“È il bacio il vero scandalo, non l’amore genitale. La ferocia cannibale dell’amore, quell’assalto vampiresco alla forma del sé che all’amore ci fa resistere, è già tutta prefigurata lì, in quel prodromo crudele del banchetto amoroso.”

A distanza di dieci anni dal suo esordio con È di vetro quest’aria (Italic Pequod, 2014), Monica Pareschi – una delle più attente ed eleganti traduttrici del panorama italiano (fra le sue traduzioni figurano titoli di grandi autori quali il recentemente scomparso Paul Auster, Thomas Hardy, le sorelle Brontë) – torna alla narrativa con Inverness, una raccolta di racconti spietati e fra loro strettamente interconnessi, uscita per Polidoro nella collana “Interzona”, diretta da Orazio Labbate.

Quella di Pareschi verso la prosa breve va letta senza dubbio come una scelta coraggiosa, ardita, giacché sono poche e pochi, oggigiorno, le scrittrici e gli scrittori disposti a misurarsi con un genere spesso affaticato dal costante confronto col romanzo.

Ma coraggiosa è anche la struttura di queste novelle, cesellate ma mai furbescamente architettate: le trame di Pareschi si presentano scarne, scevre di espedienti letterari. A colpire il lettore è il nitore della prosa, lo sfolgorio di uno stile che risente della lezione anglosassone, appresa senz’altro durante l’attività di traduttrice: nella sua scrittura, Pareschi si rivela infatti capace di abbinare sapientemente la ricercatezza del lessico alla brevitas del periodo.

Attraverso una lingua netta e dialoghi che non dicono ma mostrano, l’autrice (quasi una speleologa della psiche) effettua una tanto profonda quanto disturbante indagine sul reale, scovandone la sordidezza, dando spazio ai pensieri e alle sensazioni dei personaggi – quasi sempre donne o bambine tormentate, segnate da intuibili esperienze traumatiche e terrorizzate da incombenti pericoli, che il più delle volte sfociano in abusi o storie di sopraffazione.

Sono forse la sua sorprendente narrazione del disgusto, la sua attenzione per gli aspetti più sgradevoli e ripugnanti del vivere, a fare da leitmotiv alle otto novelle. Il disgusto è di volta in volta per i baci, in I baci di Munch, o la perfezione dell’amore («Da bambina l’idea mi disgustava. La bocca era la porta dello stomaco, le viscere che sboccano all’esterno: baciare profondamente qualcuno, leccare le sue mucose, era come cibarsi dei suoi intestini»); per la campagna, in Primo amore («La gente sputa, tutto puzza, […], dove ti giri ci sono cacca e mosche, frutta marcita a terra, fogliame fradicio, vermi che strisciano, l’odore forte che esce dalle stalle, cavalli che defecano […] le grosse palle nere di merda»); per gli uomini stomachevoli, da cui le protagoniste di Fiori e di Troppo amore uccide si dicono nauseate; per la presenza sinistra di un gabbiano sul terrazzo di casa, ne I gabbiani; per il nauseante odore d’ospedale e la puzza di «marciume e piscio vecchio» delle donne anziane in Mors tua vita mea; per una compagna di scuola fastidiosa e fetente, Mariangela, – la cui descrizione ricorda quella del luridissimo Ackley ne Il giovane Holden di J.D. Salinger – in Un bacio, ancora («ogni tanto un candelotto di muco giallo o verdastro le colava dalle narici»; «Quando non potevo evitare di passarle vicino, oltre a quel suo odore pungente di caglio mi inorridiva una specie di pellicola gialla e crostosa che in certi punti le copriva il collo”); e infine il disgusto per la vita stessa, provato dai fragili personaggi di Inverness, – che è il nome di una città scozzese dove la protagonista della novella desidera arrivare – l’ottavo e ultimo racconto, dal quale la raccolta prende il titolo, e che si distingue per un incipit di pavesiana memoria: «A quei tempi era sempre inverno».

 

Recensione di Antonio Rebellato

Monica Pareschi,  Inverness,  2024,  Polidoro,  pp. 174,  ISBN: 9788885737990