“Mancanza di immaginazione, penso. Affligge me o lui? Sono io che non riesco a elaborare una versione diversa dalla fuga o lui che non può concepire un’alternativa a quello che è già stato fatto, nei secoli dei secoli? Siamo vittime della stessa maledizione?”
«Ci ho provato, ogni tanto (ripetevo, ripetevo, ripetevo – fallivo). Per ripicca, ho eccelso nell’opposto. Sono Malefica»: così racconta sé stessa Aurora, protagonista del romanzo d’esordio della giovane autrice padovana Nicole Trevisan. Malefica è un racconto velenoso e tagliente attraversato da un sentimento di rabbia che, tramite la voce femminile, restituisce lo sguardo di una generazione disillusa, segnata da una precarietà non solo lavorativa, ma anche sentimentale. Non a caso, il titolo richiama inevitabilmente il personaggio Disney di Malefica: figura vendicativa e orgogliosa, la cui crudeltà nasce da un’offesa banale, un’icona che incarna la postura della protagonista del romanzo.
Aurora torna nel suo paese natale dopo aver saputo della morte di Andrea, uno dei suoi amici più cari. Il rientro forzato e improvviso la inchioda dentro i meccanismi della campagna veneta che aveva lasciato in cerca di un futuro diverso. I brevi giorni previsti si dilatano fino a diventare un tempo senza scadenza: quella che doveva essere una rapida sosta si trasforma in un tentativo di ristabilirsi nel luogo d’origine.
Il tema del ritorno e del conflitto sono le coordinate attraverso cui leggere Malefica. Con sguardo cinico e fermo, Aurora prova a riallacciare i rapporti di un tempo e a conquistare una stabilità lavorativa, in contrasto con la sequenza di occupazioni precarie e intermittenti che aveva sperimentato a Roma. Con queste premesse abbandona la capitale per tornare in «una terra capace solo di assomigliare a sé stessa un decennio dopo l’altro».
La pianura veneta diventa lo sfondo di un vuoto fatto di nebbia, capannoni e legami irrisolti; una sensazione che anima anche l’ultimo film vincitore del premio Donatello: Le città di pianura (Francesco Sossai, 2025), dove il ritorno al paese produce lo stesso spaesamento, la stessa impossibilità di riconoscersi in ciò che si aveva lasciato indietro. La dimensione provinciale, nel romanzo, prende forma attraverso le dinamiche generazionali del contesto familiare. Nei suoi genitori Aurora riconosce la fatica di chi ha costruito la propria vita sul lavoro continuo e sul sacrificio, con la convinzione che la disciplina e la dedizione avrebbero prima o poi garantito una forma di riscatto. Tuttavia, lei non sente di voler abitare quella realtà.
“Era fondamentale uscire dalla mediocrità: vivevamo in paese, in una piccola porzione di bifamiliare e pagavamo l’affitto a una mezza parente, una vedova millenaria. Non essere proprietari era riprovevole: loro si vedevano benestanti, col prato irrigato e le ringhiere in ferro battuto ma, non potendo contare su eredità di famiglia né rendite pregresse, dovevano arrivarci per sacrificio e abnegazione. Otto ore al giorno con straordinari, lavoretti per amici se capitava, sabati e domeniche a ripulire il cantiere, smantellare, spaccare dove serviva e dove si poteva per risparmiare il più possibile”.
Aurora vede in Michael, il fratello maggiore, il riflesso incompiuto della vita che avrebbe potuto scegliere. Anche lui «avrebbe cercato un appezzamento di terra per erigerci sopra il suo glorioso avvenire» proiettando nel presente lo schema ereditato dai genitori e che desiderava per sé. La madre, dal canto suo, tenta di comunicare con la figlia ma il dialogo è impraticabile: le due visioni non si allineano e ogni incomprensione si trasforma in uno scontro che le vede ferme ai lati opposti di una porta chiusa.
La narrazione è intervallata da episodi passati: le analessi riportano in superficie ricordi che definiscono il modo in cui Aurora interpreta il presente. Quando, da bambina, le maestre le chiesero di disegnare la propria famiglia, lei scelse di abbozzare il padre senza bocca. Un segno insignificante che, letto con attenzione, si traduce in un’assenza di confronto con la figura paterna, troppo impegnata o stanca. La distanza che la separa dalla famiglia non nasce dall’odio, ma da una quotidianità fatta di mancanze banali: «i miei genitori mi volevano bene. È che avevano da fare».
La solitudine di Aurora è tale da impedirle un dialogo autentico anche con la sua ragazza conosciuta a Roma. Non è un caso che l’autrice insista su precise scelte stilistiche: le telefonate tra le due, ad esempio, vengono riportate solo attraverso le parole di Aurora, mentre la voce dell’altra parte resta fuori campo. Allo stesso modo, è significativa la scelta linguistica: Aurora parla in italiano, la lingua che da bambina associava all’autorevolezza e all’emancipazione, mentre i genitori continuano a esprimersi in dialetto: «Ero io a preferire l’italiano, la lingua delle maestre, dei preti, degli adulti affidabili. A loro non piaceva, a nessuno piaceva. Era una cosa da spocchiosi. Da estranei». La lingua diventa così un ulteriore strumento che la separa dal luogo d’origine. C’è un’insistenza su alcune forme dialettali utilizzate dai suoi genitori o compaesani che rimandano ad un sistema di valori condiviso, da cui Aurora si sente emarginata: «‘perdersi via’ significa svagarsi, intrattenersi con passatempi piacevoli che esulano dai doveri imposti. Un termine spesso associato all’infanzia e alle persone anziane; in rari casi, di perdersi via è permesso agli adulti oberati dal lavoro e dalla vita familiare, con la corsetta, il drink con le amiche, una lezione di pilates o un giro in bici».
L’unica persona con cui Aurora è in grado di esprimersi è il personaggio assente del romanzo, colui che non è in grado di risponderle concretamente. Lei è consapevole di questo meccanismo tanto che, fin dalle prime pagine, si rivolge all’amico Andrea con queste parole: «non so se i morti pensano, se possono ricordare. Non cercherò un medium per togliermi il dubbio. Preferisco decidere di testa mia, credere che tu mi stia ascoltando».
Aurora vuole sottrarsi a tutto ciò che la trattiene. La città le aveva offerto l’anonimato, una precarietà che le dava un senso di libertà. Eppure anche quella vita aveva un prezzo, e nel momento in cui torna nel paese d’origine si scopre estranea all’una e all’altra realtà. La routine del paese le ricorda il suo momento di ribellione che credeva un atto di emancipazione e che invece l’ha lasciata senza un luogo in cui riconoscersi.
Malefica racconta la rabbia di chi tenta di liberarsi da un sistema di aspettative e fallisce, ritrovandosi intrappolato negli stessi retaggi culturali. Aurora vive in una sfera di incertezze che ha contribuito a costruire e che ora la sovrasta: un equilibrio instabile che la spinge a reagire con cinismo in ogni situazione e a leggere ogni gesto come una minaccia. Il suo è un ritratto di una generazione che non smette di muoversi e che allo stesso tempo non sa come mettere radici.
Recensione di Sofia Crincoli
Nicole Trevisan, Malefica, 2026, Fandango, pp. 274, ISBN: 9798707743962
