“Si chiama cenestesi. È la somma delle migliaia di sensazioni che arrivano in ogni momento dalle varie parti dell’organismo, e che ci fanno sentire, complessivamente, bene o male. Anzi, a dire la verità quando il corpo funziona bene non ci si accorge proprio di niente: tutto fila liscio, come un meccanismo ben oliato […]. Solo quando qualcosa si inceppa ci accorgiamo dell’esistenza del corpo. E cerchiamo vanamente di individuare la rotella storta, la manovella sghemba, la parte marcia del marchingegno.”
La sfibrante vita lavorativa di una dottoressa senza nome in Pronto soccorso, e il suo disperato tentativo di preservare quanto resta della propria umanità ed empatia, dentro e fuori dal reparto – proprio quando la sua autopercezione cenestesica smette di operare silenziosamente –, costituiscono il fulcro del primo romanzo di Giorgia Protti, La giusta distanza dal male.
Nata a Torino nel 1988, Protti si è formata in Medicina interna e ha lungamente frequentato gli ambienti che descrive nella sua opera, lavorando per diversi anni nella Medicina d’urgenza di un grande ospedale torinese. La giusta distanza dal male non si limita, però, ad essere un resoconto in copertina rigida di quanto accade in questi luoghi, ma si sforza di tenere assieme, in forma semi-diaristica, casi clinici puntuali, realtà ospedaliera, vita privata della narratrice, e riflessioni sul mestiere.
Costitutivo del libro è soprattutto l’affiancamento, all’attenzione per il reale, di un filone narrativo del tutto fantastico: sin dalle prime pagine, infatti, l’interlocutore insidioso e beffardo della protagonista è nientemeno che Lucifero, intenzionato ad accompagnarla, più che tentarla, nella sua privata discesa verso gli inferi.
Lo stile di Protti è chiaro, lineare, accessibile e godibile, ma non si sottrae completamente ad alcuni difetti, come l’uso insistito di cliché retorico-lessicali. Frequenti sono anche le ripetizioni, che se da un lato ovattano un poco i momenti di slancio creativo, dall’altro posseggono una qualità ossessiva che rende tanto più opprimente – e pertanto efficace – la rappresentazione della sfibrante quotidianità lavorativa della protagonista.
La carica di denuncia sociale del romanzo beneficia particolarmente del ruolo centrale affidato alle incresciose condizioni in cui medici, infermieri, e operatori socio-sanitari si trovano a lavorare giorno e notte. Ben più di un semplice presupposto o sfondo agli eventi soprannaturali, tali condizioni divengono, de facto, il nucleo generatore dell’intero intreccio, con una buona porzione dell’opera dedicata alla discussione di cartelle cliniche, diagnosi, azioni e reazioni, insulti e ringraziamenti: in altre parole, alla routine.
Fra i casi, spicca quello di Giselda Curcio, che funge quasi da deuteragonista sottotraccia, occupando una posizione opposta e speculare a quella della protagonista:
“L’archivio informatico ospedaliero di Giselda contiene centoventisei passaggi, di cui centoventicinque per abuso etilico. L’ultimo è per emorragia cerebrale massiva, conseguenza di uno dei tanti traumi cranici che si è procurata dopo aver bevuto. È stata ricoverata, e dopo due giorni è scappata dal reparto per andare a cercare una bitta. Poi è tornata, di nuovo ubriaca, perché aveva mal di testa e non sapeva dove andare”.
Giselda sospinge passivamente la riflessione su cosa significhi salvare qualcuno, e soprattutto consente all’autrice di insinuare un diabolico quesito nella voce narrante: se arrivi mai un momento in cui, messo da parte Ippocrate, sia legittimo che un medico non salvi il suo paziente.
Complici il sopraggiungere del soprannaturale e le esigenze della trama, alcune delle riflessioni più pregnanti in potenza vengono, in atto, lasciate in sospeso o liquidate con rapidità d’azione. Ciò, unito ad alcuni momenti risolutivi un poco forzati, può lasciare al lettore un senso di incompiutezza, che si adagia sull’opera come una patina sottile.
Note di merito, ad ogni modo, vanno riconosciute sia al versante realistico del libro, nutrito di esperienze vere e capaci di catturare il lettore, sia a quello fantastico, in cui ad un Lucifero dalla trita rappresentazione viene a sostituirsi con gradualità, e invero felicemente, una concezione del castigo infernale e già mondano che ricorda piuttosto quella espressa da Sartre in Porta chiusa, secondo cui «L’Enfer, c’est les autres».
Recensione di Gian Marco Evangelisti
Giorgia Protti, La giusta distanza dal male, Einaudi, 2025, pp. 256, ISBN: 9788806269678
