“Ero saldamente legato a qualche pezzo di questo mondo, io? Le mie radici erano solide? […] Questi legami erano sufficienti a trattenere il mio spirito, almeno in una certa misura? O erano così insignificanti che non valeva neanche la pena di parlarne?”
Un enigma avvolto in un sogno, un luogo che non figura su alcuna mappa, ma risuona negli angoli più profondi dell’anima: così prende forma la città senza nome di Murakami. In questo spazio sospeso, dove la realtà sfuma nel sogno, una domanda emerge con forza: cosa è reale e cosa non lo è? Esiste davvero un confine divisorio fra realtà e irrealtà? In questo universo parallelo si riflettono le paure, i desideri e i ricordi dell’animo umano.
Haruki Murakami è uno degli autori giapponesi contemporanei più influenti e apprezzati a livello internazionale. Nato a Kyoto nel 1949, ha iniziato la sua carriera letteraria negli anni Ottanta, distinguendosi per uno stile unico che fonde elementi del realismo magico con atmosfere oniriche e surreali. Tra i suoi romanzi più celebri si ricordano La fine del mondo e il paese delle meraviglie (1985), Norwegian Wood (1987), Dance Dance Dance (1988), L’uccello che girava le viti del mondo (1994), Kafka sulla spiaggia (2002), 1Q84 (2009-2010).
La città e le sue mura incerte si rivela un filo narrativo che ha attraversato silenziosamente gran parte della vita dell’autore, emergendo con un’intensità sempre differente lungo il corso della sua scrittura. Il romanzo, infatti, affonda le sue radici molti anni prima, nel 1980, quando Murakami pubblicò su rivista un articolo con lo stesso titolo, definendolo però incompleto. Un nucleo affine si rispecchia già in uno dei suoi primi lavori, La fine del mondo e il paese delle meraviglie, in cui si può intercettare la stessa perimetria che governa le pagine del suo ultimo romanzo. Quarant’anni dopo, quel nucleo iniziale si amplia e la stessa città si edifica su nuove visioni e opportunità. Parafrasando Borges: uno scrittore ha un numero limitato di storie, a cui può dare mille forme; nel caso di Murakami, questa è l’ultima e la più completa.
Ancora una volta seguiamo due adolescenti senza nome, simbolo di un’età in bilico tra ciò che può e che potrebbe essere, uniti dal desiderio di conoscersi in un’estate fatta di passeggiate, speranze e sogni. La ragazza narra di una città protetta da alte mura impenetrabili e in continuo cambiamento, dove il tempo è percepito in modo rallentato, è distorto, è dimenticato. Un luogo attraversato da fiumi senza corrente e circondato da salici, con una torre di guardia, un orologio senza lancette, il suono di un flauto, un guardiano e una biblioteca. Gli abitanti, costretti a separarsi dalla propria ombra all’entrata della grande porta, seguono ritmi di vita enigmatici e ciclici, «non parlano di quel “qualcosa” avvenuto tanto tempo fa […]. La gente non nutre una curiosità per così dire “orizzontale” per la geografia, ma nemmeno “verticale” per la storia». È qui che il protagonista arriverà, chiamato a ricoprire il ruolo di lettore di Sogni.
Il protagonista, o forse una parte di esso, abbandonerà presto la città che lo proteggeva, ritornando a quella dimensione formata da un insieme di eventi indipendenti, la totalità di ciò che esiste. Ma «la nostra realtà sembra avanzare dentro di noi ramificandosi in più di una strada. E queste realtà ormai diverse l’una dall’altra si mescolano, le varie possibilità di scelta si intrecciano, e da lì nasce la sintesi di una nuova realtà». Il romanzo si apre quindi alla seconda parte, la più corposa. Il protagonista, ormai adulto, cresce segnato da un’incapacità profonda di creare legami autentici, trascinando la sua esistenza tra eventi apparentemente insignificanti: «E per i seguenti trent’anni, o quasi, ero vissuto soltanto per riempire il vuoto dentro di me». Quando decide, a quarant’anni, di prendere in mano la sua vita e di trasferirsi come direttore di una piccola biblioteca a Z**, città rurale incuneata tra le montagne del Tōhoku. Qui avvengono due incontri dai toni onirici: l’ex direttore della biblioteca, Koyasu, che gli appare sotto forma di spirito visibile a pochi, e Yellow Submarine, dal nome della felpa che porta assiduamente. Entrambi diventeranno guide simboliche in un percorso di riscoperta e connessione con se stesso.
Alla fine, ciò che sembrava imprescindibile – la necessità di segnare un confine netto tra i mondi – perde la sua forza. La distinzione tra ciò che è reale e ciò che non lo è non appare più come una barriera invalicabile, ma come un confine sottile e mutevole, capace di espandersi e contrarsi. «Cosa è reale e cosa non lo è? Tanto per cominciare, esiste davvero, un mondo divisorio fra la realtà e l’irrealtà? Forse sì, mi sono detto. Anzi, esiste senza ombra di dubbio. Ma è infinitamente mutevole. Va cambiando consistenza e forma in funzione delle circostanze e delle persone. Come se fosse vivo».
La città e le sue mura incerte è un romanzo costruito su un raffinato gioco di ripetizioni e specchi, in cui i confini tra i mondi si fanno sottili e permeabili. Ogni incontro, luogo o immagine sembra rimandare a forme già vissute, in una struttura narrativa che amplifica la continuità tra passato e presente, sogno e realtà. Gli appuntamenti con il signor Koyasu, l’ex direttore della biblioteca che si presenta al protagonista con le sembianze di uno spirito, avvengono in una stanza conosciuta da pochi, un luogo sospeso. In questo spazio riecheggiano le dinamiche vissute nella città dalle alte mura, nella biblioteca in cui il ragazzo leggeva i sogni con la ragazza senza nome.
Murakami è solito utilizzare questo tipo di movimento nel passaggio tra realtà differenti. In Kafka sulla spiaggia, ancora una volta, il giovane protagonista, che lavora in una biblioteca, intraprende un viaggio simbolico nella foresta. Qui, giunge a una porta sorvegliata da guardiani che vigilano su una soglia misteriosa, proprio come il guardiano che custodisce i confini della città dalle alte mura. Anche in questo mondo, la ragazza che amava nella realtà torna in una forma differente. E ancora, il passaggio-varco è centrale ne La fine del mondo e il paese delle meraviglie, in cui il protagonista cerca di affrontare il passaggio tra il mondo reale e quello della città dalle alte mura.
Tra gli stessi romanzi dell’autore scorre una melodia sottile che li coinvolge tutti: se in Kafka sulla spiaggia risuona il Trio Arciduca di Beethoven, qui riecheggiano i versi di Yellow Submarine dei Beatles che diventano la colonna sonora della parte finale. Non a caso, i protagonisti di Murakami gravitano attorno al mondo della musica e della letteratura, due strumenti di connessione tra realtà e immaginazione. Forse, la chiave per leggere queste esperienze è unire i mondi, senza la necessità di mettere barriere, così come «García Márquez non sente il bisogno di mettere barriere tra i vivi e i morti».
Recensione di Sofia Crincoli
Haruki Murakami, La città e le sue mura incerte, traduzione dal giapponese di Antonietta Pastore, 2024, Einaudi, pp. 560, ISBN: 9788806263584
