“(…)l’Ulisse è stato, per il giovane Celati, una sorta di Big Bang critico-letterario, la scoperta giovanile da cui ha preso avvio la sua carriera”
Solo in anni recenti, quando – come osserva Romano Luperini – a partire dagli anni Sessanta anche in Italia si comincia ad avvertire quella rivoluzione epistemologica che agli inizi del Novecento aveva sconvolto la percezione del mondo, prende avvio la riflessione sul modernismo e sul coevo neomodernismo. In questo quadro, tuttavia, il nome di Gianni Celati è stato di rado incluso nel “canone” degli autori più affermati del periodo. Proprio da questa “assenza” muove il recente studio di Simone Giorgio, L’ascolto di una tradizione. Gianni Celati e l’Ulisse di Joyce, che rilegge la teoria narrativa e traduttiva di Celati alla luce delle influenze moderniste, in particolare joyciane – un ambito critico finora inesplorato.
Il volume, frutto di una lunga ricerca da parte di Simone Giorgio sulle opere di Joyce e Celati – parte dei cui risultati è già apparsa in saggi editi – si colloca nella tradizione della critica celatiana e in dialogo con gli studi di Romano Luperini, Raffaele Donnarumma, Massimiliano Tortora e Tiziano Toracca che hanno messo in luce la continuità tra il modernismo e le sue eredità nella narrativa del secondo Novecento.
Assumendo l’Ulysses come «una delle molteplici bussole di Celati», Giorgio ripercorre l’intera poetica dell’autore: dalla fase comica e giovanile di Comiche (1971) e della trilogia dei Parlamenti buffi (1972-1978), alla stagione più riflessiva dei Narratori delle pianure (1985), fino all’impegno cinematografico e documentaristico. L’Ulysses, con la sua oralità e visualità comica, si configura come modello costante e principio di coesione interna alla produzione celatiana, tracciando una linea che unisce la tesi di laurea sull’epopea joyciana degli anni Sessanta alla sua traduzione per Einaudi del 2013.
Partendo dal definire il clima culturale degli anni Sessanta, Giorgio colloca la formazione di Celati in questo momento di profondo rinnovamento, segnato da una generazione di scrittori più aggiornata grazie alle traduzioni e al contatto con la critica angloamericana. In questo contesto, «l’individualizzazione dei modelli italiani e stranieri» diventa per il giovane Celati, una componente fondamentale per le sue operazioni ermeneutiche, alimentata dalle letture di Northrop Frye e Mikhail Bachtin per la critica, e di Jonathan Swift e James Joyce per la narrativa.
Da questa tradizione critico-romanzesca, Giorgio individua due aspetti essenziali per la teoria narrativa di Celati: l’oralità, legata a una «componente parodico-linguistica» del romanzo, e la «visualità comica», entrambi elementi venuti meno con il novel contemporaneo – genere pervaso dal razionalismo e da una «fissità lineare del testo» – da cui Celati cercherà di distaccarsi lungo l’intero arco della sua produzione.
Sul piano visuale, Giorgio osserva come l’interesse di Celati per il visivo nasca dal tentativo di scardinare la concezione della realtà del romanzo borghese attraverso una «critica implicita al regime scopico della prospettiva cartesiana», evidente in Bazar archeologico. In questo saggio, poi confluito in Finzioni occidentali (1975), l’autore elabora una nuova idea di spazio urbano, fondata su un’interazione affettiva con gli oggetti. Questo nuovo «sguardo archeologico» sul mondo esterno, sottolinea Giorgio, si lega da un lato alla visione surrealista e, dall’altro, alle teorie di Walter Benjamin e Susan Sontag, centrali anche per il genere documentaristico, che condivide la stessa concezione della percezione come «scarto della visione».
L’analisi prosegue approfondendo il ruolo dell’oralità, elemento centrale tanto nella pratica traduttiva quanto in quella narrativa di Celati. In tutta la sua produzione, Giorgio riconosce la volontà di «annullare le percezioni precostituite» del novel riattivando quell’istinto narrativo tipico del romance, fondato su una tradizione comico-parodica e oraleggiante, che si è progressivamente perduta nel corso del Settecento per un eccesso di informazione. Tale orientamento si manifesta, nei romanzi degli anni Settanta, attraverso una regressione narrativa e formale ispirata all’«oralità corporea» dei testi modernisti di James Joyce, Samuel Beckett, Louis-Ferdinand Céline e del contemporaneo Edoardo Sanguineti; e trova poi una nuova espressione nel successivo «cambio di postura» degli anni Ottanta, quando Celati abbandona la forma del romanzo in favore della novella, orientandosi verso un linguaggio più semplice, «immediatamente fruibile e non razionalizzato».
Questo percorso di sperimentazione linguistica e narrativa trova un punto d’origine nel primo incontro di Celati con l’Ulysses, che inaugura un vero e proprio “ascolto di una tradizione” destinato a orientare tutta la sua produzione. In questo senso, egli si pone in continuità con Joyce, il quale, con le sue enciclopedie letterarie colme di «saperi ammassati», mette in scena «il crollo della cultura occidentale sotto il peso della sua stessa erudizione».
Recensione di Eleonora Tosetto
Simone Giorgio, L’ascolto di una tradizione. Gianni Celati e l’Ulisse di Joyce, 2025, Quodlibet, pp. 176, ISBN: 9788822924384
