“Ognuno doveva trovarsi al suo posto per l’inizio della danza: non più congedi, non più inganni. Cresceva, il silenzio, e gli pesava: la sua parte del gran sudario, facesse le corna, che i carri armati stavan cucendo sull’Europa, nuda epperò composta nei suoi panneggi come una principessa morta…”

Primavera del 1940: un certo Ramondès, tozzo e goffo ebreo di origini tunisine, individuo mediocrissimo e letterato fallito «probabilmente non per sfortuna», viene inviato nella Milano fascista come spia francese, allo scopo di assodare l’estensione e la qualità della rete dissidente, e più diffusamente di indagare la temperie ideologica della capitale culturale italiana. L’accesso al mondo intellettuale milanese, che s’immaginerebbe affatto precluso ad un Altro per eccellenza come Ramondès, gli viene miracolosamente garantito da un gigantesco equivoco: complice la quasi omonimia, viene infatti scambiato per Ramón Ramondez, francesista di fama internazionale e autore per la «Nouvelle Revue Française». Cogliendovi (non del tutto consciamente) un’ironica rivalsa sulle proprie sfumate velleità letterarie, Ramondès accetta di “fondersi” a costui (pur non condividendone né il bagaglio culturale, né i «mezzi intellettuali»), dando il via ad un gioco di specchi che lo rende doppiamente bugiardo: non solo spia, ma anche impostore.

Questo è il quadro che dà l’abbrivio al romanzo di Alberto Vigevani Un certo Ramondès, restituito al pubblico nel 2026 – preceduta solo dalla prima edizione Feltrinelli del 1966 – grazie all’interessamento della casa editrice Palingenia e del curatore Alberto Cadioli.

Alberto Vigevani (Milano, 1918-1999) è stato scrittore, critico, editore e operatore culturale a tutto tondo, attivo sin dal 1938, quando fondò con Luciano Ancheschi, Vittorio Sereni, Ernesto Treccani e altri la rivista «Corrente». Di origine ebraica, pubblicò i suoi contributi in rivista sotto pseudonimo durante il periodo delle persecuzioni, che lo costrinsero a riparare in Svizzera nel 1943 (anno del suo esordio romanzesco, con Erba d’infanzia). Rientrato in Italia, continuò a scrivere narrativa (con più rare incursioni in poesia), a collaborare con riviste e giornali, a lavorare come libraio antiquario ed editore (Il Polifilo), e a coltivare carteggi con numerosi esponenti di spicco del Novecento letterario e culturale italiano.

L’edizione Palingenia omaggia la memoria di Vigevani, raramente riedito, non solo con un pregevole ed elegante oggetto-libro (comunque degno feticcio da offrire ad un autore-libraio d’antiquariato), ma anche corredando il testo di una Nota e di un saggio in chiusura che, oltre ad inquadrarlo con dignità, ne presentano l’iter redazionale e ne sciolgono alcuni dei riferimenti, con attenzione alle carte (si riproducono persino pagine dei dattiloscritti “esercitati” a mano) e al valore critico-interpretativo di queste.

Un certo Ramondès trae gran giovamento da tale paratesto, essendo un romanzo difficilmente liquidabile in un’etichetta, e partecipando delle qualità di generi e pratiche diversi: grottesca satira (il rimando esplicito è al sotie francese) “a chiave”, romanzo storico, spy story in maniche di camicia, metaromanzo culturale (folto di citazioni e allusioni che incalzano al contempo il lettore e lo sprovveduto protagonista). Nel mezzo, per bocca del giovane Celestino (alter ego dell’autore), trova posto anche l’autoconfessione, ovvero la presa di coscienza e il subitaneo il pentimento – ma castrato – di un’intera generazione di intellettuali che si scopre un mattino, a dispetto della ribellione interiore, «opportunamente imbrigliata»:

 

Il compromesso gli si era insinuato nel sangue col latte: balilla, “savez-vous qu’est-ce que c’est?”. Balilla per accontentare il maestro; moschettiere-ciclista, avanguardista-sciatore per farsi i muscoli, gratis. Poi, quando gli era nata coscienza di cosa si stava compiendo, dei tempi, s’era industriato a convincersi che fosse possibile accettare la forma a patto di calarvi dentro una sostanza diversa. Era stato il principio, per lui e per gli altri, di più gravi compromessi.

 

Nella Milano del ’40, Ramondès non è dunque il solo impostore: e se la tanto accarezzata Resistenza continua a sfuggire alla sua “ingravallesca” disposizione, ciò non ha soltanto a che fare con la di lui «bovina incapacità d’assumere una visione generale». Dietro ogni contatto-promessa di “vero dissidente” fornitogli, si celano infatti solo delusioni: l’ermetismo degli intellettuali che Ramondès incontra, presentato come risposta all’«usura» della parola sotto regime, non è altro che una forma di mutismo.

Nell’impossibilità di stabilire un dialogo diretto e sincero (vi si frappongono il regime, le paranoie, gli autoconvincimenti, le menzogne), le identità di tutti i personaggi – e in primis del métèque protagonista – sono costantemente rinegoziate nella prosa ammaliante e lucida di Vigevani, straniante nella vastità delle opzioni lessicali impiegate (che la quarta di copertina vuole gaddiane, ma che forse è meglio definire solo frutto d’espressionismo – di Gadda c’è anche molto altro, e in dosi diverse, nel libro, a cominciare dal clima “pastrufaziano” e grottesco; ma ne manca la filosofia profonda, talora l’impatto), rafforzate dal francese onnipresente e dal milanese saltuario. La prosa di Vigevani riflette, a modo suo, la mistificazione su cui si fondano letterariamente l’intreccio, e storicamente il regime.

L’unica fuga che lo scatafascio della Storia sembra offrire a Ramondès, anche se per poco, è il sincero amore che egli matura verso la prostituta Angelina, con la quale, per un breve momento, sogna di fuggire a Carpi («Sarebbero arrivati sulla sera, con rigonfie valige: tutti i suoi vestiti di seta, di chiffon, bastava foderarli, trasformarli, avrebbero fatto la loro figura»), dove poter condurre una vita mediocre e autentica, senza più dover essere un Altro. Ma l’Italia sta entrando in guerra, e in Francia è già quasi Vichy.

 

Fino a quel sogno il tempo aveva seguito un ordine: giorni, mesi. Poi, d’improvviso, prese a franare. Era accaduta una cosa simile a tutti coloro che avevano lasciato la giovinezza dietro la guerra come un cappotto al guardaroba: quando erano andati a riprenderlo pareva d’un altro, liso, tarlato.



Recensione di Gian Marco Evangelisti

Alberto Vigevani, Un certo Ramondès, Palingenia, 2026, pp. 288, ISBN: 9791281765276