“Mi ero appoggiato alla spalliera del letto con il diario in mano e avevo scritto quanto vissuto: il quaderno sfregava sopra le punzecchiature unte di pomata, era quasi mezzanotte, sentivo che mi stavo addormentando con la penna in mano, stanco ma colmo di quella specie di conoscenza animale inevitabile, proveniente dai millenni.”
Giorgio Falco torna così in libreria, con il suo nuovo romanzo Di ora in ora (Einaudi, 2026), riconfermando il proprio sodalizio con la casa editrice di Torino. L’autore, originario dell’hinterland milanese, esordì nel 2004 con Pausa caffè, per poi consolidarsi nel mondo letterario attraverso L’ubicazione del bene (2009) e La gemella H (2014), grazie al quale vinse numerosi premi (SuperMondello, Volponi, Selezione Campiello…).
Per molti versi, questo nuovo libro fa il paio con una delle opere più note dello scrittore, Ipotesi di una sconfitta (2017), un memoir nel quale l’autore rievocava i propri passi nel mondo del lavoro, fino all’approdo alla scrittura, e il proprio consolidarsi come artista. Di ora in ora offre al lettore un percorso autobiografico speculare, in cui la dimensione lavorativa non viene soffocata, ma si fa comunque più selettiva e centellinata, prediligendo il racconto di quei lavori che l’autore-protagonista ha svolto in vista di uno scopo più ampio, tenendo fede alle finalità dell’arte: così è per il tentativo di diventare fotografo, o per l’impiego (predominante nell’opera) presso un’azienda di disinfestazione, scelto accuratamente per poter dare vita a un progetto performativo sulla scia delle One year performances di Tehching Hsieh. Quello su cui Falco offre un nuovo sguardo è quindi un complesso itinerario estetico, la costruzione del sé come artista.
A livello stilistico, sulla pagina convivono lunghi periodi e spazi bianchi tra i paragrafi, combinati in una struttura che restituisce sì una forte compattezza alle singole scene, ma che agisce al contempo nella discontinuità, dando vita a numerosi silenzi narrativi. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad una serie di istantanee che si susseguono, quasi diapositive, ordinate seguendo un filo preciso. L’intreccio con la fotografia diviene ancora più esplicito nella Nota dell’autore, in cui leggiamo:
Nonostante il libro dovesse contenere ventiquattro fotografie di Sabrina Ragucci (ventiquattro, come le ore di una giornata), abbiamo deciso di non inserire alcuna immagine, se non quella in copertina. La presenza delle immagini ci è parsa ridondante; in molti punti la chiusura di un brano necessitava di un vuoto, di un raccoglimento in quel vuoto […]. Quindi, questo libro è anche un fototesto fantasma.
Un ulteriore aspetto da sottolineare è la tematica animale, la cui presenza è costante, quasi ossessiva.
Gli animali svolgono al più il ruolo delle vittime della violenza umana: i topi e le blatte uccisi dall’autore durante l’impiego presso la ditta di disinfestazione; gli uccelli investiti dalle auto; il cavallo del nonno dell’autore che, dopo aver vegliato tutto il giorno sul cadavere del padrone «annegato in dieci centimetri d’acqua», viene spedito al macello senza troppe remore. Nondimeno, talvolta riescono a dotarsi di una propria agency, al punto da svolgere un ruolo cardine nelle scelte del protagonista. Il libro, dunque, oltre ad essere memoir e fototesto fantasma, può essere interpretato anche come un bestiario trasformativo, dove il susseguirsi degli animali e dei loro corpi non è mai fine a sé stesso, bensì parte strutturante della narrazione e della forma complessiva dell’opera.
Con Di ora in ora, Falco riesce a costruire un autoritratto – o un autoscatto, volendo restare nell’ambito della fotografia – sfaccettato e complesso, dove temporalità diverse si innestano l’una nell’altra, movimentando lo scorrere lineare delle vicende. Ne risulta un’immagine che ben riflette la foto di copertina: immagine che se ne sta lì, cristallizzata mentre sembra muoversi, a un tempo leggibile e sfuocata.
Recensione di Elia Carollo
Giorgio Falco, Di ora in ora, Einaudi, 2026, pp. 192, ISBN: 9788806263072
