«Mi domando se non sia per questo che tutt’oggi non ha praticamente concezione di cosa sia una conversazione diretta. Mi parla direttamente ora, ma di sicuro non lo faceva le prime volte che ci siamo visti».

Ho risposto che le conversazioni dirette non facevano parte della mia esperienza.

La comunicazione indiretta e obliqua sarà pur stato, forse, un difetto di Joan Didion come persona, ma è sicuramente uno dei pregi maggiori che vanta la sua scrittura. Infatti, nelle sue molte opere di non-fiction colpisce il costante ricorso che lei fa a elementi terzi per esporre una riflessione: in questo modo qualsiasi pensiero presentato dall’autrice è ridirezionato verso la sua fonte primaria – una poesia, un saggio, un documento, un articolo di giornale – quasi scaturisse direttamente dalla parola scritta di qualcun altro e dipendesse, quindi, da essa. Un simile approccio associativo e rifrangente è da ricondursi, prima ancora che alla messa in forma letteraria, al tentativo di Didion di leggere il mondo in maniera reticolare: ciò risulta evidente – seppur in maniera depotenziata rispetto al resto della sua produzione – in Diario per John.

Lo statuto di quest’ultimo testo è infatti sostanzialmente diverso da quanto l’autrice ha pubblicato in vita: nota soprattutto per i suoi memoir, quali Blue Nights (Il Saggiatore, 2021) e L’anno del pensiero magico (Il Saggiatore, 2021) – e quindi conosciuta attraverso scritti che si propongono di essere autobiografici – Didion è inevitabilmente ricorsa, nella sua produzione, ad una manipolazione, seppur minima, dei dati del reale (quantomeno per ciò che riguarda l’assemblaggio del materiale narrativo e quindi l’intreccio), aspetto che viene totalmente meno in Diario per John, trattandosi di un taccuino personale. Quest’ultimo, non concepito per essere pubblicato, racchiude infatti le annotazioni – presentate in forma discorsiva – delle sedute avvenute tra Didion e lo psicologo Roger MacKinnon.

Inizialmente, la finalità di questi incontri, che si sono svolti tra la fine del 1999 e l’inizio del 2002, era quella di riequilibrare l’ambiguo rapporto che l’autrice aveva con la figlia Quintana, la quale a quell’altezza soffriva, tra le altre cose, di alcolismo recidivante; tuttavia, con il progredire della terapia appare necessario scavare anche nel passato della stessa Didion. Il lettore viene così a contatto con un amplissimo ventaglio di sentimenti e percezioni che l’autrice o le persone a lei vicine sperimentavano personalmente, ma attraverso le sue parole e quelle, riportate, di MacKinnon si ha accesso alla verbalizzazione di una gamma universale di meccanismi, tra cui senso di colpa, bisogno di compiacere e depressione. Diario per John è quindi una lettura capace di indurre a catena un qualche tipo di autoanalisi, ma non va inteso – complici le intenzioni della scrittrice – come un prontuario psicologico.

Le trascrizioni nascono infatti, verosimilmente, da un bisogno archivistico-documentaristico proprio di Didion – come si è detto è dalla parola scritta che, per lei, scaturisce il ragionamento – ma anche dall’esigenza di condividere con l’inseparabile marito John quanto affrontato in terapia, tanto da essere lui la persona a cui lo scritto è indirizzato. Una simile lettura può quindi far sorgere una domanda: esiste letteratura senza che vi sia un’intenzionalità alla base? È possibile cioè leggere appunti e riflessioni – e quindi documenti – come se questi avessero un valore letterario? Se, come ritiene, tra gli altri, Gérard Genette, un oggetto diventa estetico nel momento in cui viene percepito come tale da un soggetto – e quindi è il lettore a distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è –, allora bisogna credere di sì, ancor più in questo caso dal momento che la lucidità di sguardo di Didion e il suo stile cristallino emergono a più riprese nel testo.

Tuttavia, a monte, dato l’orizzonte estremamente privato del taccuino, è inevitabile interrogarsi su un’altra questione: la liceità di una simile operazione editoriale, e quindi della sua pubblicazione postuma. Questa infatti, da un lato, sembra inserirsi in un orizzonte consapevolmente delineato da Didion – per cui letteratura e vita sono da ritenersi inscindibili –, mentre, al contempo, strizza l’occhio a quei lettori che desiderano conoscere gli anfratti più reconditi della quotidianità e della personalità non solo degli scrittori di cui leggono, ma anche di figure di loro indiretta conoscenza: così Quintana, la protagonista di Blue Nights, e John – l’onnipresente fantasma attorno al quale ruota L’anno del pensiero magico, una macro-riflessione sul lutto e sulla perdita – vengono percepiti, in Diario per John, prima ancora che come personaggi, come persone.

Per concludere, la lettura del libro può essere condotta su un duplice binario: a ragionamenti di stampo più teorico, si possono, infatti, accompagnare riflessioni di carattere psicologico e, in senso più ampio, emotivo, due poli che insieme restituiscono pienamente la misura della scrittura per Didion, la quale è concepita, qui come altrove, come atto al contempo riflessivo e comunicativo.


Recensione di Serena Scolari 


Joan Didion, Diario per John, 2025, traduzione dall’inglese di Sara Reggiani, Il Saggiatore, pp. 248, ISBN 9788842835950