“Qualche civiltà aliena potrebbe avvistarli e chiedersi: cosa ci fanno qui? Perché non vanno da nessuna parte, girano solo su se stessi? La Terra è la risposta a tutte le domande. La Terra è il volto di un innamorato felice; la guardano dormire e svegliarsi e si perdono nelle sue abitudini. La Terra è una madre che aspetta il ritorno dei suoi figli, pieni di storie, di estasi, di nostalgia. Le loro ossa sono un po’ meno dense, le loro membra un po’ più sottili. Negli occhi tante visioni difficili da raccontare.”
Osservare la Terra, il pianeta che ogni giorno abitiamo senza stupore, a 400 chilometri di distanza può rivelarsi un esercizio di profonda intimità, dove la dimensione di essere umano cambia prospettiva. È questa alterazione dello sguardo a permeare le parole del romanzo Orbital (2025, NN editori), quarto tra le opere dell’inglese Samantha Harvey, vincitrice del Booker Prize 2024.
All’interno, 6 astronauti di diversa nazionalità convivono con l’idea di formare una «famiglia per aria», sono l’uno l’ancora dell’altro, un esempio di umanità proiettato nello spazio: Pietro italiano, Nell inglese, Chie giapponese, Shaun americano, Anton e Roman entrambi russi. Qui, nella Stazione Spaziale Internazionale, il pianeta viene percorso 16 volte al giorno, con le rispettive albe e tramonti. Il tempo della narrazione corrisponde ad una giornata terrestre di 24 ore, ma nello spazio le ore si manifestano in modo completamente differente: l’alternanza rapida tra luce e buio, dovuta alla velocità con cui la stazione compie un giro completo sulla Terra, crea un tempo frammentato e circolare che si riflette nella struttura del romanzo. Ad ogni alba e tramonto, i 6 personaggi sospesi nel vuoto rimangono incantati dalle porzioni di Terra illuminate.
Prima di venire qui, avevano la nozione dell’altra parte del mondo, un qualcosa di lontano e irraggiungibile. Ora vedono che i continenti si fondono l’uno con l’altro come giardini incolti (…). Continenti e paesi si susseguono e la Terra non sembra piccola, no, ma infinitamente unita, quasi, un poema epico di versi che scorrono.
Fin dall’inizio i personaggi si fanno testimoni di una dicotomia tra colui che guarda e l’oggetto che viene guardato, la Terra. Se da un lato gli astronauti rimangono indicibili di fronte alla sua bellezza, dall’altro essa riflette tutte le fragilità dell’essere umano, a partire dalla loro incapacità di muoversi, i mal di testa, l’assenza di gravità, la necessità di fare esercizi per non antropomorfizzare i propri muscoli. La difficoltà sta nel sorreggere questa divergenza di sguardi, tra una Terra maestosa e la finitezza umana:
Pensano: forse il problema è che è difficile essere umani. Forse è difficile passare dal credere che il proprio pianeta sia al sicuro nel centro di tutto, al rendersi conto che in realtà è un corpo celeste di dimensioni e massa più o meno ordinarie, che ruota attorno ad una stella normale (…). Scopriamo di non essere affatto speciali e in un’ondata di innocenza, quasi ne siamo confortati.
Non a caso, il romanzo si apre con una cartolina spedita dalla moglie di Shaun, raffigurante il dipinto di Diego Velázquez, Las Meninas. Sul retro, un ricordo tenero e infantile di una lezione di storia dell’arte prende forma attraverso una domanda che diventa il cuore della riflessione: «qual è il soggetto del quadro?». Nessuno riesce a dare una risposta, finché alla fine Pietro replicherà che è il cane il vero protagonista perché tiene gli occhi chiusi, in un quadro che è tutto incentrato sull’atto della visione. Esattamente come la vita dei 6 astronauti, intrappolati in una lamiera, osservano l’infinito che hanno di fronte e si interrogano sulla fragilità dell’esistenza.
Ora non vede più un pittore o una principessa o un nano o una monarca, ma il ritratto del cane. Un animale circondato da quei bizzarri esseri umani, con tutti i loro strani polsini e le gorgiere e le sete e le pose, gli specchi e gli angoli e i punti di vista. Nota tutti i loro tentativi di non essere animali e capisce quanto tutto questo sia comico, ora che finalmente lo vede.
Nell’orbitare attorno al pianeta madre, in una narrazione anti-eroica e contemplativa, in contrapposizione alla velocità della loro rotta, ci sono i singoli eventi – personali, remoti, apparentemente marginali – che colpiscono la vita degli astronauti. C’è Chie, che viene a conoscenza della morte di sua madre; Anton, che capisce che il suo matrimonio è arrivato al punto di fine, c’è il rapporto tra Nell e suo marito, il tifone al largo delle coste filippine. Ci sono questioni diplomatiche che tentano di infilarsi nella SSI: gli astronauti russi non possono usare i bagni americani, europei e giapponesi. In orbita questi accordi perdono di significato, si dissolvono nel momento in cui «respiriamo la stessa aria riciclata». Nel «margine vertiginoso di cose danzanti», l’universo, così definito dalla narratrice, emerge la realtà quotidiana terrestre, le piccolezze che attraversano la vita degli esseri umani. Non c’è nessuna trama eroica o narrazione lineare, ma un insieme di riflessioni che prendono forma e si impongono con forza nel punto di massima sospensione, lo spazio.
Tra le pagine aleggia un sentimento nostalgico e insieme di compassione per l’essere umano, un animale che si trova spaesato, distante da casa, che fluttua nel vuoto cercando una risposta di senso. Nel momento in cui a Shaun viene chiesto di rispondere alla domanda per un editoriale sull’imminente allunaggio «Come si può scrivere il futuro dell’umanità?» non riesce a pensare. «Quando vedi la Luna, o il rosa sfumato di Marte», osserva, «non rifletti sul futuro dell’uomo, ma se pensi a qualcosa pensi alla probabilità logistica che tu o chiunque tu conosca siate abbastanza fortunati da arrivarci. Pensi alla tua umanità ossessiva, sfacciata egoista». Ne deriva, ancora una volta, un modo per interrogare l’umano: «Non siamo forse una specie così insicura da specchiarci di continuo per cercare di capire cosa ci rende diversi?». E in questa consapevolezza, l’esplorazione spaziale smette di essere conquista e si rivela per ciò che è: un tentativo di sopravvivenza di una specie, «un canto ripetitivo, il canto territoriale di un animale», come ripetitivi sono i gesti, le paure, le sofferenze e le stesse orbite che stanno percorrendo.
Gli astronauti vedono il tifone formarsi nel momento in cui percorrono l’orbita 3 (in fase discendente); ne osservano la formazione, inviano foto, forniscono le coordinate geografiche, ma non sono in grado di fare nulla: «non hanno nessun potere, solo le macchine fotografiche e una vista privilegiata e carica d’ansia sulla magnificenza di quel crepuscolo. Lo guardano arrivare». La loro vista si interrompe a causa del moto della SSI, e rivedranno il tifone dopo 11 orbite. In quell’istante, non c’è più il punto di vista degli astronauti, si cala sulla Terra, nelle Filippine, tra i corpi e gli oggetti travolti dalla tempesta. La narrazione si fa anaforica: «chi è laggiù sotto il tetto di nuvolo vede la portiera di un’auto vagare per strada, seguita da una lastra di lamiera. Un albero sradicato che si schianta su una panchina (…). Vede cinquanta bambini rannicchiati dentro una barricata di banchi mentre la scuola intorno a loro viene spazzata via. Vede (…)». L’evento atmosferico non viene presentato con enfasi catastrofica, ma con uno sguardo che ne coglie la forma straordinaria, magnifica e unica: «il tifone è una candida massa che splende di luce lunare». A questa distanza l’oggetto che viene guardato viene riscoperto in tutta la sua bellezza. Orbital è un canto moderno sul fascino della natura, è un viaggio in cui la condizione di sospensione invita il lettore a ridimensionare, a contemplare e ad ascoltare il nostro pianeta. A scoprire da lontano ciò che ogni giorno sfugge a uno sguardo troppo vicino.
Recensione di Sofia Crincoli
Samantha Harvey, Orbital, traduzione dell’inglese di Gioia Guerzoni, 2025, NN editori, pp. 175, ISBN 9791255750659
