto personale a quello delle sensazioni che la sovrastano all’improvviso, innescando un cortocircuito logico tipicamente modernista: Racconto soltanto la mia infanzia, la mia giovinezza, con i suoi dolori, le sue lotte, i suoi sbagli, e quando sarà tutto scritto qui, e poniamo addirittura che lo stampi nero su bianco, letteralmente nero su bianco, allora non è vero, non ci sarà più dubbio che quelli siano stati davvero i miei dolori, le mie lotte e i miei sbagli. Perché io, non è vero, ho anch’io diritto alla vita, la mia vita, anche se mi scivola tra le dita come acqua. Io amo il mare. I moti interiori dell’io narrante sono i veri protagonisti del racconto; infatti, la scrittura si fa talvolta impulsiva e sgrammaticata, infarcita di troppe vocali o punti esclamativi o di sospensione in eccesso. È un’opera costruita sul non detto e sulle libere associazioni: episodi ed esperienze sensoriali si fanno un tutt’uno per cercare di trasmettere il punto di vista della protagonista, cioè una prospettiva chiusa in sé stessa, che torna iterativamente sugli stessi ricordi: «Dove………..dove sono? Dov’ero questo pomeriggio? Che cosa ho fatto? Calma! Calma adesso! Si deve poter spiegare tutto con la ragione e la logica!». Inoltre, la scrittura si fa portatrice di un presagio nefasto che abita la voce narrante, un’infamia di cui la protagonista si è macchiata involontariamente e che la compromette a discapito del milieu sociale che frequenta sin da ragazzina: «La prima volta accadde che avevo dodici anni». La miseria dell’epoca, il dominio maschile delle relazioni affettive e il costante confronto con le altre donne la costringono a convivere con un lacerante senso di colpa sotterraneo, che si estende per tutta la lettura. «La mia vita non è mai trascorsa al riparo, sicura, tra persone fidate» ammette la narratrice, né durante la sua infanzia quando lo zio Max e la domestica Horky avevano una forte influenza su di lei, né tantomeno da adulta quando le ossessioni, le trasgressioni e i deliri amorosi si fanno sempre più frequenti e insopportabili. Sono i drammi della propria condizione femminile ad esacerbare il senso di angoscia e fastidio vissuto, che si smorzerà in un senso di ottusa accettazione lontano dal pentimento: «Ma la vita è piccola e cos’altro si può fare se non essere buoni gli uni con gli altri? […] E io non sono Anette. Non mi sento in colpa». Recensione di Cosima Corrizzato Maria Lazar, Quattro volte me, traduzione dal tedesco di Laura Ragone, 2026, Adelphi, pp. 186, ISBN: 9788845940941
