“Gli esseri umani non possono avere conferma del proprio Io, se non attraverso gli occhi degli  altri. Ha mai visto l’espressione di un imbecille o di uno schizofrenico? Se la strada rimane  bloccata per troppo tempo, uno finisce per dimenticarsi completamente della propria esistenza” 

Dichiarò di essere stato inizialmente esistenzialista, poi surrealista e comunista. Abe Kōbō fu  romanziere, novelliere, saggista, drammaturgo e poeta; il suo stile fortemente simbolico venne da  subito accostato alla prosa di Kafka e al teatro di Beckett. La sua produzione ispirò numerosi film di  Teshigahara Hiroshi, oggi considerati dei classici della Nouvelle Vague nipponica. In Italia sono  arrivati alcuni dei suoi romanzi più importanti tra i quali La donna di sabbia (1962; Longanesi, 1972), L’uomo scatola (1973; Einaudi, 1992) e Il quaderno canguro (1991; Atmosphere, 2016). Nel 2026 viene pubblicata nella collana Oscar Moderni di Mondadori la traduzione de Il volto di un altro (1964), a cura di Evelina Voltolini.

Mentre il miracolo economico giapponese stava modificando vistosamente il tessuto socioculturale  del paese, le opere di Abe Kōbō raccontavano le vite degli invisibili, scordate dai mass media e  rimosse dalla coscienza collettiva. Scriveva già da più di un decennio quando, espulso dal partito  comunista, raggiunse il successo editoriale con il romanzo La donna di sabbia. Si distinse per una  visione disillusa, eppure intima e profondamente umana, dei rapporti interpersonali, narrando  vicende di personaggi oppressi e opprimenti in una continua lotta contro la solitudine.

Il volto di un altro presenta, così come il successivo L’uomo scatola, un protagonista maschile segnato da un  evento che ne ha sconvolto radicalmente l’identità, adottando suggestioni tipiche della fantascienza,  dell’horror e del surrealismo. Il romanzo restituisce al lettore la privazione dell’identità del  protagonista, che è anche la voce narrante, mantenendolo anonimo. Ne L’uomo scatola, l’autore  racconta la condizione subalterna di un individuo che la società definirebbe un «mendicante» o un  «barbone», ma che a queste definizioni alienanti si sottrae costruendo un “io-metafora”, un “io metonimia”, fondato sulla simbiosi con la sua scatola, elemento sia protettivo sia limitante. Al  contrario, il personaggio principale de Il volto di un altro vive il dramma dell’identificazione di una  parte di sé con il tutto: lui è il suo volto.

Il protagonista è un ricercatore il cui viso, a causa di un incidente di laboratorio, è stato  completamente sfregiato. A differenza dell’«uomo scatola», lo scienziato non vuole riconoscere che  «l’anima dell’uomo risiede nella sua pelle». Si trova costretto a credervi per via degli impedimenti  sociali, comunicativi, con cui si scontra. Tutti i pensieri e le azioni dello scienziato, affatto  idealizzato, sono votati alla riconquista della propria dignità, muovendosi sempre nell’incertezza e  nell’ipotesi. Abe Kōbō rappresenta così le difficoltà della disabilità visibile, le problematicità del  canone estetico e dei suoi legami con la chirurgia estetica, con la psichiatria, con la codificazione  dei corpi. La ricerca di una propria voce è il fulcro del romanzo.

È fondamentale la scelta di narrare buona parte della storia attraverso gli scritti che il protagonista  prepara per la donna amata. I capitoli, di dimensione variabile, hanno titoli collegati al supporto  scrittorio e, nell’arco della trama, molti elementi materiali, temporali e pratici della scrittura  diventano rilevanti: tra questi titoli ci sono, ad esempio, “Quaderno nero”, “Quaderno bianco”, “Quaderno grigio” e  “Resoconto solo per me, annotato a margine del quaderno grigio in ordine inverso, a partire  dall’ultima pagina”. Così, la lotta del protagonista, il suo desiderio di contatto umano, si pone  sempre sul punto di rompere la quarta parete, spingendo il lettore alla riflessione continua su di sé e su tutti gli aspetti del libro.

Pur avendo un intreccio piuttosto lineare, Il volto di un altro, come ogni romanzo di Abe Kōbō,  richiede al lettore uno sforzo attivo, una grande attenzione al dettaglio, sia rispetto alle scelte formali sia in relazione al contenuto. L’autore rifiuta e demolisce gli immaginari orientalisti sul Giappone, e mostra ciò che rimane invisibile all’occhio occidentale. Già nelle prime pagine, Il volto di un altro promette al lettore un incontro faticoso ma concreto, ambiguo e necessario, intenso e destabilizzante: «Vai avanti così, continua a leggere questa lettera e poi prosegui con i quaderni… non arrenderti,  leggi fino all’ultima pagina… fino a quando io raggiungerò il tuo presente».

 

Recensione di Matteo Zamuner

Kōbō Abe, Il volto di un altro, traduzione dal giapponese di Evelina Voltolini, 2026, Mondadori, pp.  254, ISBN: 978-88-04-80587-7.