“Al cuore del libro c’è una domanda implicita: ha ancora senso parlare dell’Ottocento? Ha senso parlarne al di là di un ostinato partito preso contro il dilagante presentismo e quella sorta di dittatura del contemporaneo a cui sempre più spesso gli studi umanistici e letterari, nonché la nostra stessa vita quotidiana, soccombono? La risposta è sì […].”



Da Walter Benjamin a Roland Barthes, da Francesco Orlando a Massimo Fusillo, l’interesse della critica dapprima novecentesca e poi contemporanea per la materialità (e ciò che essa ha da dire) non ha fatto che aumentare. Dettagli inutili, preziose testimonianze, esistenze perturbanti o desuete, sirene irresistibili: sarebbe facile piegare un poco il titolo di un celebre saggio di W. J. T. Mitchell, e chiedersi, di volta in volta, What do things want?

Il recente saggio che Donata Meneghelli ha offerto ai tipi di Nottetempo non si pone dalla parte di una domanda tanto radicale, ma ne fa certo propria l’istanza, trattenendola in chiave tensiva allorché si appresta ad analizzare gli oggetti ibridi nel testo letterario ottocentesco, assieme alle relazioni che essi instaurano con i soggetti e le culture che ne fanno esperienza (viva e soprattutto letteraria).

Il lavoro in questione corteggia in tre grandi capitoli i tre autori e romanzi – Balzac con le Illusioni perdute, James con la Principessa Casamassima e Dickens con Il nostro comune amico – che hanno reso possibile all’autrice una campionatura di ampio respiro dei diversi ruoli che gli oggetti hanno rivestito nell’Ottocento, e delle istanze storiche, ideologiche e poetiche di cui essi si sono caricati all’atto di farsi segni scritti (in un unico sintagma memorabile, «la vita sociale delle cose»).

Non a caso, il libro si concentra, più che sugli oggetti in generale, su loro categorie particolari, e sui confini che separano queste ultime da forme para-oggettuali come la merce, l’organico, la materia, il rifiuto: esplicita è d’altronde la volontà di riesaminare alcune polarizzazioni che sussistono in critica, nella loro veste “forte”, quali vizi inveterati – soggetto/oggetto, vivo/inerte, organico/inorganico, per dirne alcune – non tanto per dissiparle o liquidarle frettolosamente, ma per interrogarle e trarne una rinfrescante sintesi, con un occhio di riguardo per le zone di soglia.

Meneghelli indaga le aporie della materia canonicamente intesa, più che una sua ideale e primigenia solidità, nella convinzione che il realismo abbia a che fare «con la nostalgia, la mancanza, la sparizione, la morte, il tempo perduto molto più che con qualunque compiutezza, con qualunque senso di plenitudine o miraggio di dominio sul mondo».

Dopo un’introduzione programmatica, in cui si ripercorre la breve storia della Thing Theory (secondo la definizione di Bill Brown) e dei suoi sviluppi negli ultimi trent’anni di «passione indomabile per la materia» presso il mondo intellettuale, e dopo aver tracciato i confini e gli obiettivi dell’indagine, si arriva a Balzac.

Il primo vero capitolo, dedicato alle Illusioni Perdute, offre un’analisi del romanzo che, partendo dal tradizionale Balzac di Auerbach e della legge del milieu, e passando per le funzioni che gli oggetti svolgono nella Comédie humaine e nella vicenda di Lucien de Rubempré / Chardon (cioè connotativo-morale e denotativo-temporale), approda ad un interessantissimo saggio nel saggio – espediente ripreso felicemente anche nei capitoli successivi – dedicato alla carta come materia nuda e supporto di segni.

Il secondo si occupa della Principessa Casamassima di James, e attraverso le idee anarchiche (ma volubili) del protagonista, l’autrice imbastisce un discorso sugli oggetti-simulacri, che culmina nelle opposte reazioni suscitate, dopo la Rivoluzione, dai relitti dell’Ancien régime: cioè il vandalismo e la musealizzazione, entrambi modi di fare i conti, da vincitori, con un grande sconfitto, ereditandone o esorcizzandone le ragioni.

Ricchissimo di spunti è anche l’ultimo capitolo, che prende le mosse da Il nostro comune amico di Dickens, il suo «romanzo sulla spazzatura», ed esibisce la linea affatto sfumata che separa merci e rifiuti (quasi sulla linea stessa si pongono i corpi) nella Londra vittoriana, in cui brulicano cenciaioli, commercianti di cadaveri ripescati dal Tamigi, tassidermisti, e uomini arricchitisi facendosi carico della spazzatura altrui. È questo forse il capitolo più godibile, grazie all’ampia gamma di questioni sollevate e all’approfondimento che viene dedicato a ciascuna di esse: l’individuazione del momento (pur reversibile) in cui il corpo umano si tramuta in rifiuto o merce, nel contesto di una sorta di straniante triangolazione; il cambiamento nella percezione storica dei rifiuti (da fattori interni al processo di produzione delle merci a scorie tossiche), che il romanzo analizzato rappresenta appieno; il breve excursus sull’ambiguità del termine inglese dust, usato da Dickens per descrivere le montagne amorfe di rifiuti protagoniste del racconto.

In tutti i capitoli è presente un’attenzione particolare al contesto storico e culturale che soggiace ai testi, agli intrecci, e agli oggetti: punti di fuga ricorrenti della prospettiva adottata, e necessariamente delle piste seguite, sono la Rivoluzione francese e l’avvento della società dei consumi borghese e della produzione di massa.

Una nota di merito va allo stile, limpido e puntuale, che anche nei momenti di maggior densità espositiva non rinuncia al gioco interno della scrittura. Ottima la gestione degli estratti dalle opere trattate, che costituiscono parte integrante delle argomentazioni e della loro evoluzione. Sono queste raffinatezze, saldate al tema “rovente”, agli esiti della ricerca e all’ampia documentazione bibliografica che l’accompagna, a fare de Il valore degli oggetti una importante esplorazione critico-saggistica.


Recensione di Gian Marco Evangelisti

Donata Meneghelli, Il valore degli oggetti. Segni, spoglie, scarti nel romanzo dell’Ottocento, Nottetempo, 2024, ISBN: 9791254800812, pp. 288