Esiste sempre un rapporto, un dialogo. Come ti dicevo, fintanto che un dialogo non si pone tra due coscienze, una non esiste, appunto, e l’altra si sente la coscienza assoluta della situazione. […] E il mio compito culturale è questo, di arrivare a essere riconosciuta come coscienza e quindi come parte in causa di un processo comune.

Vai pure di Carla Lonzi viene riproposto da La Tartaruga quarantacinque anni dopo la prima pubblicazione per la casa editrice milanese Scritti di Rivolta Femminile, fondata dalla stessa autrice assieme alle militanti femministe Carla Accardi ed Elvira Banotti. Probabilmente, l’edizione odierna pensata per un vasto pubblico non sarebbe stata approvata dall’autrice che aveva fondato la casa editrice come spazio altro rispetto alle logiche del fallologocentrismo, il dominio maschile che investe tanto il linguaggio quanto la cultura tout court. Carla Lonzi nel Manifesto di Rivolta Femminile del 1970 chiosa infatti: «Comunichiamo solo con donne»: queste le premesse di un pensiero radicale, il femminismo della differenza, imperniato sulla rivendicazione di una soggettività autonoma, non plasmata a partire dalla cultura patriarcale.

Nello specifico Vai pure è un saggio innovativo, uno scritto di autocoscienza che riporta le voci di Carla Lonzi e del marito Pietro Consagra registrate a Roma tra l’aprile e il maggio del 1980. L’opera si propone come il tentativo di tracciare i punti di contatto tra due coscienze, quella maschile e quella femminile, attraverso il dialogo, procedimento euristico per giungere a una verità: «Il mio problema è di capire come mai la donna non arriva al punto di soggettività che crei una duplicità di coscienza sul mondo» esplicita Lonzi al marito.

Il primo dialogo è incentrato sul ruolo dell’arte e sulla sua funzione all’interno della cultura. Nelle prime pagine Consagra, scultore che ha preso parte al movimento astrattista del dopoguerra, concepisce il proprio lavoro come il «bisogno latente […] in tutti gli uomini di essere sensibili alle cose che fanno bene allo spirito», e riconosce all’arte una funzione educativa. Al contrario, Lonzi ritiene l’arte un «processo inautentico» che si serve della donna musa o della donna artista come mezzo per generare profitto. I canali tradizionali della cultura sono infatti inautentici perché negano la coscienza femminile come parte del processo artistico quando la donna si pone invece «come un’istanza di autenticità» portatrice di un punto di vista imprevisto che nasce dalla sua presa di coscienza.

Lonzi prosegue argomentando che alla donna deve essere riconosciuta la sua specificità culturale, la sua presenza e il suo ruolo attivo come creatrice di significati, senza però che tale riconoscimento sconfini in un «potere istituzionale, culturale» egemone, quindi maschile. Secondo la visione di Lonzi, la donna ha solo il potere della propria coscienza e non vuole che questo si traduca in un potere a servizio delle logiche patriarcali. Il paradosso è che aspira utopisticamente che l’altro dia testimonianza della sua autenticità, cioè chiede di essere riconosciuta come soggetto primariamente dal proprio compagno appartenente alla classe dominante che l’ha esclusa. 

Se Lonzi è impegnata a portare avanti un dialogo, Consagra si rivela un interlocutore che predilige la forma monologante, e quindi non all’altezza delle richieste della compagna. Tuttavia, c’è una labile presa di consapevolezza quando egli rileva: «la cosa più interessante sarebbe che un uomo scrivesse cos’è, un uomo, non l’ha fatto nessuno ancora». L’artista si rende dunque conto che, sul piano comunicativo, l’uomo sarebbe svantaggiato perché privo di un’autocoscienza maschile: è ancora una volta la donna a cercare di tracciarne i confini.

L’identità deve essere una coscienza, e una coscienza in questo rapporto con l’uomo non può venire fuori. Perché l’uomo è troppo consolidato nella cultura per rendersi conto sia di che cos’è la situazione della donna che parla senza potere, che non ha potere, sia del suo stesso piano di potere, che crea a priori lo squilibrio con lei.

L’andamento del saggio-dialogo segue uno scambio che scivola nell’incomprensione di due soggettività che, pur interloquendo, non trovano un punto di contatto: l’uomo è barricato nella sua cultura e non ha intenzione di mettere in discussione la propria condizione di privilegio sociale e culturale, mentre la donna, in cerca di autodeterminazione, mira ad un cambiamento dello status quo. Il colloquio si rivela un dialogo irrisolvibile, una comunicazione asimmetrica che vede Lonzi lasciare il compagno con il lapidario «Beh, adesso vai pure» dell’epilogo: un congedo che ribadisce con fermezza i punti che aveva delineato un decennio prima in Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile (1971).

Recensione di Cosima Corrizzato

Carla Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, 2025, La Tartaruga, pp. 168, ISBN: 9791281723153