
Anatomia di una scomparsa
Sogno americano e lotta di classe in The brutalist di Brady Corbet “Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo” – Le affinità elettive, Johann Wolfgang von Goethe Queste parole, affidate ad una lettera dalla moglie Erzsébet, scandiscono il primo ingresso di László Tóth nella land of the free. László è addormentato nella stiva di una nave. La macchina da presa lo inquadra capovolto. Un brusco risveglio lo attende. È arrivato a New York. In una confusione di persone che ricorda una bolgia infernale, László sale le scale che conducono al ponte, accompagnato dall’eco di urla e clamore. Un momento prima che la porta del ponte si apra, squadernando di fronte ai suoi occhi il cielo del continente americano, una fanfara irrompe tra la confusione. È sulle note di questo commento musicale che lo spettatore mette gli occhi su un’inattesa versione della Statua della Libertà. Anch’essa è rovesciata, come lo era László, pochi istanti prima. In questo gioco di ribaltamenti visivi e semantici, si impone, dopo appena quattro minuti, una sentenza capitale: per chi insegue il sogno americano non c’è libertà, ma solo una nuova servitù. Questo articolo metterà in fila alcuni episodi significativi della pellicola per mostrare come la violenza sessuale, impiegata come strumento di oppressione di classe, e il denaro, vengano utilizzati all’interno della narrazione per decostruire l’immagine dell’America e del sogno americano che per anni ha alimentato l’immaginario cinematografico e culturale occidentale. Il film è una grande parabola della disgregazione del sogno americano sotto le forze telluriche del Novecento. La presenza asfissiante della Storia viene ricordata costantemente attraverso le voci dei reportage giornalistici che scandiscono le diverse sezioni della pellicola. È questo il modo in cui il regista mostra l’avanzare del tempo. Al principio, quando l’illusione è ancora in piedi, le voci radiofonico-televisive che si alternano cantano allo spettatore le mirabolanti promesse della società americana: dapprima un giornalista parla di Babe Ruth, leggendario giocatore di baseball nel periodo tra le due guerre, per passare, pochi minuti dopo, alla voce di un altro giornalista che tesse le lodi dello stato della Pennsylvania adottando la classica retorica che è propria della società americana quando deve riferirsi a se stessa. Questa modalità di narrare lo scorrere del tempo viene spesso impiegata da Brady Corbet con taglio ironico. Ironia però che non alleggerisce quanto viene narrato, ma al contrario ne sottolinea brutalmente la drammaticità. L’esempio più evidente di questo si può trovare sempre nella parte iniziale: poco dopo essere sbarcato, prima ancora di spostarsi a Philadelphia dal cugino Attila, László, insieme ad altri migranti, si reca in un bordello scadente. Lì tenta un rapporto orale con una prostituta, che fallisce a causa della sua incapacità di ottenere un’erezione. La scena viene introdotta proprio dalla voce del giornalista che parla di Babe Ruth e del suo ruolo come President of Baseball. L’ironia di accostare uno dei più grandi giocatori di baseball della storia ad un fiasco sessuale va ben oltre il facile paragone tra il membro maschile e la mazza da baseball. Ironia amara, in particolare nei confronti di una problematica sessuale evidentemente causata dal trauma dei campi di concentramento subito da László. La sessualità è un elemento ricorrente all’interno della pellicola. La sua presenza angosciosa è causata dal suo configurarsi come mezzo di oppressione all’interno delle dinamiche di potere rappresentate dal film. L’ombra opprimente dello stupro aleggia fin dalle prime battute. Nella lettera che László riceve, da cui è tratta la citazione di Goethe, Erzsébet racconta di come alcuni soldati sovietici abbiano preso in simpatia la loro giovane nipote, Zsófia, a causa della sua bellezza. La lettera si chiude con una rassicurazione per László: Erzsébet si è accertata che Zsófia non ricevesse attenzioni non richieste. Spetta allo spettatore giudicare quanto ci sia di vero in queste parole. Questa è la prima istanza in cui la sessualità viene associata alle dinamiche di potere. Anche la mancata erezione del protagonista va probabilmente interpretata in questa direzione: l’impossibilità di esercitare una qualsiasi forma di dominio. La minaccia dello stupro continua ad estendersi anche quando il protagonista vive apparentemente tempi migliori. Dopo essere stato notato da Harrison Van Buren, il ricco industriale che gli offre la possibilità di progettare un edificio in onore della madre, László riesce a ricongiungersi con Erzsébet e Zsófia. Queste vengono ospitate, insieme a László, all’interno della tenuta dell’imprenditore, dove vive anche Harry, il suo arrogante figlio. Questi nutre una particolare antipatia per László, che vede come un parassita sulle spalle del padre. Il personaggio è incarnazione di quella parte della società americana arricchita e culturalmente vuota, incapace di riconoscere il valore dell’arte se non come ornamento del prestigio sociale. Harry provoca László parlando della presenza ritenuta inopportuna della nipote. Essa, infatti, è rimasta muta in seguito all’esperienza dei campi e, a detta di Harry, genera disagio negli ospiti della tenuta. Il dialogo tra Harry e László si sviluppa attorno al tentativo del primo di assoggettare psicologicamente il secondo. Il tentativo però fallisce perché, nonostante il suo status socioeconomico, Harry è un uomo intellettualmente più povero. Questa è un’umiliazione che il giovane Van Buren non può ammettere. Per ristabilire il suo potere su László, l’arma che gli rimane è quella di insidiare sua nipote. Anche in questo caso la violenza viene solo suggerita, questa volta però non solo a parole: la scena successiva vede Harry avvicinarsi a Zsófia e invitarla per una passeggiata; subito dopo i due fanno ritorno. Zsófia è scarmigliata e viene ripresa mentre si sistema i vestiti. Le immagini sono abbastanza eloquenti ma lasciano uno spiraglio di interpretazione. Un terzo momento segna, in modo capitale, il discorso attorno alla sessualità come elemento di potere: l’episodio ambientato in Italia. Dopo che i lavori per la costruzione della grande opera di László riprendono, in seguito all’incidente che li aveva interrotti, lui e Harrison si recano a Massa per scegliere il blocco di marmo destinato a fungere da altare per la cappella dell’Istituto Van Buren. Dopo una festa, suggestivamente organizzata all’interno di una vecchia cava, Harrison,






