“Si domandava che senso aveva tutto quanto, ossia, a cosa serviva questa storia di avere una vita. Era una cosa che prima o poi avrebbe capito? Qualcosa che era destinata a vedere, o che doveva fare? Non si aspettava una scoperta straordinaria. Ma se in quella coreografia durata quasi sessant’anni di un ballo che continuava a svolgersi davanti ai suoi occhi non c’era stato finora nessun segnale, nulla, che le dicesse «è per questo che sei qui», «questo è quello che c’è da capire», allora, stava andando nella direzione giusta?”
Con Il buon male (Einaudi, 2026), Samanta Schweblin si conferma una delle voci più incisive del panorama letterario contemporaneo, consolidando, con questa raccolta di racconti – vincitrice del Premio Aena per il miglior libro in spagnolo del 2025 –, una cifra stilistica ormai pienamente riconoscibile. La scrittrice argentina esordì nel 2002 con la raccolta La pesante valigia di Benavides (Fazi, 2010), alla quale seguirono le raccolte Pájaros en la boca (2009, la maggior parte dei cui racconti sono confluiti in Uccelli vivi, edito da SUR nel 2023) e Sette case vuote (SUR, 2021). Schweblin – anche autrice di romanzi – si distinse fin da subito per una solida padronanza della forma breve, in cui la sua abilità narrativa trova piena espressione. In questo senso, i sei racconti presenti ne Il buon male rappresentano un esempio compiuto e maturo del suo stile.
In ciascun testo, una voce narrante interna introduce il lettore in medias res nella vita dei personaggi. Se in La donna di Atlántida si assiste all’arrivo della signora Pitis dal parrucchiere presso cui si reca ogni due settimane, Una visita del Superiore ha inizio nella sala d’attesa dell’Instituto Graziano. Fin dalle prime righe di ciascun racconto, un indefinito senso di turbamento si insinua nella narrazione, crescendo progressivamente d’intensità. Schweblin coglie, infatti, i suoi protagonisti nel momento in cui sono chiamati a confrontarsi con le zone d’ombra della loro esistenza e a misurarsi con quel «male» che attraversa, in forme diverse, ogni esperienza umana.
La morte, e il modo in cui vi reagiamo, costituisce uno dei nuclei tematici privilegiati nella narrativa di Schweblin: la sua vicinanza mette a nudo le fragilità dei personaggi, offrendo una via di accesso alla loro interiorità. Benvenuta fra noi presenta l’inquietudine di una donna che, poco prima di togliersi la vita, si trova a riflettere sulle conseguenze del suo gesto: «Ed è allora, in quel momento, che ricordo di aver pensato: e se fosse tutto qui? Rimanere in dubbio per il resto dell’eternità […] Non poter andare né avanti né indietro, mai più, in nessuna direzione». A questa riflessione sembra fare eco la paura della protagonista di William alla finestra, la quale teme che il dolore per la morte del marito possa condurla verso la stessa fine.
Schweblin analizza le conseguenze che questa fragilità interiore determina nel rapporto con l’altro. I dialoghi sono frammentati e incerti, i personaggi sembrano sospesi tra il timore di esporsi e il desiderio di confessarsi. Questa riflessione sull’incomunicabilità viene portata alle estreme conseguenze ne L’occhio nella gola: la mancanza di un linguaggio condiviso impedisce a un padre di instaurare un dialogo con il figlio, rendendo impossibile ogni forma di comprensione reciproca: «Il fatto è che mio figlio non parla […] Se mio figlio mi chiama, come fa a dirmi che è lui?».
I racconti sembrano in più occasioni sconfinare nel fantastico, salvo arrestarsi un istante prima di oltrepassarne la soglia. A destabilizzare i protagonisti non è infatti il contatto con una dimensione soprannaturale, ma l’inaspettata incrinatura dell’equilibrio quotidiano. La prosa controllata di Schweblin, funzionale alla tematizzazione di eventi dal carattere straniante, contribuisce a creare un effetto perturbante che colpisce il lettore. Le storie dell’autrice, come osservato dalla giornalista argentina Leila Guerriero, non parlano di fantasmi: «sono qualcosa di molto peggio e molto meglio: sono storie di esseri umani». Tuttavia, il male non assume un valore meramente distruttivo. Schweblin ne Il buon male presenta storie di donne e uomini che, esposti al dolore, non soccombono, ma individuano nuove coordinate per orientarsi all’interno della sofferenza. Così, nel racconto Un animale favoloso, l’avvicinarsi della morte spinge Elena a chiamare Leila vent’anni dopo «l’incidente», nel tentativo non di cancellare, ma di rielaborare il dolore di quel trauma: «Ho tutto, – dice. – È tutto qui, pronto. Ti ascolto».
Recensione di Erika Ramello
Samanta Schweblin, Il buon male, traduzione dallo spagnolo di Maria Nicola, 2026, Einaudi, pp. 160, ISBN: 9788806264666
