“Se il mondo reale diventa finzione semplicemente rivelando il lato nascosto degli esseri umani che lo abitano, è altrettanto vero il contrario: i personaggi più reali, più “rotondi” della finzione sono quelli che conosciamo in modo più intimo, in un modo cioè in cui non potremmo mai conoscere le persone nella vita reale”.
«Ma l’interno, tutto quello spazio interiore che nessuno vede mai, il cervello e il cuore e le altre caverne dove pensiero e sentimento danzano il loro sabba». Con questa epigrafe, tratta da Molloy di Samuel Beckett, Dorrit Cohn apre Menti trasparenti. Rappresentazioni narrative della vita interiore (Transparent Minds. Narrative Modes for Presenting Consciousness in Fiction), saggio pubblicato originariamente nel 1978 e tradotto integralmente in italiano per la prima volta nel 2025 da Gloria Scarfone per Carocci.
Considerata una delle voci più autorevoli della narratologia novecentesca, Dorrit Cohn indaga, attraverso un’analisi comparata, i meccanismi linguistici e stilistici che rendono rappresentabile la coscienza nella narrativa di finzione. Pur collocandosi nella tradizione narratologica, Menti trasparenti si distingue nettamente tanto dalle teorie strutturaliste dell’epoca, che «applicano alle tecniche di rappresentazione della coscienza lo stesso modello impiegato per le tecniche del discorso pronunciato», quanto dalla critica nordamericana coeva che, riconoscendo l’emergere della coscienza pensante solo con il modernismo, appiattisce «tutte le tecniche a un’unica e vaga “tecnica del flusso di coscienza”».
Due opere della germanistica del secondo Novecento sono state essenziali per lo sviluppo del pensiero di Cohn. La prima è La logica della letteratura (1957) di Käte Hamburger – tradotta in italiano solo nel 2015 –, dalla quale Cohn trae, attraverso il concetto di «Fiktion», il fondamento teorico dell’accesso alla mente altrui come possibilità esclusiva della finzione narrativa – tema che sarà poi approfondito e ripreso nel suo ultimo saggio, The Distinction of Fiction (1999). La seconda è l’opera di Franz Karl Stanzel Die typischen Erzählsituationen im Roman (1955) – di cui manca tuttora una traduzione –, che offre una cornice tipologica utile a classificare le diverse modalità di rappresentazione della coscienza.
A partire da queste basi, l’interesse di Cohn non si limita alla classificazione delle tecniche narrative, ma si concentra sulla loro funzione conoscitiva: come cambia l’accesso alla coscienza quando la voce del narratore sfuma in quella del personaggio? Si può ancora parlare di racconto quando parola e azione coincidono, e la parola non è né detta né scritta?
Il saggio attraversa una gamma articolata di forme – dal monologo citato a quello narrato, dalla scrittura diaristica all’autobiografia finzionale – per mostrare come ciascuna plasmi in modo specifico la rappresentazione della coscienza, delineando al contempo una lettura della storia del romanzo nel secolo del realismo psicologico. Menti trasparenti non è quindi solo uno studio delle tecniche narrative, ma un’indagine sulla trasformazione del modo di raccontare la mente. Seguendo il passaggio da una narrazione di marca autoriale a una sempre più «figurale» e «soggettiva», Cohn mette in luce una continuità nelle forme di accesso all’interiorità, opponendosi all’idea «che la coscienza pensante fosse comparsa nella finzione solo con Joyce».
Tra i più rilevanti contributi alla disciplina forniti dal saggio spicca, nella prima parte dell’opera (La coscienza nei contesti di terza persona), la riflessione di Cohn su come i «romanzi figurali» in terza persona risultino più efficaci nel rappresentare la coscienza, proprio perché evitano la mediazione consapevole dell’io narrante. Nella seconda parte (La coscienza nei testi in prima persona), invece, l’autrice evidenzia come il ripensamento del monologo interiore come forma narrativa autonoma corregga una semplificazione ricorrente nella teoria letteraria del Novecento: testi come I lauri senza fronde (Les lauriers sont coupés, 1887) di Édouard Dujardin o Penelope, episodio conclusivo dello Ulysses (1922) di James Joyce, infatti, non utilizzano il monologo interiore come semplice tecnica inserita nel racconto – ad esempio nella forma del discorso indiretto libero –, ma come impianto strutturale dell’intero testo. Il risultato è una forma narrativa autosufficiente, che, abbandonando le caratteristiche tradizionali della narrazione, apre a una nuova idea di finzione, non più narrativa in senso stretto, ma integralmente mentale: un romanzo dove la coscienza è, in ultima analisi, l’unico personaggio.
Recensione di Eleonora Tosetto
Dorrit Cohn, Menti trasparenti. Rappresentazioni narrative della vita interiore, traduzione dall’inglese di Gloria Scarfone, 2025, Carocci, pp. 333, ISBN: 9788829027880
