Un tavolino, un appendiabiti, uno specchio, una mensola vuota: tutto è sbiadito, ricoperto da uno strato di polvere densa come la cenere che si deposita a terra dopo un incendio.”

Con Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, Michele Ruol firma un esordio narrativo potente e di grande sensibilità. Il romanzo, finalista all’ultima edizione del Premio Strega, vincitore del premio Giuseppe Berto e del Premio Fondazione Megamark, racconta la vicenda di una famiglia segnata da un lutto indicibile: quello della perdita dei figli, rimasti entrambi vittima di un incidente stradale. 

Per farlo, Ruol opta per una struttura particolarissima: il libro è infatti diviso in novantanove capitoli brevi, ciascuno dei quali ruota attorno ad un oggetto della casa in cui abitava la famiglia. In questo modo, ogni elemento evocato custodisce un ricordo, un frammento di vita che riaffiora disordinato, come accade alla memoria dopo una perdita. La vicenda procede infatti per salti temporali: alcuni oggetti riportano ai giorni in cui i figli sono ancora vivi e animano la casa con la loro presenza; altri testimoniano invece il tempo del dopo, in cui i genitori si ritrovano a convivere con il silenzio e l’assenza. 

Nello specifico, gli oggetti sono raggruppati tra le stanze della casa e l’interno dell’auto, luoghi che diventano estensioni fisiche della memoria. Ruol li descrive come se fossero consumati dal tempo, mentre la vegetazione lentamente li ricopre: un’immagine che evoca l’abbandono, ma anche una possibile rinascita, secondo un’attenzione fotografica che rimanda alla precedente esperienza di Ruol come autore di testi per il teatro.

Per via della sua costruzione originale, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia trova posto nella collana Sperimentali della casa editrice indipendente TerraRossa, che ne ha riconosciuto la forza innovativa. La scelta formale dell’autore, orientata alla frammentazione della struttura, si rivela infatti efficace per raccontare un dolore tanto profondo: la sofferenza scomposta, quasi cristallizzata e dosata in frammenti è così resa comunicabile e risulta quasi tangibile attraverso gli oggetti. 

Nel romanzo, assieme al grande tema del dolore, emerge poi quello della genitorialità e della famiglia. Attraverso scene brevi, vengono restituiti spaccati di quotidianità casalinga, momenti di vita ordinaria in cui il lettore può facilmente immedesimarsi. A questo proposito non è casuale la scelta di non attribuire ai personaggi dei nomi propri: così Madre, Padre, Maggiore e Minore vengono chiamati unicamente in base ai loro ruoli familiari. Il linguaggio è asciutto ma emotivamente denso, capace di evocare gesti minimi – un pasto, una stanza da riordinare, un oggetto posato su un mobile – che diventano simboli universali del rapporto tra genitori e figli. Come quando Padre lascia sul tavolo i compiti per casa svolti al posto di Minore, provocando in Madre un misto di «rancore e tenerezza […]: l’avrebbe abbracciato e preso a schiaffi, gli avrebbe gridato, Sei inutile / Ho bisogno di te».

Anche dopo la loro perdita, Madre e Padre continuano a nutrire la memoria dei figli ed è proprio in questa persistenza del legame, nella volontà di ricordare, che si annida la vera forma di amore e di speranza: «C’è chi dice che il tempo cura ogni cosa. Madre non era per niente d’accordo. […] tutto quello che fa il tempo è concedere di assistere a nuove fioriture a chi ha la pazienza di aspettare».

Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un romanzo che parla del dolore, ma anche della possibilità di attraversarlo. Ruol costruisce infatti una narrazione frammentata ma coesa, dove gli oggetti diventano testimoni silenziosi di un affetto che resiste al tempo, e dove la vita, pur ferita, trova sempre un modo per ricominciare a crescere – come una foresta dopo l’incendio.



Recensione di Elena Franceschetti

Michele Ruol,  Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia,  2024,  TerraRossa Edizioni,  pp. 204,  ISBN: 9788894845525