“Anche quando noi ci illudiamo di raccontare cose realmente accadute, raccontiamo pur sempre dei sogni – sogni di ubriachi intrisi di oblio e menzogna.”
Come il titolo lascia intendere con sufficiente trasparenza, Mia nonna e il Conte è il piccolo e delicato libro cui Emanuele Trevi consegna il racconto dell’incontro in tarda età fra Peppinella, la nonna del narratore, e il Conte, un affascinante uomo d’altri tempi ancora intriso dei minimi rituali della cortesia mondana.
Le sue cento pagine lo rendono uno dei più brevi nella bibliografia di un autore in cui l’esiguità della mole funge comunque da caratteristica trasversale, espressione quasi totemica di una sorta di frammentaria leggerezza esistenziale.
Dal punto di vista tematico, a emergere come cuore luminoso del libro, in particolare nella seconda metà, è il carattere straordinario, quasi miracoloso, di questa ‘storia d’amore’ senile – così improbabile che il testo addirittura esita a definirla tale, tanto essa si discosta dall’orizzonte d’attesa cui la formula rinvia (p. 83). A predominare, nello sguardo del narratore, è piuttosto una sorta di genuina meraviglia che confina con l’epifania: «dunque si poteva stare insieme bene» (p. 85), scoperta subito contrapposta alle croniche difficoltà relazionali che contraddistinguono la rappresentazione dell’amore nel contemporaneo.
Il legame fra Peppinella e il Conte assume insomma un’importanza pressoché iniziatica per il protagonista che lo commenta, confermando la presenza di un meccanismo narrativo ricorrente della scrittura di Trevi. Sebbene infatti anche in questo libro si tratti di Due vite (come nel fortunato memoir del 2021), a imporsi è soprattutto la terza, quella del personaggio che dice io. Il testo si regge quindi su una sorta di mobile triangolazione che è insieme attraverso e dentro il tempo, in cui l’io rievoca i suoi personaggi dal presente della scrittura, ma anche vi interagisce di persona all’interno del passato ricordato. Questi due piani si sovrappongono costantemente, quasi programmaticamente, rivelando un complesso intreccio spazio-temporale sotteso all’apparente linearità del dettato: è senza dubbio questo a provocare quel tipico «sentimento del tempo» di cui parla il risvolto di copertina e che è evidenziato in alcune frasi del libro dalla grande forza aforistica – una lontananza e compresenza di tempi diversi nell’unico tempo della mente e della scrittura.
Sentimento tipico, si diceva, in quanto i testi di Trevi sono pervasi tutti da un costante senso di incantata incredulità, di messa in discussione del confine tra la realtà e la finzione. Riecheggiando la fulminante espressione attribuita al padre nel precedente La casa del mago («noi non siamo né veri né falsi»), tale tematica affiora anche qui con regolarità, ad esempio quando il racconto di fatti realmente accaduti è assimilato a quello di «sogni di ubriachi intrisi di oblio e menzogna» (p. 99), o la stessa relazione tra la nonna e il Conte viene paragonata a un romanzo (p. 109).
Sebbene il libro di Trevi prosegua, sulla scia del precedente, l’esplorazione di rapporti familiari, ciò non permette di assimilarlo alla declinazione testimonial-emotiva del memoir né del romanzo familiare contemporanei. A marcarne la distanza rispetto a questi generi, oltre alla leggerezza e alla tonalità in minore della narrazione, è soprattutto il fatto che le vicende personali, e le vicende umane in generale, sono sempre inserite su un preponderante sfondo universale – sfondo archetipico, psicanalitico e qui anche latamente teologico, di un pagano «gioco degli dèi» (p. 55) nel quale sfumano le responsabilità dell’agency individuale.
Le linee fin qui descritte deflagrano insieme nel finale del libro, di ascendenza quasi da romantico culto delle rovine, con la grandiosa descrizione dello stato attuale della casa di Peppinella ormai vuota e dominata dalla prosopopea dell’Incuria. Come nella Recherche di Proust, la fiducia nel valore salvifico dell’arte convive così con la spietata demolizione dell’illusoria eternità della letteratura; con la consapevolezza che tutti i libri andranno presto o tardi dispersi, distrutti. Se il narratore di Trevi dichiara di essere stato mosso alla scrittura da una sorta di obbligo testimoniale, è altresì consapevole che tale testimonianza vale soltanto in relazione alla temporalità ridotta dell’esistenza umana – non certo per quella del «mare borbonico che se ne fotte» (p. 109), sulla cui schiumante indifferenza il testo si chiude.
Da ultimo, una suggestione più circostanziata: in Mia nonna e il Conte sembra appunto all’opera un forte ipotesto proustiano il quale, oltre che nella conclusione, si riverbera nell’ambientazione campestre, nella meticolosa rievocazione dell’infanzia, nel rapporto identitario con i libri, di cui Trevi aveva già trattato in una bella prefazione al Piacere della lettura. Più di tutto, ad avvicinare Marcel al nostro ipotetico Emanuele è l’orientamento affettivo: «sono stato molto più cocco di nonna che di mamma», dichiara quest’ultimo in eco alla nonna della Recherche – ennesima rifrazione, stavolta letteraria, di un testo che tratta il tempo come una stratificazione mentale della materia, e la memoria come una «grande impastatrice» (p. 81).
Recensione di Giovanni Salvagnini Zanazzo
Emanuele Trevi, Mia nonna e il Conte, 2025, Solferino, pp. 128, ISBN: 978-88-282-1754-1
