Allora ci sono errori luminosi,

più belli dell’esattezza da cui

rimangono distanti, racchiusi

in un quasi.

Ancora una volta, e sempre nel rispetto della sua caratteristica leggerezza, Matteo Pelliti (Sarzana, 1972) torna a sondare i territori della perdita, del vuoto, delineando un vero e proprio elogio dell’approssimazione. Quasi (peQuod, 2025) sembra porsi all’apice di una scalata verso i confini della finitezza umana: dopo aver sondato i terreni dell’esattezza (Dire il colore esatto, Luca Sossella Editore, 2019) e quelli, decisamente più fecondi, del margine (Scrivere sul margine, Interno Poesia, 2023), le aspirazioni a una condizione di compiutezza si arrestano nell’attenta e serena contemplazione dell’errore. A partire dall’esordio con Versi ciclabili (Orientexpress, Napoli, 2007) fino a Somiglianze di famiglia (Industria&letteratura, Massa, 2021) l’ispirazione poetica di Matteo Pelliti sembra infatti reggersi sul Leitmotiv dell’assenza di cose e persone, sulla contemplazione pacata di eventi non modificabili, ma solo raccontabili con un linguaggio piano, con sommessa ironia o, talvolta, risemantizzabili attraverso il ricorso a un citazionismo ammiccante. 

Lo sguardo orizzontale e minuzioso degli oggetti, per certi versi magrelliano, sembra acquisire nitidezza unicamente di fronte alla loro scomparsa: solo sostituendosi al loro grande rimosso l’io lirico riesce, in tutta la sua corporeità, a occupare uno spazio che si rivela a misura d’uomo. 

A dominare quest’ultima raccolta è proprio la dimensione dello spazio: superfici vuote che recano sempre con sé la possibilità di riempimenti inediti; spazi fra le molecole del corpo umano, dilatabili al punto da rivelare la nostra natura di «specie solubile». Infine, il tempo, percepito anch’esso come distanza spaziale, ridotto a un presente non quantificabile, sospeso tra la morte del padre e la nascita di un figlio: una sequenza di diciannove giorni facilmente arrotondabili a venti solo da chi può permettersi il lusso di contare, se è vero che «un giorno solo vale / moltissimo per chi nasce / e ancora di più per chi muore». Forti della lezione di Fabio Pusterla, questi versi, perfino i più malinconici, sembrano celare sempre un contrappeso, un sottofondo luminoso che rivela un orizzonte alternativo sempre presente e pienamente vero solo nell’attimo («Si va con pochi vivi e molti morti / nel presente dove precipita e si schiude / l’orma del passato l’ansia del domani / solo l’istante ci guida», Tremalume, Marcos y Marcos, 2022).

Un attento sguardo è rivolto anche all’altra faccia, solitamente omessa in quanto scomoda, di qualsiasi perdita: l’accumulazione che lascia alle proprie spalle, che delega a chi resta. Chiavi e catenacci di biciclette rubate, macchine orfane del proprietario, aggiunte necessarie di silenzio dopo le parole, riflussi inattesi, ma tutto sommato opportuni, di intelligenza artificiale: questa «raccolta di errori per pubblicazione» non può che farsi ospite di oggetti monchi, di diramazioni che non portano a nulla, di promemoria di mancanze.

Ogni errore implica ritorno, cambiamento e persistenza, e in ultimo scoperta: se l’uomo continua a osare è perché qualcuno ha sempre avuto il coraggio di sbagliare e l’umiltà di fermarsi a osservare le potenzialità generative dell’errore, incanalando il destino dell’umanità tutta, da Eratostene a Baggio, da Colombo ai padri di tutti i tempi, a cui il libro è dedicato, in una catena virtuosa di sbagli migliori.

Ad accompagnare questo cammino attraverso l’errore, le creature di Sergio Ruzzier (Milano, 1966): tronchi mozzati, corpi fluttuanti e senza appiglio, appendici, segni di un iconotesto, prolunghe.

 

Recensione di Maria Boggiano

Matteo Pelliti, Quasi, peQuod, Ancona, 2025, 85 pp., ISBN: 9788860684103.

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