«La cosa più difficile al mondo è vivere una volta sola»
Con questa frase si apre l’ultimo romanzo di Ocean Vuong, L’imperatore della gioia (Guanda, 2025), che arriva dopo l’eco del suo esordio narrativo, Brevemente risplendiamo sulla terra (La nave di Teseo, 2020). Prima ancora, l’autore vietnamita si era presentato come una delle voci poetiche più originali della sua generazione, con la raccolta poetica Cielo notturno con fori d’uscita, vincitrice del T.S. Eliot Prize nel 2017, nella quale emergevano i temi più cari all’autore, destinati a riaffiorare nelle sue opere successive.
Il narratore colloca la vicenda in uno spazio-tempo preciso: East Gladness, in Connecticut, il 15 settembre 2009. Il protagonista, Hai, è un ragazzo vietnamita-americano di diciannove anni, cresciuto in una famiglia immigrata negli Stati Uniti dopo la guerra del Vietnam. Fin dal primo capitolo, attraverso una lettura attenta, emergono le linee di forza dell’intera storia. La città post-industriale, sfondo del racconto, è descritta attraverso una topografia della morte: il cimitero «dalle cui lapidi i secoli hanno cancellato i nomi», le ambulanze che fendono il silenzio, l’agenzia di pompe funebri nella via principale, e in lontananza «una carcassa di un animale investito la settimana prima». È un paesaggio dove il tempo ha eroso ogni tradizione («qui in realtà niente si ferma, a parte noi»): l’ex residenza del sindaco è stata trasformata in rifugio per tossicodipendenti, la fabbrica della Colt riconvertita in uno stabilimento della Coca Cola. I nuovi simboli del capitalismo, Burger King, AutoZone, Mattress Firm, Family Dollar, Dollar General si impongono ridisegnando il paesaggio urbano. Allo stesso tempo, i retaggi della guerra persistono in forme più silenziose, nelle case costruite per gli operai della cartiera, ora ospitanti «veterani che tornano da qualunque campo di battaglia immaginabili».
Nelle primissime pagine, attraverso una prosa controllata e carica di immagini suggestive, Vuong costruisce un luogo in cui le vite dei personaggi sembrano muoversi tra strutture già esaurite («vi troverete a camminare in mezzo a generazioni di voglia di viaggiare bruciata fra sedili in finta pelle»), in cui crescere significa imparare ad abitare ciò che resta dopo la fine delle promesse, a vivere pagando «le tasse su ogni per starcene sulle sponde più erose di un fiume che diventa l’obitorio dei nostro sogni».
La vicenda ruota attorno a due personaggi, Hai e l’anziana Grazina, che si incontrano quando il ragazzo attraversa un momento di estrema fragilità, arrivando a tentare di togliersi la vita. Lei, emigrata dopo la Seconda Guerra Mondiale dalla Lituania, gli darà rifugio in cambio di assistenza. Sono entrambi immigrati, emarginati, inadatti ad una società scandita dai ritmi della produzione.
Grazina è affetta da demenza, e questo altera il suo rapporto con il passato, portando a galla frammenti di una donna che ha attraversato la guerra e la miseria. La lingua che parla è strumento di espressione della memoria ma anche di allontanamento, poiché spesso incomprensibile e distante. Nonostante la sua vulnerabilità, Grazina rappresenta una forma di resistenza, pur nella solitudine e nella povertà, alle violenze che l’hanno segnata. Nel tentativo di dare ordine alla propria esistenza, compie piccoli gesti ripetitivi, come sbriciolare i dinner rolls sul pavimento «ogni volta che l’anima si fa confusa».
Hai tenta di intraprendere una nuova strada, una breve tappa all’interno di un percorso di formazione privo di reali esiti positivi, trovando lavoro. È così che scopre l’Homemarket, una catena di fast food capace di «trasformare il cibo in sentimento», terza in America per volume di incassi. Qui, mentre prova faticosamente a costruire una nuovo futuro, finirà per entrare in un meccanismo più grande di lui, destinato a rivelare il vero volto dell’America:
“Era entrato a far parte del personale, guadagnandosi un eterno presente, che si manifestava solo nella sua esistenza funzionale del cartellino orario. Non aveva una storia perché non gli era richiesta, e non avere storia significava non avere tristezza. Invece, era diventato parte di una manodopera che nutriva la gente. Era il carburante dell’America”
L’eterno presente del turno annulla il passato e anestetizza il dolore. L’individuo si riduce a funzione, a forza-lavoro che alimenta un sistema più vasto. La descrizione del locale insiste su questa ambivalenza: in superficie tutto è perfetto, rapido, confortevole; dietro il bancone, invece, affiora una materialità meno rassicurante. Hai si chiede se qualcuno sappia davvero cosa mangia:
“Un ristorante ‘poteva servire avanzi del giorno prima’, e per legge il purè di patate può contenere fino al 2 per cento di escrementi di topo e fino al 3,5 per cento di frammenti di insetti. Una volta vede Maureen, per noia, gettare una mosca su un pollo che arrostiva, osservandola sfrigolare e contrarsi fino a diventare un bitorzolo nero sulla pelle croccante”.
L’immagine conturbante incrina definitivamente l’immagine del fast food.
Oltre a Grazina, Hai entra in contatto con nuove figure all’interno dell’Homemarket, un luogo popolato da persone ai margini della società – prostitute, reduci di guerra, tossicodipendenti -, che tuttavia riescono a costruire una fragile comunità. Tra questi compaiono BJ, la manager; Maureen, eccentrica e convinta sostenitrice di teorie bizzarre; e Sony, il cugino di Hai, segnato da un disturbo cognitivo che influisce sul suo modo di relazionarsi con gli altri e sulla sua ossessione per la guerra civile americana. Insieme costituiscono gli ingranaggi di un microcosmo umile e marginale, che rappresenta una versione alternativa e disillusa del sogno americano.
I personaggi all’interno dell’Imperatore della gioia si allontanano dalla narrativa del self-made man americano e da qualsiasi possibilità di redenzione. L’imperatore del titolo finisce per essere una figura invisibile e grottesca; all’interno della narrazione non c’è gioia o salvezza, né possibilità di risvolti positivi. Nell’esergo del romanzo compare la celebre citazione di Amleto: «Il tuo verme è il tuo unico imperatore / noi ingrassiamo tutte le creature per ingrassare noi / e ingrassiamo noi per ingrassare i vermi», che suggerisce fin da subito la visione profondamente disincantata e materialistica dell’esistenza che attraversa l’intero romanzo, in cui ogni gerarchia umana è destinata alla decomposizione.
Non c’è speranza di cambiamento, i personaggi attraversano il dolore senza gesti eroici, trovando consolazione nel reciproco sostegno. L’autore stesso, in alcune interviste, parla di kindness without hope, una gentilezza che non chiede nulla in cambio, una forma di interazione dove c’è la consapevolezza che questa non può cambiare niente – come quella tra Grazina e Hai, o tra i dipendenti dell’Homemarket – eppure continua ad esserci.
Recensione di Sofia Crincoli
Ocean Vuong, L’imperatore della gioia, traduzione dall’inglese di Norman Gobetti, 2025, Guanda, pp. 432, ISBN: 9788823535183.
