“La saggezza popolare vuole che rivanghiamo le nostre storie di famiglia per scoprire qualcosa di più su noi stessi, per perseguire l’importantissimo obiettivo della “conoscenza di sé”, per catapultarci, come Edipo, sulla strada che conduce alla rivelazione di un crimine originario, una verità originaria. Poi ci trafiggiamo gli occhi per la vergogna, corriamo gridando nella foresta e le piaghe smettono di martoriare il nostro popolo.”

Questo memoir ruota attorno ad un crimine originario, che funge da lente attraverso cui guardare un frammento della vita della sua autrice: con Le parti rosse. Autobiografia di un processo, pubblicato per la prima volta nel 2007 e ora tradotto in italiano per la casa editrice Nottetempo, Maggie Nelson racconta l’assassinio della zia Jane.

L’episodio, eredità traumatica dell’autrice, diventa per lei materia narrativa, tanto che il testo, come suggerisce il sottotitolo, si concentra sulla ricostruzione del processo che si verifica a circa trent’anni di distanza dall’omicidio, in seguito alla riapertura del caso. 

La scelta del titolo appare significativa e deriva da un ricordo enigmatico del passato di Nelson. 

“Perché non leggi le parti rosse per conto tuo?” mi ha detto. “Okay,” ho risposto riagganciando. “Farò così”. Non avevo idea di cosa intendesse. […] Al tempo immaginavo di squarciare un corpo dal mento ai genitali, sparpagliare gli organi interni e provare a leggerli come foglie di tè. […] “Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo”. Una parte rossa. 

Da questo estratto, si deduce che la morte della zia Jane costituisca una parte rossa nella vita dell’autrice. Nelson ha assegnato un valore specifico a questa immagine: sono ricordi che devono rimanere vivi, che, seppur provenendo da un passato a lei ignoto, devono cucirsi al presente, con continuità, per segnalarne la ferita, ma soprattutto la guarigione. 

Nelson non ha mai conosciuto la zia, ma ha solo potuto ricostruirne un’immagine, da bambina, con libri-report che affrontavano il “Michigan murderer” – ovvero l’assassino – e, da adulta, tramite la sua raccolta di poesie Jane. A murder, nella quale è riuscita, secondo la madre, a ridare vita cartacea alla parente. È un tipo di legame che passa attraverso le generazioni – il nonno e la madre – che lei sente dentro di sé, come se facesse parte del suo stesso corpo e delle sue esperienze. È la postmemoria che si attiva tra le righe di questo memoir: questa categoria, coniata da Marianne Hirsch, si riferisce ad una ferita emotiva, familiare, che sanguina ancora, che inonda le nuove generazioni e le costringe a elaborare un trauma che è solo stato rimosso e non attraversato.  

La narrazione, infatti, non si limita a sviscerare l’assassinio di Jane, ma, per associazione di sofferenze, lascia spazio al racconto di altri traumi profondi dell’autrice, primo fra tutti, la morte del padre. Anche questo lutto si presenta come una ferita non rimarginata, che, tramite la scrittura, cerca di essere sistematizzata e affrontata. L’obiettivo è quello di non riprodurre la spirale della sua famiglia: vi è infatti il desiderio di chiudere il bagaglio doloroso e portarlo sulle proprie spalle, evitando che questo poi ricada, per dirla con Hirsch, sulle “post-generazioni”. 

Le parole che Nelson dedica alla conclusione del processo non fanno trasparire sollievo o un desiderio di vendetta. «La “giustizia” sarà stata fatta, ma in questo momento l’aula di tribunale è solo una stanza piena di persone spezzate, ognuna scossa dal proprio particolare lutto. L’aria è appesantita da tutti quanti». Il memoir, di fatto, problematizza la riapertura del caso, immaginandola anche come un ulteriore modo di provocare sofferenza ad una famiglia già devastata dal dolore. Il rischio, ben evidenziato da Nelson, era quello di una nuova traumatizzazione a causa del mettersi a confronto con un passato che si era deciso di ignorare, nascondere ed eliminare. 

La forma del testo è molto interessante in quanto il memoir si presenta anche come narrazione metafotografica: nei capitoli si trovano infatti diverse descrizioni di reperti fotografici cruenti tratti dalla scena del crimine, che rendono ancora più tangibile il ricordo e consentono un’immersione totale del lettore nella storia. Sono alcuni dettagli che Nelson nota in queste fotografie, durante il processo, a favorire un ritorno del represso, risvegliando in lei dei ricordi e creando un tessuto complesso di rimandi e di identificazione postuma. Stilisticamente il testo è poi molto evocativo: ad un lessico efferato e basso viene infatti mescolato un linguaggio dalla forte carica poetica e immaginativa. 

La scrittura, ancora una volta per questa autrice americana, si rende modalità di organizzazione di un’interiorità frantumata dalle sofferenze, modo, anche inconscio, per abbracciare le sue ombre. Nelson, infatti, scrive: 

Forse la vergogna che provo è un sostituto della vergogna che penso qualcuno dovrebbe sentire. O forse è dovuta al fatto che durante il processo a Leiterman sto seduta […] con un blocco per gli appunti e una penna, annotando tutti i dettagli macabri […]. Dettagli che sto riassemblando qui – in presa diretta – per motivi che non mi sono chiari né giustificabili, e forse non lo saranno mai. 



Recensione di Carlotta Danesin

Maggie Nelson, Le parti rosse. Autobiografia di un processo, traduzione dall’inglese di Alessandra Castellazzi, 2026, Nottetempo, pp. 199, ISBN 979-12-5480-230-4