“Prova a immaginare tutto questo con la mente, come se fosse una storia di incantesimi raccontata da un menestrello, e poi dimmi come pensi che sarebbe la vita degli uomini in quelle condizioni”
Davanti al nome di William Morris e ai suoi multipli talenti, il pubblico italiano potrebbe avere maggiore familiarità con le opere artistico-visuali che con quelle letterarie. Molti lo ricordano come animatore del movimento artistico Arts and Crafts, pioniere del design contemporaneo. Altri, forse, potrebbero conoscerlo come precursore del fantasy moderno, sull’onda lunga del successo di J.R.R. Tolkien. Più di rado gli è riconosciuto ciò che non è addomesticabile o circoscrivibile: il suo «grande impegno nelle questioni del presente».
Con la nuova traduzione de Il Sogno di John Ball (A Dream of John Ball, 1888; ed. Alegre 2025), corredata da un’attenta prefazione, Wu Ming 4 restituisce un Morris pienamente politico, sottraendolo a ogni riduzione estetizzante. A Dream of John Ball e i suoi romanzi fantasy, infatti, non sono separabili dalla Morris & Co., dalla Kelmscott Press, dalla militanza nella Socialist League. Sono tutti aspetti dello stesso progetto: realizzare nel presente i frammenti del mondo che Morris vuole costruire.
Il lungo racconto presenta una struttura a doppia cornice che mette in dialogo presente e passato: il narratore vittoriano, alter ego dello stesso Morris, racconta di svegliarsi da un sogno salvo poi ritrovarsi in un altro, nel pieno delle rivolte di artigiani e contadini che scossero l’Inghilterra nel XIV secolo. Qui incontra Will Green, che lo introduce a una comunità di eguali: donne e uomini che si riconoscono come pari e che, guidati dalla predicazione di John Ball, rifiutano la gerarchia come ordine naturale o divino. Riecheggia l’antico motto della rivolta: «When Adam delved and Eve span, / Who was then the gentleman?».
Le ballate che accompagnano la banda di Will Green associano il personaggio a Robin Hood, e portano con sé tutto il peso simbolico della foresta medievale come spazio di libertà dalla legge feudale. In lui Morris concentra l’umanità del lavoro artigianale non alienato. Come notava già Northrop Frye, il racconto offre una visione “sottosopra” del XIV secolo: non un medioevo di rigide gerarchie e nobili principi, ma quello degli artigiani e dei menestrelli. È questo il gesto di Morris, cercare nel passato non il volto del potere, ma possibilità storiche rimaste sconfitte e tuttavia ancora vitali. In un’Inghilterra dominata dalla fiducia positivista nel progresso, Morris invita così a volgere lo sguardo al passato per cercarvi un punto di vista alternativo sul presente: grazie alla doppia cornice, infatti, narratore e lettore si trovano in un luogo di temporalità stratificata, una condizione in cui passato e presente lavorano contemporaneamente su piani diversi e possono illuminarsi vicendevolmente.
Scena cardine del racconto è il lungo dialogo notturno tra il narratore e John Ball: il primo pensa in termini di classe e rivoluzione, il secondo di fratellanza cristiana e giustizia divina. Eppure si riconoscono, parlano lo stesso linguaggio pur usando parole diverse. Al centro di questa intesa c’è la «Fellowship», che Wu Ming 4 rende felicemente con «Comunanza»: la libera comunanza predicata da Ball si pone così in diretta contrapposizione alla libera concorrenza tra le classi e gli individui che Morris vede operare nel capitalismo industriale del secolo XIX. Il racconto della rivolta del 1381 diventa così progetto politico nel presente: la rivendicazione della dimensione comunitaria della lotta politica, e di un divenire sociale che non sia solo questione di strutture economiche, ma di relazioni umane, di come si sta insieme, di come si sta al mondo.
Morris non offre risposte, ma un metodo: guardare a ciò che il progresso rimuove, misurare il costo in termini di vita umana invece che di produzione, costruire adesso, nelle forme della vita e del lavoro, il mondo che si vuole realizzare. Perché, ricorda Morris attraverso Ball, il paradiso non è una promessa escatologica, ma un impegno nel presente:
In verità, fratelli, la comunanza è il paradiso, la sua assenza è l’inferno. […] Perciò vi esorto a non vivere all’inferno, ma in paradiso, ovvero, finché dovete, sulla terra, come parte del paradiso, e certo non una parte immonda.
Il sogno finisce. Il narratore si sveglia. Ma l’invito di Ball rimane aperto e interroga ognuno di noi.
Recensione di Claudia Berardelli
William Morris, Il sogno di John Ball, traduzione dall’inglese di Wu Ming 4, 2025, Alegre, pp. 144, ISBN 9791255600541.
