Irene Dionisio è artista e filmmaker. La sua ricerca artistica è rivolta all’indagine del mondo contemporaneo, nei suoi aspetti sociali, culturali e politici, esplorati attraverso diversi mezzi espressivi come documentari, lungometraggi, video-istallazioni e serigrafie. Tra le sue opere, ricordiamo i documentari La fabbrica è piena (2011) e Sponde. Nel sicuro sole del Nord (2015), e il lungometraggio Le ultime cose (2016), vincitore del Nastro d’argento 2017 SIAE per i nuovi sceneggiatori. Al momento è impegnata nel progetto itinerante Davvero verranno i giorni, in collaborazione con la Fondazione Gariwo e l’Associazione Genesi.

Intervista a Irene Dionisio

Regista, sceneggiatrice, soggettista: ormai sei un’artista contemporanea affermata, ma come sei arrivata al mondo del filmmaking e dell’arte? Quale percorso creativo hai seguito?

Il mio percorso verso il cinema e l’arte è stato un viaggio graduale ma appassionante. Fin da giovane, ho sempre avuto una forte attrazione per le forme espressive visive e narrative, ma è stato durante i miei studi universitari in filosofia ed estetica che ho davvero scoperto la potenza del linguaggio cinematografico come strumento per esplorare e raccontare la realtà sociale.

Il mio background accademico mi ha fornito una solida base teorica e metodologica per l’osservazione e l’analisi dei fenomeni culturali, che ho poi ampliato studiando con il documentarista Daniele Segre e con le curatrici d’arte pubblica appartenenti al collettivo a.titolo. Parallelamente, ho coltivato la mia passione per l’arte e per il cinema, sperimentando con diversi formati e tecniche narrative. Il passaggio al filmmaking è avvenuto quasi naturalmente, come evoluzione del mio interesse per il documentario e la narrazione visiva. Ho iniziato con documentari indipendenti, esplorando tematiche sociali e identitarie che mi stavano particolarmente a cuore. Il mio percorso creativo si è dunque sviluppato cercando sempre di coniugare la ricerca formale con un forte impegno civile e sociale. Nei miei lavori, infatti, cerco di dare voce a storie marginali, esplorare le contraddizioni della società contemporanea e stimolare una riflessione critica nello spettatore. L’esperienza sul campo, i festival, gli incontri con altri artisti e professionisti del settore hanno contribuito enormemente alla mia crescita artistica. Ogni progetto è stato un’opportunità per sperimentare, imparare e affinare il mio sguardo autoriale.

In sintesi, direi che il mio percorso è stato guidato da una profonda curiosità intellettuale, dalla volontà di raccontare storie significative e dal desiderio di utilizzare l’arte e il cinema come strumento di indagine e trasformazione sociale.

Hai sempre integrato un impegno sociale nel tuo lavoro artistico? Hai qualche progetto che ti sta particolarmente a cuore – per il contenuto che ti ha permesso di diffondere o per l’efficacia espressiva del risultato finale?

Sì, l’impegno sociale è sempre stato un elemento fondamentale e imprescindibile del mio lavoro artistico. Fin dai miei primi progetti, ho sentito la necessità di utilizzare il cinema non solo come forma di espressione personale, ma anche come strumento per dar voce a realtà spesso ignorate o marginalizzate dalla società mainstream.

Tra i progetti a cui sono particolarmente legata, vorrei citare il mio lungometraggio d’esordio Le ultime cose (2017). Il film esplora il mondo del Monte di Pietà di Torino, raccontando le storie intrecciate di persone che vivono ai margini della società, tra difficoltà economiche e speranze di riscatto. Questo progetto mi ha permesso di indagare in profondità temi come la povertà, la dignità umana e le contraddizioni del sistema economico contemporaneo.

Un altro progetto che mi sta molto a cuore è il documentario Sponde. Nel sicuro sole del nord (2015), che racconta la storia di un’amicizia a distanza tra un postino tunisino e un becchino italiano, sullo sfondo della tragica realtà dei migranti che perdono la vita nel Mediterraneo. Questo lavoro mi ha dato l’opportunità di affrontare il tema delle migrazioni da una prospettiva intima e umana, lontana dalla retorica mediatica.

In generale, ogni mio progetto nasce da un profondo coinvolgimento personale nelle tematiche trattate e dalla volontà di creare un ponte di comprensione ed empatia tra lo spettatore e alcune realtà spesso poco conosciute o comprese. L’impegno sociale nel mio lavoro non è mai un’aggiunta, ma è parte integrante del processo creativo e della mia visione artistica.

Il lavoro che ti tiene impegnata in questo momento s’intitola Davvero verranno i giorni ed è un’opera d’arte contemporanea itinerante e collettiva, che coinvolge diversi Giardini dei Giusti in tutta Italia. In che cosa consiste questo progetto, e quale obiettivo l’ha ispirato?

Quelli che si svolgono in varie parti d’Italia – nei Giardini dei Giusti – sono dei workshop volti a creare ciascuno un pezzo di una bandiera bianca: la dimensione collettiva dell’opera, che verrà assemblata in una cerimonia a fine anno, è appunto l’unione di questi elementi provenienti da esperienze diverse.

L’idea del progetto Davvero verranno i giorni deriva dal desiderio di esplorare e preservare la memoria dei Giusti, persone coraggiose che si sono opposte ai totalitarismi e hanno difeso la dignità umana in momenti storici cruciali. Collaborando con Gariwo – la foresta dei Giusti, ho voluto creare un’installazione che desse voce a queste storie spesso dimenticate. Il progetto affronta temi come la memoria storica, il coraggio morale, la resistenza all’oppressione e la trasmissione intergenerazionale di questi valori. L’opera esplora il legame tra passato e presente, stimolando una riflessione sulla responsabilità civile e sul ruolo che ognuno di noi può avere nel contrastare l’ingiustizia. L’obiettivo, infatti, è quello di creare un’esperienza immersiva, che non solo commemori queste figure eroiche, ma che ispiri anche lo spettatore a riflettere sul proprio ruolo nella società contemporanea.

 Perché hai scelto i Giardini dei Giusti come luogo per la tua opera? Che significato assume l’impegno sociale in questo particolare contesto?

Ho scelto i Giardini dei Giusti come location per Davvero verranno i giorni perché questi luoghi incarnano perfettamente l’intersezione tra memoria storica, impegno civile e riflessione contemporanea che il mio lavoro cerca di esplorare. Questi giardini non sono semplici monumenti statici, ma spazi vivi di commemorazione ed educazione, dove le storie dei Giusti continuano a risuonare e a fornire ispirazione. L’impegno sociale, in questo caso, ha più che mai un significato tanto profondo quanto urgente: non si tratta solo di ricordare il passato, ma di attivare una consapevolezza critica nel presente. Attraverso la mia opera, ho voluto amplificare il messaggio di questi luoghi, creando un ponte emozionale tra le azioni coraggiose del passato e le sfide etiche del nostro tempo. 

Una delle ultime tappe del tuo progetto sarà quella di Lampedusa: quale Giusto verrà celebrato in quell’occasione?

A Lampedusa, il Giusto che sarà celebrato è Gino Bartali, il leggendario ciclista italiano che durante la Seconda Guerra Mondiale mise a rischio la propria vita per salvare centinaia di ebrei dalla persecuzione nazifascista. Bartali utilizzò la sua fama di atleta e le sue lunghe sessioni di allenamento come copertura per trasportare documenti falsi nascosti nel telaio della sua bicicletta, contribuendo a una rete clandestina che aiutò molti perseguitati a fuggire. La giornata di commemorazione a Lampedusa sarà un’occasione per ricordare non solo le gesta eroiche di Bartali, ma anche per riflettere sul significato contemporaneo del suo coraggio, specialmente in un luogo simbolo come Lampedusa, che oggi si trova al centro della crisi migratoria nel Mediterraneo. Attraverso le attività previste, che condurranno allo studio di una delle sezioni della bandiera, cercheremo di creare un ponte tra la storia di Bartali e le sfide attuali, ispirando una riflessione sull’importanza dell’azione individuale di fronte all’ingiustizia e sulla solidarietà verso chi è in pericolo di vita e fugge da persecuzioni o guerre.

Come inquadri oggi Lampedusa, un’isola diventata simbolo tanto di speranza quanto di sofferenza, nel contesto delle sfide migratorie attuali?

Lampedusa, in questi anni, rappresenta un simbolo davvero potente delle complesse sfide migratorie che stiamo affrontando. L’isola incarna una dualità straordinaria: è contemporaneamente un faro di speranza per chi cerca una vita migliore e un luogo di acuta sofferenza umana. Nel contesto del mio progetto Davvero verranno i giorni, vedo Lampedusa come un ponte cruciale tra il passato che celebriamo nei Giardini dei Giusti e le urgenti questioni etiche del presente. L’isola mi suscita una profonda riflessione sulla natura dell’umanità di fronte alle crisi: da un lato, siamo testimoni di gesti di straordinaria solidarietà, mentre, dall’altro, assistiamo a politiche spesso totalmente inadeguate e a tragiche perdite di vite umane. Lampedusa ci pone di fronte a domande fondamentali sulla nostra responsabilità collettiva e sul significato di essere “giusti” nella contemporaneità. Come artista, sento il dovere di utilizzare il mio lavoro per amplificare queste riflessioni, cercando di creare connessioni emotive tra le storie eroiche del passato e le sfide attuali, nella speranza di stimolare un impegno attivo per un mondo più giusto e solidale.

Da cosa deriva questo titolo – Davvero verranno i giorni – così evocativo ed efficace. In che modo veicola lo scopo del progetto e la sua personale visione dei giorni che verranno?

Il titolo è stato ispirato dalla poesia di Lea Goldberg Davvero verranno ancora giorni – tratta dalla raccolta Lampo all’alba (Baraq baBoqer, 1955; ed. Giuntina, 2022) –, componimento che esprime una speranza visionaria in un futuro in cui l’umanità possa ritrovare giorni di grazia e perdono. Questa stessa speranza è al centro del mio progetto Davvero verranno i giorni.

Attraverso il mio lavoro, anch’io mi auspico che possano veramente venire giorni in cui i valori di solidarietà, coraggio morale e rispetto per la dignità umana diventino centrali nelle nostre società. Giorni in cui la memoria di coloro che si sono opposti all’oppressione, come i Giusti che ho voluto celebrare, possa ispirare un rinnovato impegno civico per affrontare le ingiustizie contemporanee. Ma ancor più, spero che possano venire giorni in cui la compassione e l’empatia guidino le nostre azioni collettive, specialmente di fronte a crisi umanitarie come quella che Lampedusa sta affrontando. Giorni in cui la nostra comune umanità prevalga sulle divisioni e in cui possiamo costruire ponti di solidarietà oltre i confini.

Il titolo del mio progetto, preso in prestito dalla poesia di Goldberg, esprime proprio questa visione di speranza e rinascita. Attraverso il mio lavoro, vorrei incoraggiare gli spettatori a considerare come, anche nelle nostre vite quotidiane, possiamo contribuire a realizzare questa promessa di “giorni di grazia” – giorni in cui il coraggio, la compassione e la giustizia sociale diventino la norma, piuttosto che l’eccezione.

Così come Lea Goldberg, anch’io mi auguro che possano veramente venire giorni in cui l’umanità possa riconciliarsi con sé stessa, ritrovando la capacità di perdonare e di costruire un futuro migliore sulle lezioni del passato.

Progetti per il futuro?

Sto lavorando su tre fronti: sto finendo la scrittura di un libro, preparando una nuova opera sulla connessione tra natura e spiritualità destinata ad un’importante collezione pubblica, e preparando il mio prossimo lungometraggio.


Intervista a cura di Chiara Prosdocimo