“L’uscita di cui dice il nostro titolo sarebbe […] non solo quella dal Novecento, ma, più generalmente, da ciò che una volta si chiamava Umanesimo, senza sapere ancora se ciò che viene dopo sarà “umano” (e quindi dicibile, alla portata del linguaggio), o invece dall’umano incommensurabilmente distante.”

Tutto ciò che è in Exit poetry (La nave di Teseo, 2026) evoca un altrove. Quest’affermazione fa eco a un verso del Mahābhārata indiano che recita: «tutto ciò che è qui è anche altrove», qualificando così il testo come un’opera-mondo, in cui la conoscenza universale – in forma di fiabe, epos, dialoghi e dissertazioni sapienziali – assume l’ordine in un immenso kósmos metrico. Anche Exit poetry guarda alla vastità del mondo, ma al contrario del Mahābhārata non tenta di accentrarla in sé: piuttosto, ne rappresenta la caoticità come semplice «sineddoche».

Gli stessi venticinque autori presentati «avrebbero potuto essere molti di più», e anzi la raccolta «è dedicata a coloro che non ci sono, ma che si sarebbero sentiti a proprio agio a esserci». Non può perciò definirsi un’antologia, e del resto il suo fine non è la sistemazione, ma l’esplorazione delle frontiere della poesia, del margine tra ciò che essa è e ciò che non è, o non è ancora, o sta diventando. È, semmai, un UPO, Unidentified Poetic Object, come ama chiamarlo il suo curatore Lello Voce, figura cardine del Poetry Slam e della spoken word italiani, che per questa indagine sulla poesia-a-venire trova ottimi compagni in Aldo Nove, poeta e intellettuale fuori dagli schemi, e Gilda Policastro, critica letteraria, oltre che autrice, fra i cui interessi spicca il rapporto tra scrittura, avanguardia e mondo del digitale.

L’esito della loro collaborazione è un Triperuno, «un disaccordo moltiplicato per tre», incontro/scontro di una triade fondamentale di macrotemi della contemporaneità: Verità, Mutazione, Trauma. Ogni curatore si è occupato di uno di essi, dedicandovi la propria selezione di testi – nessuno dei quali però è solo poetico, almeno nell’accezione tradizionale. A richiedere ciò è il nostro tempo, nel quale «è il linguaggio a uscire da noi», per dirla con Voce: non è cioè prodotto dall’individuo in completa autonomia, ma subisce l’effetto uniformante dei trend che pervadono i social, se non è addirittura sostituito dal prodotto di una IA.

Di fronte al Trauma di una Verità e di una parola scisse dal corporeo e dall’umano «la poesia dovrà più che mai essere […] ambigua e assurda», così da cogliere «l’inafferrabile e il mutevole che ci circonda» e «scongiurare l’atrofia dello spirito», come scriveva già nel 1961 Nanni Balestrini in Linguaggio e opposizione. In altre parole, la poesia deve sperimentare una Mutazione, ossia una trasformazione che – è ancora Voce a scrivere – «insiste sempre su una medesima identità, rendendola cangiante».

Per questo i testi di Exit poetry sono fisicamente lì, sulla carta, ma sono anche altrove, su Internet, come video di performances dal vivo, raggiungibili tramite appositi QR-code. Prima che scrittura, essi sono il rap di Alberto Dubito e le recitazioni on stage di Nicolas Cunial – tutte impegnate a dar voce ai disagi del contemporaneo. La parola si intreccia alla musica, al teatro e all’arte figurativa, come per Caterina “Vipera” Dufì, o si vive dall’interno di installazioni, quale quella che Gaia Ginevra Giorgi ha intitolato No archive will restore us, trasformato da oggetto letterario e “musealizzato” in memoria animata e interrogante. La stessa costituzione metrico-linguistica della poesia abbandona le convenzioni del verso per diventare, con Fabio Poggi, collage di spezzoni di frasi e vicende, oppure, grazie a Marko Miladinović, di parole e grafici, o ancora di varie lingue, come in risolza di Sergio Garau. Può anche assumere la forma della “prosa in prosa” di Marco Giovenale, tutta sperimentale, anti-lirica e non assertiva, o all’opposto quella del poema ANSA, che Riccardo Iachini e Toi Giordani diffondono solo in forma orale, ispirata all’antico poetare dei bardi e degli aedi.

Da un lato, dunque, ci sono l’avanguardia, l’insegnamento di grandi autori novecenteschi come Elio Pagliarani o lo stesso Balestrini, e l’ultima tecnologia; dall’altro rivive qualcosa di ancestrale, di quelle primeve forme di arte totale cui paiono alludere il mélpein omerico, unione di canto e danza a scopo celebrativo, e le tradizioni teatrali greca e indiana, nate forse da “sacre rappresentazioni” in cui gesti, musica e agoni improvvisati concorrevano a festeggiare i cicli solari e stagionali. In Exit poetry si agita così ogni epoca, in un rimbalzo continuo da forma a forma che, appunto, è la Mutazione della poesia, arte totale dalle espressioni cangianti ma che resta l’unica reine Sprache teorizzata da Benjamin.

In continuo scarto da sé stessa, la poesia acquista «un che di dirompente, di sconquassante», non limitandosi a denunciare le storture del presente, ma neppure pretendendo di poterle correggere da sé: «io non ho mai detto che scrivo per cambiare il mondo / ma per piangere nel fondo / di questa miseria», scrive Davide Nota. Piuttosto, il presente viene inseguito, avvicinato, se possibile fatto uscire addirittura da sé stesso, cioè reso esperienza totale, di ogni luogo e tempo insieme.

È allora che si può andare in cerca di una primitiva «Dea micellare», o di una «epoca prima del nome proprio», di cui parlano rispettivamente Serena Cerè e Giorgiomaria Cornelio. Si può però anche scoprire, con Florinda Fusco, «che ogni oggetto emana luce» tanto quanto ognuno di noi, e sentire con Laura Giuliberti che «una neve d’inchiostro / si stacca dai muri e atterra su alveoli e narici», consegnandoci la voce dei luoghi. Persino un gasometro – ci insegna Sara Ventroni, vera pioniera della poesia performativa – può scoprirsi anch’esso “sineddoche” del mondo.

L’uscita di cui sono capaci questi testi non è, insomma, un’evasione dal mondo, ma un «varco nella Matrice» attraverso cui riappropriarci della realtà nella sua interezza. «C’è bisogno di una lingua in esilio / per dire ad alta voce il nome dell’assenza», scrive magistralmente Antonio di Giacomo, ed esilio è la parola chiave per esprimere l’esclusione da un mondo al quale si vuole disperatamente tornare. Questa poesia allora esce da sé per rientrarvi, e la sua lingua ha la stessa forza serena di chi, come Andrea Zanzotto nei suoi Conglomerati, sa di poter trovare anche «nelle immondizie / […] tracce del sublime / buone per tutte le rime».

 

Recensione di Gabriele Galbusera

Aldo Nove, Gilda Policastro, Lello Voce (a cura di), Exit Poetry. Poesia futura, 2026, La nave di Teseo, pp. 422, ISBN: 9788834623589