“Wojnicz lo aveva già notato: qualsiasi discussione, che si trattasse della democrazia, della quinta dimensione, del ruolo della religione, del socialismo, dell’Europa o dell’arte moderna, alla fine andava a parare sulle donne.”

Grande affresco della società occidentale ai prodromi della Prima guerra mondiale, La montagna incantata di Thomas Mann è un romanzo in cui trova spazio un amplissimo ventaglio umano e in cui vengono toccate le tematiche più attuali di inizio Novecento: tuttavia, come sembra notare Olga Tokarczuk, la componente femminile è pressochè inesistente. È infatti da una simile constatazione che prende avvio il progetto di Empusium. Una storia di natura e orrore (Bompiani, 2025), l’ultimo romanzo della scrittrice polacca, insignita nel 2018 del Man Booker Prize e del Nobel per la Letteratura: il testo risulta infatti dall’innesto, su ordito di evidente ispirazione manniana, di un tessuto in cui si intrecciano una componente femminista e una orrorifico-mostruosa, entrambe condensate nel rimando titolare alle “empuse”, creature soprannaturali della mitologia greca.

Le coordinate del capolavoro tedesco vengono in linea generale mantenute: un giovane protagonista si reca in uno sperduto sanatorio di montagna e fa conoscenza delle persone piuttosto eccentriche che abitano quel mondo magicamente altro e rarefatto. Tokarczuk riveste però quest’ossatura con elementi della propria poetica, quali l’interesse per dei multietnici micromondi di confine – soprattutto tra Germania, Repubblica Ceca e Polonia –, la tensione descrittiva nei confronti della natura, e uno slancio verso una dimensione che va oltre quella angustamente terrena, sia essa religiosa in senso stretto o più largamente spirituale: tutti aspetti riscontrabili nei suoi romanzi più noti, tra cui si ricordano Guida il tuo carro sulle ossa dei morti (Nottetempo, 2012), Nella quiete del tempo (Nottetempo, 2013) e Casa di giorno, casa di notte (Bompiani, 2021). 

La maggiore distanza da La montagna incantata è però ottenuta a partire dalle considerazioni spiccatamente misogine che infarciscono le molte conversazioni erudite puntellanti – proprio come nel modello – la narrazione. Ad un primo sguardo, queste potrebbero peccare di programmaticità eccessiva – e sembrare di conseguenza caricaturali – ma, come si legge nella nota dell’autrice posta a conclusione dell’opera, sono il risultato di un attento lavoro intertestuale. Tokarczuk parafrasa infatti vari intellettuali che si sono succeduti nei secoli, lasciando intendere che i grandi nomi della tradizione occidentale – da Platone a Freud, da Catone a Milton –, ricordati spesso per le loro opere di filosofia, psicologia, politica e letteratura, non si sono sottratti dal disquisire sui limiti intellettivi e sulla natura maligna delle donne. Ciò può essere percepito da un lato come un appello a leggere criticamente ciò che le auctoritates ci hanno lasciato e di cui, più o meno direttamente, diversi si fanno portavoce (è questo il caso, tra gli altri, dei pretenziosi Longin Lukas e August August, rispettivamente insegnante e scrittore, che citano i giganti del passato per giustificare il loro pensiero), ma, dall’altro, anche come una testimonianza in senso lato del radicamento spazio-temporale dell’antifemminismo.

Alla pars destruens, ossia alla messa nero su bianco del pregiudizio di inferiorità e dello stigma associato all’alterità femminile, segue però, nella seconda parte del romanzo, una riuscitissima pars construens: le donne, da oggetto discorsivo, diventano soggetto attivo, portatrici di un’agency resa possibile dalla piega sovrannaturale che prende la narrazione. Una tensione crescente, che culmina nel finale – il quale si presta ad essere letto in termini di ritorno orlandiano del represso sociale -, attraversa infatti le pagine di Empusium: un simile effetto è ottenuto sia da un punto di vista diegetico, dal momento che alcuni personaggi percepiscono via via che qualcosa non va nel villaggio slesiano di Görberdsorf, sia a livello di focalizzazione. Qui e là il lettore rimane infatti destabilizzato – per non dire straniato – da repentini cambi di narratore che suggeriscono l’esistenza di un’entità collettiva ed esterna alla vicenda che “vigila” sui personaggi e, soprattutto, sul protagonista. 

No, non crediamo che la sua sia un’ossessione, al massimo un’innocente ipersensibilità. Le persone dovrebbero abituarsi al fatto di essere osservate.

Wojnicz teme infatti di essere sotto osservazione per via di alcune esperienze traumatiche vissute in passato, ma, come ci insegna Tokarczuk, tutto dipende da chi ci guarda: se da un lato è necessario affrancarsi dal giudizio esterno per essere veramente liberi, in altri casi la sorveglianza può essere l’unica via d’uscita possibile dall’impunità sociale. 

Con una prosa dominata dall’uso dell’imperfetto, tempo della continuità nel passato e della memoria, Empusium è un’opera ricca di descrizioni e analessi che catapulta il lettore in una dimensione trapassata, ma non per questo astorica. Molte sono infatti le incursioni storico-documentarie, presenti sotto forma di riferimenti testuali e paratestuali, quali mappe e immagini di archivio, che arricchiscono il florido apparato finzionale. Il risultato è un romanzo ambientato nel passato, ma narrato con una sensibilità pienamente contemporanea, che dialoga con i modelli della tradizione per interpretarli e riattivarli, quando non addirittura per metterli in scacco.

Recensione di Serena Scolari 

Olga Tokarczuk, Empusium. Una storia di natura e orrore, traduzione dal polacco di Silvano De Fanti, 2025, Bompiani, pp. 336, ISBN: 9788830119086.