“Di sicuro è per questo che raccontiamo. Per creare un altro corridoio parallelo, nel quale il mondo e tutti quelli che lo abitano siano al loro posto, per deviare il racconto in un’altra aiuola, quando si affronta il pericolo e la morte deborda, come il giardiniere devia l’acqua sulla vicina aiuola dell’orto.”
Una sobria malinconia caratterizza le pagine del più recente romanzo di Georgi Gospodinov, con il quale l’autore bulgaro ripercorre i momenti felici dell’infanzia così come l’età adulta e la scia di lutti che essa porta con sé. Protagonista di ogni ricordo rimane suo padre, per la cui memoria il romanzo è stato in primo luogo scritto: uomo ormai anziano e colpito dal cancro una seconda volta, è ormai certo che non guarirà. Dialogare con la morte apertamente e senza più paure rimane l’unica strada per accettarla, nonostante spesso con chi muore rischiano di svanire anche i ricordi più belli condivisi insieme.
Affermatosi prima come poeta e poi come prosatore postmoderno e sperimentale, Georgi Gospodinov ha ricevuto un’ottima accoglienza da parte della critica sin dal suo esordio con Romanzo naturale (1999). Con Cronorifugio (2020) vince il Premio Strega Europeo nel 2021 e l’International Booker Prize nel 2023.
Il giardiniere e la morte è difficilmente classificabile. Lo stesso Gospodinov riconosce che come non ha genere la vita, forse non ha genere nemmeno il suo romanzo. Infatti, nonostante il taglio autobiografico, a venire raccontata è un’esperienza universale: quella dell’assistere impotenti alla morte di un genitore. I ruoli si rovesciano: a un certo punto della vita è il padre malato a cercare conforto, vergognandosi di essere un fardello per la propria famiglia, mentre il figlio bada alle medicine e spera che la lenta e inutilmente dolorosa lotta con la malattia possa farlo soffrire il meno possibile.
Forse, Il giardiniere e la morte non è solo un romanzo ma una «botanica della malinconia», una raccolta di “fiori” tratti dal giardino della memoria. Il padre di Gospodinov, custode degli aneddoti famigliari, insegna che raccontare serve a esorcizzare la malattia tramite la pienezza della vita. Il romanzo costituisce dunque l’applicazione concreta di questo insegnamento, perché si offre come un tentativo di dare senso e direzione alla vita vissuta insieme selezionando e narrando una serie di episodi privati e collocati principalmente negli anni del comunismo bulgaro. Lo stile con cui si esprime Gospodinov è sempre misurato, come se una parola troppo audace rischiasse di far crollare la fragile struttura su cui sboccia e fiorisce ogni breve capitolo.
Se la scrittura è un lavoro delicato, perché è volto a salvare chi rimane, il giardino simboleggia invece l’intimo legame tra la vita e la morte e aiuta soprattutto chi se ne va ad accettare il ciclo della natura. Il padre di Gospodinov si esprimeva attraverso pochi gesti affettuosi, e quindi «Il giardino era l’altra sua vita possibile, la voce e tutto ciò che veniva taciuto. Parlava attraverso di lui e le sue parole erano mele, ciliegie, grossi pomodori rossi».
Il giardino, però, non costituisce una risposta soltanto agli ospedali, il cui linguaggio riduce l’uomo in paziente e il suo corpo in un campo di guerra su cui accanirsi invano, ma soprattutto ai vivi, che per dare commiato al defunto esigono un’ultima, saggia parola sul letto di morte. Il padre di Gospodinov, appassionato di giardinaggio, lascia in eredità un piccolo Eden nel proprio cortile, che ogni anno muore e rinasce.
Il romanzo si apre proprio così: «Mio padre era giardiniere. Ora è giardino». In questa immagine si condensa la sua lezione: la vita è un pendolo che oscilla tra la nascita e la morte. Il giardino incarna così un frammento di saggezza consolatoria, ricordando che parlare di morte significa parlare, inevitabilmente, anche della vita e «di tutta la sua incantevole fugacità».
Recensione di Chiara Pagani
Georgi Gospodinov, Il giardiniere e la morte, traduzione dal bulgaro di Giuseppe Dell’Agata, 2025, Voland, pp. 208, ISBN: 9788862435697
