“Tu vieni da qui, dunque. Mi sento ridicola. Me ne sto lì come un gatto nero, velata, in mezzo alle rovine di una storia che non sarebbe potuta andare peggio. Vorrei che le colonne rompessero il loro silenzio e mi raccontassero com’è stato possibile arrivare a questo punto”.
Jina Khayyer è una scrittrice, poetessa, pittrice e giornalista, nata in Germania e trasferitasi poi in Francia, di origine iraniana: tracce biografiche che in parte condivide con la protagonista del suo romanzo d’esordio, Nel cuore del gatto, assieme alla propria identità di donna queer e al proprio nome, Jina. La sovrapposizione tra autrice e personaggio è incoraggiata quanto duplice: Jina è anche Jina Mahsa Amini, la ragazza curda assassinata dalla polizia morale a Teheran nel settembre 2022, la cui morte ha scatenato l’ondata di proteste che ha scosso l’Iran e ne ha acceso la rabbia e la speranza.
È a partire da questa identificazione che comincia il romanzo. La Jina di carta, atterrita dalle notizie dalle quali si sente direttamente chiamata in causa e che però vive in differita dalla Germania, torna con la memoria a quando, ventenne, aveva per la prima volta messo piede a “casa” e assieme alla sorella Roya aveva attraversato il Paese per riscoprire le proprie origini. Il loro viaggio “nel cuore del gatto” (la forma dell’Iran ricorda infatti quella del felino), da fatto personale volto a raccogliere i pezzi della propria storia, diviene così mezzo per spiegare il presente. Un tentativo di restituire senso e profondità a un luogo bellissimo quanto violento, stratificato e complesso quanto apparentemente schiacciato e appiattito nella sua tragedia.
Il quadro che via via viene a formarsi si compone dei ricordi delle vite delle donne della famiglia di Jina, che generazione dopo generazione sopravvivono ai cambiamenti del Paese. Dalle loro parole, il privato (ma sempre condiviso all’interno della comunità formata da parenti e amici, perché come rimarca Roya: «Qui la solitudine non esiste») si rivela dimensione salvifica, impermeabile alla politica da cui tuttavia non può nascondersi. La convivialità si dimostra spazio di quiete e resistenza assieme alla lingua, il persiano, che nella propria matrice poetica conserva la vera anima, gentile, della cultura iraniana. Mentre l’essere donne e persone queer si connota, suo malgrado, come gesto rivoluzionario.
Il testo ha un carattere frammentato e uno stile pregno di contrasti. Momenti di grande lirismo, poetici nelle parole e nelle immagini, si accostano a frasi secche e lapidarie, che colpiscono come frustate e riportano con i piedi per terra, rendendo la lettura un’esperienza sorprendente, in parte dolorosa. La particolare posizione della protagonista (e dell’autrice) dovuta alla realtà della diaspora le permette di fare da intermediaria tra quello che è il “nostro” mondo e la realtà altra della vita sotto il regime, che similmente ai corpi velati che lo abitano palpita e brucia, nascosta alla vista.
Colpisce, tra tutte, il personaggio di Nika, la nipote di Jina, ultima nata delle donne della famiglia, portavoce della generazione che ha deciso di non scappare e opporre la propria vita all’oppressione, non sottraendosi e anzi consegnandosi interamente alla lotta per la libertà. Ultimo anello della catena della sofferenza, giunta ormai al punto di rottura, la figura di Nika non può che interrogarci, noi che assistiamo al suo coraggio solo come spettatori, e colpire a fondo con la propria determinazione: «Un giorno avrò una figlia. Non voglio che mia figlia debba vivere quello che sto vivendo io. Mia figlia non erediterà il mio silenzio».
Recensione di Matilde Gallo
Jina Khayyer, Nel cuore del gatto, traduzione dal tedesco di Silvia Albesano, 2026, Iperborea, pp. 304, ISBN: 9791281724754
