“Hendrik didn’t kiss her hello. Once he’d been a child and she had held him through his night terrors. She thought, I am the only one who remembers that. She thought – He has forgotten and there’s no one left who remembers that.” 1

The Safekeep (Simon & Schuster, 2024) ha segnato un esordio romanzesco d’eccezione per l’olandese Yael van der Wouden: finalista al Booker Prize 2024 e vincitore del Women’s Prize for Fiction 2025, si è trattato di un vero caso editoriale, e tutto sommato a ragione. The Safekeep è infatti un romanzo elegante, delicato e attualissimo (nonostante l’ambientazione anni Sessanta): uno di quei romanzi nei quali le cose e i luoghi reclamano e ricordano con vigore – e una punta di ostinatezza – il loro posto e ruolo non soltanto nel panorama fisico (landscape), ma anche e soprattutto in quello mentale (mindscape) dei personaggi.

Quattro mura di una villetta campestre a due piani, un orticello, un vialone di abeti, una credenza nella quale è gelosamente custodito un servizio di stoviglie decorato col motivo delle tre lepri: nell’Olanda degli anni Sessanta, questo è per Isabel il mondo intero, sin da quando è stata in grado di formare i primi ricordi coerenti. La ragazza vi conduce una vita reclusa e rigorosa, diffidente, ossessivo-compulsiva, tanto più dopo la morte della madre.

A guastare la solitudine di Isabel è l’arrivo di Eva – fidanzata di un fratello sciupafemmine della prima –, obbligata dalle circostanze a soggiornare presso l’insofferente protagonista per almeno un mese, mentre il clima si fa via via più estivo.

L’aria di tensione si trasforma presto in un turbine di voluttà e, mentre Isabel fa i conti con la scoperta non soltanto della propria sessualità, ma dell’amore in generale, il ruolo della casa si fa in sordina via via più preponderante: oggetti di vario tipo e dimensione iniziano a sottrarsi ai rigorosi inventari di Isabel, e, mentre l’amore soffoca in lei il sospetto, la presenza di Eva sembra costituire una forza capace di riscrivere (o forse dissotterrare) la storia dell’abitazione, dei mobili, dei giocattoli che Isabel aveva ritenuto sempre e solo suoi.

Quando, all’acme della vicenda, si scopre che Eva è ebrea, ed è l’unica della sua famiglia ad esser sopravvissuta ai campi di sterminio, il romanzo stesso si defila sobriamente, lasciando al lettore il compito di restituire il senso ad un lato meno illuminato e più dimesso della tragedia: cosa accada alle cose lasciate incustodite, e cosa significhi salvaguardarle.

“She did tell one interesting story. She’d heard of a girl from the Prinsengracht who pretended to be a maid and piece by piece took back things that had been left behind. First a fork, then a napkin, then a painting, then a necklace. By the time they figured it out she’d made a run for it.”2

L’inglese di Van der Wouden è secco e mirato, puntuale nel lessico, capace di sfruttare un ventaglio non tanto di registri – dal momento che se ne predilige uno neutro e statico, con solo rari affondi di ricercatezza –, quanto piuttosto di elaborazioni, lunghezze ed effetti dei periodi. Si passa così da frasi brevissime o minime (nel novero delle quali rientrano di norma anche i dialoghi dei personaggi, spesso interrotti o spezzati per via dei tentennamenti emotivi) a periodi molto lunghi e fioriti rispetto agli standard della lingua. La provenienza olandese dell’autrice, inoltre, traspare felicemente in filigrana grazie a prestiti integrali e ad usi linguistici inattesi («Along the streets of Utrecht the sun had spread her arms wide open» 3).

Nondimeno, occorre registrare il legame contrastivo che intercorre fra alcuni dei maggiori punti di forza dell’opera, e le ombre che essi proiettano. Il più vistoso di questi casi è costituito dalla caratterizzazione dei personaggi: tanto più è eccelsa e minuziosa la rappresentazione della protagonista Isabel e della sua interiorità, quanto più perdono smalto (sia in senso relativo che assoluto) i macchiettistici personaggi che la circondano, e fra essi soprattutto, data la centrale importanza che riveste nell’intreccio, Eva.

Similmente, l’ingresso dirompente della sessualità nella vita della protagonista e nell’intreccio, se in un primo momento consente lo sfogo catartico di una serie di allusioni saviamente disposte lungo le molte pagine che lo precedono, successivamente si trasforma in indugio, tanto più stucchevole poiché al centro di interi capitoli.

The Safekeep è stato recentemente tradotto in italiano col titolo Estranea (Garzanti, 2025, traduzione a cura di Roberta Scarabelli): titolo che manca un poco il bersaglio, ponendo l’accento proprio sulla dinamica saffica “superficiale” tra le due ragazze costrette a convivere, anziché sulla pista storica e riflessiva del safekeeping, della salvaguardia di oggetti e memorie, che da altrui si fanno propri al passare del tempo. A onor del vero, sono resi poi solo parzialmente, nella versione italiana, quei felici vezzi (linguistici, sintattici, grafici, retorici) che caratterizzano l’inglese dell’autrice.

Il volume di Van der Wouden resta ad ogni modo un romanzo da leggere, nell’augurio che le riserve che esso può suscitare nel lettore siano solo una macula in un esordio letterario altrimenti di valore.

Recensione di Gian Marco Evangelisti

1   “Hendrik non la salutò con un bacio. Una volta era stato un bambino e lei lo aveva tenuto in braccio durante i suoi incubi notturni. Pensò: ‘Sono l’unica che se lo ricorda’. Pensò: ‘Lui ha dimenticato e non c’è più nessuno che lo ricordi’.”

2 “Però ha raccontato una storia interessante. Aveva sentito parlare di una ragazza del Prinsengracht che aveva finto di essere una domestica e aveva convinto la famiglia che ora viveva nella casa della sua famiglia ad assumerla. Visse lì per sei mesi fingendosi una domestica e, pezzo dopo pezzo, si riprese le cose che avevano lasciato lì. Prima una forchetta, poi un tovagliolo, poi un quadro, poi una collana. Quando se ne accorsero, lei era già scappata.”

3 “Lungo le strade di Utrecht il sole aveva spalancato le braccia”.

Yael van der Wouden, The Safekeep, Simon & Schuster, 2024, pp. 272, ISBN: 9781668034361

Yael van der Wouden, Estranea, traduzione dall’inglese di Roberta Scarabelli, Garzanti, 2025, pp. 272, ISBN: 9788811012320