“A volte mi domando a cosa avrei pensato in tutti questi anni, se non avessi passato così tanto tempo a pensare al dolore.
Poi mi ricordo che ho comunque pensato un sacco di cose.
E poi, non sono sicura che lo scopo della vita sia pensare quante più cose possibili.”
Pathemata, l’ultimo libro pubblicato da Maggie Nelson, è un’opera autobiografica nella quale l’autrice assume la postura di un’investigatrice, panni che aveva già vestito in The Red Parts: Autobiography of a Trial (2007), un memoir nel quale Nelson rielaborava il lutto di una zia mai conosciuta, ma con la quale instaura un legame di identificazione.
In Pathemata, la scrittrice tenta di risolvere il caso del suo dolore mandibolare senza nome: nella struttura del racconto, esso è come il tronco di un albero da cui si diramano temi, scenari, immagini o ricordi che da lei sono evocati oppure che hanno una relazione di interdipendenza, anche inconscia, con l’autrice stessa.
Il suo dolore sembra non trovare sollievo: frustrata ella si affida alle cure di dottori e guru, sperando che la possano aiutare, ma essi riescono solo a farle promesse ad alto prezzo, senza alcun risultato. Nelson rintraccia nell’infanzia le radici del proprio male, quando veniva spesso definita “logorroica”, etichetta che la faceva sentire difettata: come se fosse avvenuto un transfert da un dolore emotivo ad uno fisico.
Per rendere conto dell’iter diagnostico e sintomatologico, Nelson compila un suo file personale, «sessantamila battute di cronologia del proprio dolore sul desktop del computer». In questo modo, malattia e scrittura si intrecciano e quest’ultima diventa un medium di analisi dei propri dolori fisici ed emotivi, un mezzo attraverso cui lenirli.
L’indagine, però, riguarda anche «il ruolo letterale e simbolico della bocca nella vita di una scrittrice». Sta a chi legge cogliere tutta l’ironia del suo caso: una donna che ha fatto della parola la sua professione è attaccata proprio nell’organo preposto ad esso.
Gli altri personaggi convocati nel testo rimangono anonimi e fumosi, definiti solo dalla prima lettera del loro nome. Ad esempio, H è il marito transgender dell’autrice, del quale ha parlato nel libro che è diventato un caso editoriale americano e che è tutt’ora la sua autobiografia più fortunata: Gli Argonauti (2015). H evoca il tema del profondo desiderio di Nelson di sentirsi amata, cosa secondo lei quasi impossibile, poiché, complice la sua malattia, si ritiene sbagliata.
Nel libro si instaura un meccanismo per cui la sua malattia ne trascina sulla scena altre due. La prima è una malattia globale: il Covid, il quale si lega molto al suo sentimento del materno e al suo rapporto con il figlio, che tenta di proteggere attraverso una vaccinazione che sembra introvabile. Si instaura così una complessa triangolazione tra la mandibola, il suo dover parlare in pubblico in quanto relatrice di conferenze e la mascherina.
La seconda malattia è quella che porta alla morte dell’amica C, una figura importante per la protagonista. «Il modo in cui C mi conosceva è morto con lei; d’ora in avanti sarò meno amata, meno conosciuta»: raccontando la degenerazione della sua malattia, Nelson rende conto di come una presenza confortante della sua vita è diventata una perdita.
La prosa dell’autrice è frammentaria, dispersiva, eterogenea. Si mescolano ricordi, narrazioni del suo presente e sogni, che non vengono, però, presentati come tali. Non sempre è possibile cogliere con precisione il limite tra la dimensione reale e quella onirica: quest’ultima emerge in corrispondenza di immagini che producono un’interruzione di senso del reale, come nel caso dei coltelli da burro con i quali Nelson e il marito lottano, tentando di ferirsi mortalmente. É la stessa autrice a spiegarci il valore che ha il sogno nella sua narrativa: «Proprio come nella teoria dei sogni di Freud – non è il sogno che conta, ma il racconto del sogno – le parole che scegli, i rischi che corri nell’esternare la tua mente».
La prosa di Pathemata è disomogenea anche per il largo sfruttamento di collegamenti intertestuali, sia con Sylvia Plath, alla quale l’autrice ha dedicato la propria tesi di laurea, sia con un’altra opera di Nelson, apertamente citata a testo, Jane: A Murder (2005) – una raccolta eterogenea di poesia e prosa, dedicata ancora all’uccisione della zia. Numerosi sono anche i collegamenti intermediali: dalla serie tv La famiglia Brady, che l’autrice guardava insieme al figlio, a opere d’arte come la Pietà di Michelangelo e Gli Amanti di Magritte. Oltre ad avere un grande potere di evocazione visuale, questi elementi dimostrano quanto il libro si ponga come un flusso di coscienza, alimentato dalla cultura e dall’intelligenza dell’autrice.
Pathemata è quindi un breve e intenso libro sul dolore, disarticolato e complesso, che celebra la capacità della parola di lenire la sofferenza.
Recensione di Carlotta Danesin
Maggie Nelson, Pathemata o, la storia della mia bocca, traduzione dall’inglese di Alessandra Castellazzi, 2025, Nottetempo, pp. 89, ISBN: 9791254801840
