“Se il verso successivo fosse riuscito… Quella era la questione, questo verso e il suo suono impensierivano Carl, non il naufragio del paese fuori dalla finestra. Se non riusciva la poesia, allora non riusciva nemmeno la vita.”

1989. È di nuovo questo il motore narrativo per Lutz Seiler: una Germania divisa politicamente e socialmente spaccata. Ma questo è puramente l’innesco del racconto, non lo scenario, perché il romanzo cattura solo il riflesso della Storia, pur avvicinandosi sempre di più al suo centro. Persino i personaggi, che in Kruso (2014) avevano raccolto i residui di una tempesta lontana e che in Stella 111 si trovano praticamente nell’occhio del ciclone, sembrano non vedere il cataclisma in atto: «Da qualche parte, là fuori, infuriava la storia, e i suoi genitori erravano in mezzo a quello sconvolgimento».

Se i grandi eventi sono percepiti come distanti – in un’altra parte del paese, all’altro lato della città, o nella stanza a fianco –, è perché il romanzo si proietta nell’intimità di un protagonista che si pone volutamente nelle retrovie dell’azione. «Sono tutti poeti qui, pensò Carl, tutti tranne me, io sono concime»: così riflette il protagonista in uno dei momenti politicamente più carichi del romanzo. La poesia, per lui, non è un’aspirazione, è ciò che lo tiene insieme; non è ciò che gli occupa le giornate, è il pensiero che gliele fa portare a termine. Carl è un eterno aspirante poeta, per il quale arrivare a questo mestiere è un raggiungimento tutt’altro che estetico: è uno stato di compimento personale, di posizionamento sociale.

“Un poeta. Era impensabile, ma prima o poi sarebbe stato in grado di dirlo. Un giorno sarebbe stato autorizzato a farlo. Fino a quel momento, pensò Carl, è già tanto essere considerato qualcosa, soprattutto adesso che in fin dei conti tutto era incerto. Era una protezione, una maschera.”

Carl arriva a Berlino e, dopo un rito di passaggio sotto forma di vagabondaggio, allucinato dagli effetti del freddo e della malattia, si ritrova in un altro mondo. Viene accolto dal «branco», un gruppo di improbabili lavoratori ai margini della società – e, al contempo, sua più sincera emanazione – che nell’impegno politico vedono l’ideale non di una rivoluzione ma di una lenta corrosione: una «guerriglia di lavoratori» che agisce come intorno a una calamità naturale. La loro posizione rispetto al nascente stato unificato è simboleggiata dall’attività più redditizia di questa improbabile micro-società, ovvero la vendita clandestina di pezzi del Muro, segno che per loro il 1989 ha sancito uno sconvolgimento non tanto politico quanto sociale e urbanistico, e con esso una riconfigurazione delle loro attività.

Il nucleo emotivo del romanzo è diffuso: è un centro privo di eventi, è l’attesa che il grigiore lasci il posto alla tempesta o che sfumi in un cielo sereno. In questa nebbia si addensano i sentimenti dei personaggi, capaci di una delicatezza improvvisa e inattesa. E poi, altrettanto bruscamente, ritorna la violenza e antichi traumi trovano lo spazio per deflagrare. È l’incapacità da parte di individui così disparati di stabilirsi in un unico luogo e vivere quella che la società definirebbe una “vita normale” a permettere il vero sviluppo del romanzo. Così l’avvicinamento tra Carl ed Effi parte da due traiettorie talmente diverse da non poter evolvere se non in un rapido scontro tra due esistenze, compatibili solo per quel tempo brevissimo.

Carl si immerge in questo ambiente fino a farsi coinvolgere totalmente, ma l’instabilità è troppo forte per permettergli di creare dei legami duraturi – o di comprare dei veri e propri mobili. Non appena vede logorarsi questo compromesso, forse perché tutto, prima o poi, deve cambiare o forse perché – finalmente – l’ha raggiunto l’onda di un cambiamento più grande, Carl abbandona quel gruppo che non riconosce più come proprio. Poi, senza nemmeno il tempo di trovare un nuovo orizzonte per i propri versi, viene catapultato dall’altra parte del mondo. Solamente con questa nuova prospettiva, ovvero con lo sguardo di un tedesco che osserva disincantato l’America, quella stessa visione che si presenta spesso alla cinepresa di Wim Wenders, Carl unisce i fili che lo collegano alle proprie origini, ai propri genitori, i quali dall’inizio del romanzo hanno vissuto una vita parallela e irraggiungibile. Carl si rende conto che il passato, proprio come la poesia, ha il ruolo di esorcizzare la paura, non di trattenere il dolore, e che la Zhiguli, la macchina che era diventata il feticcio del suo attraversamento della storia, non era altro che la sua personale «Stella 111».

 

Recensione di Giacomo Bottura

Lutz Seiler,  Stella 111,  traduzione dal tedesco di Paola Slaviero,  2025,  Utopia,  pp. 488,  ISBN: 9791282156011