“troppe pupille! ma ora vedo bene
e cosa ho trovato?
il vuoto.”
Attraverso la semplicità della sua lingua, il poeta disvela l’amara verità celata allo sguardo umano, di norma offuscato dalla sicurezza in un’esistenza sorretta dal senso. È questo disvelamento a rappresentare il nucleo del più recente progetto poetico di Nicola Argenti.
Classe 1978, Argenti vanta una carriera professionale ed artistica eclettica, così come una produzione letteraria sperimentale, che spazia da componimenti in prosa – è il caso della raccolta di racconti Di uomini e mostri. Brevi cronache dal mondo (2022) – a lavori strettamente poetici come La rosa nel magma (2021) e L’esercizio involontario dei sogni (2025). Proprio in quest’ultima categoria rientra anche la nuova silloge Ingannevole più di ogni altra cosa (Connessioni, 2026).
Coerentemente con l’intento di rappresentare la condizione umana nella sua crudezza metafisica, la raccolta presenta numerosi riferimenti al trascendente, a cominciare dal titolo, che è una parziale citazione al capitolo 17 del Libro di Geremia, in cui si allude – definendo il cuore come ingannevole – alla possibilità per l’uomo di avvicinarsi al sacro solo a patto di liberarsi della componente egoriferita dell’emozionalità. A questo primo rimando fa seguito l’epigrafe, omaggiante il romanzo di José Saramago Il vangelo secondo Gesù Cristo, con l’esplicito invito ad accettare la solenne vacuità dell’esistenza.
L’opera effettiva si struttura in tre sezioni: Della materia immobile, Ingannevole più di ogni altra cosa e Finzioni. Una triade che, muovendo dall’altro da sé, traccia un pellegrinaggio la cui meta finale è una consapevolezza diversa e disincantata.
Così, il primo capitolo si sofferma sugli oggetti del quotidiano: la pipa bruciata dal sole; gli statici utensili da cucina che scandiscono un tempo inerte; gli abiti che sfuggono a cuciture su misura per mostrarsi nella loro informe natura di drappo. Gli oggetti, dunque, semplicemente stanno nell’esistenza, sussistono “decompressi” rispetto alla soffocante significanza che la ragione umana impone loro. Questo stato è particolarmente visibile nella poesia incipitaria, Aspetta lì: «la pipa arsa dal sole / fuori, dietro la finestra / manifesto di indolenza».
Ma se l’aggettivo “arsa” e la scelta di mettere in primo piano un correlativo oggettivo sono di memoria evidentemente montaliana, in Argenti l’espediente viene tuttavia esplicitato come manifesto di indolenza, e col procedere della lettura gli enti iniziano ad essere privati gradualmente di senso: l’autore romano toglie programmaticamente alla poesia il suo potere e priva l’oggetto della pluralità di significati possibili che l’uomo vorrebbe e potrebbe attribuirgli. Un venir meno che investe anche la natura, la quale, afferma Argenti, non riconosce l’umanità poiché dotata di un ciclo vitale a sé stante.
Nella seconda sezione si assiste a una continua oscillazione tra l’accettazione della vacuità e il suo rifiuto, laddove natura e oggetti quotidiani vengono gravati dall’onere di un significato a cui rispondere e appartenere. Qui più che mai diventa chiaro come l’«inganno» che battezza la seconda sezione (eponimo dell’intera opera) si riferisca alla patina illusoria che ricopre le cose del mondo quando esse vengono manipolate da un logos abituato a concettualizzare l’esistente, rendendolo antropomorfo e facendolo discorso. Ne deriva che elementi come la sabbia, il mare, la strada asfaltata, il soffitto crepato o un semplice pezzo di pane si riducano a meri riflessi dell’umano, fungendo da momenti epifanici nonché da specchi in cui osservare e ricordare se stessi. Non solo, a quest’altezza anche il corpo diventa mezzo attraverso cui imprimere la propria traccia nel mondo: «i denti ingialliti e rovinati» sono il simbolo di una vita amara, la tosse un segno egoistico di appartenenza al reale: «potrei essere un ingranaggio determinante / nella traballante meccanica dell’universo».
Ma è esattamente questo l’inganno in cui l’uomo ricade se guidato dal cuore, e cioè dalla propria corporeità ed emotività. In effetti anche il corpo, disperatamente proteso verso uno scopo ultimo ed eterno, è in fin dei conti destinato alla decomposizione. A sopravvivere sembrano essere solo i rapporti interpersonali, capaci di rendere sopportabile l’inopia del vuoto: mentre la tragicità dell’amore pone l’uomo di fronte alla propria finitezza, ecco che la genitorialità infonde speranza di conservazione. Tuttavia, sia nel dolore sia nel sollievo, l’alterità rimane una testimonianza del proprio esistere, elusione di una miseria incolmabile.
La raccolta si conclude poi con Finzioni, alla quale Galli attribuisce, nella prefazione, il tentativo di rinnovamento spirituale, riferendosi ad una depurazione dello sguardo derivata «dallo sforzo di sceverare l’essenziale». Nondimeno, il capitolo integra anche poesie non immediatamente riconducibili a questo intento rigenerativo, e tale eterogeneità è forse da ricondursi ad un’intenzionale asistematicità che attraversa l’intera raccolta, nella quale la giustapposizione di una struttura inorganica ad un linguaggio di facile fruizione costituisce, per il lettore, l’avvicinamento agevolato alla discontinuità del reale.
Recensione di Giulio Bruzzolo e Francesca Novelli
Nicola Argenti, Ingannevole più di ogni altra cosa, a cura di Matteo Fais e Giorgio Galli, 2026, Connessioni, pp. 76, ISBN: 9791282824019
