Icona involontaria

Un omaggio a Diane Keaton tra cinema e identità “Can you explain to me how I’m iconic? What is that? I understand certain aspects of it, but it’s hard for me to deal with that. I don’t really see it that way. I live with myself and I’m hardly iconic. I get up in the morning and it’s me again. I’m just another person saying: «Gee, I’d better feed the dog».” (Intervista a Interview Magazine, 11 giugno 2021). Tra le molteplici figure che il cinema americano ha saputo offrire al pantheon dell’immaginario contemporaneo, poche incarnano una forma di libertà così paradossale e coerente come Diane Keaton. La sua presenza esuberante e timida, ironica e vulnerabile, ha trasformato l’idea stessa di femminilità nel contesto hollywoodiano: non attraverso una rottura violenta con i modelli dominanti, ma tramite una lenta erosione dei medesimi, a partire proprio dal loro centro. Keaton non ha mai teorizzato tale rivoluzione ma è sempre riuscita ad abitarla, conservando una naturalezza disarmante, opponendo ad un’industria fondata sulla rappresentazione del desiderio e sulla tipizzazione del corpo un’immagine che si fa linguaggio, gesto simbolico, narrazione di una soggettività resistente. Fin dall’esordio al fianco di Woody Allen, e in particolare con Annie Hall (Io e Annie, 1977), Keaton ha imposto un paradigma di femminilità dissonante, in cui la grazia si confonde con la goffaggine, l’intelligenza con l’eccentricità, l’ironia con una forma di vulnerabilità esposta. Annie Hall è stato spesso letto come il manifesto di un nuovo tipo di donna cinematografica: indipendente, ironica, refrattaria a ogni definizione univoca, tale da influenzare la struttura stessa del film. La pellicola, infatti, ha messo per la prima volta in scena una maniera inedita di raccontare una storia d’amore, partendo dalla sua fine e procedendo secondo una struttura divagatoria, che mette via via in scena il fallimento del tentativo di ingabbiamento da parte dell’amante-Pigmalione protagonista del film.  La tensione tra naturalezza e artificio costituisce il centro della poetica keatoniana: la scelta è stata quella di operare sempre in uno spazio di scarto, lo stesso che separa il personaggio dal corpo che lo interpreta, la spontaneità dall’intenzione, la verità dal gesto. Se Barthes aveva teorizzato, per il racconto mitologico (Mythologies [Miti d’oggi], 1957), la trasformazione della storia in natura, Keaton dedicherà la sua carriera alla messa in atto del processo contrapposto, fondendo l’autenticità recitativa e il suo singolare modo di interpretare i personaggi all’interno delle pellicole in modo da privare lo spettatore della percezione di quel salto mediale che ne avrebbe inevitabilmente denunciato l’artificiosità. Non si tratta di una maniera intuitiva e naif di approcciarsi all’arte recitativa, al contrario, siamo di fronte ad una radicata volontà di smascherare la performance stessa, attraverso uno sguardo disallineato, una maniera inconfondibile di sospendere le battute in un sorriso collaterale, il tutto sublimato in una presenza corporea in grado di rompere definitivamente con un tipo di femminilità patinata che aveva popolato in maniera quasi esclusiva i lungometraggi hollywoodiani fino alla seconda metà degli anni Settanta. Una frattura, insomma, prodotta dalle vibrazioni del reale e disposta ad aprire lo schermo cinematografico ad una dimensione quasi documentaria dell’emozione e del suo modo di raccontarla. In merito al lavoro di Diane Keaton, uno degli aspetti maggiormente affascinanti è la costruzione, da parte dell’attrice, di un corpo espressivo che sfugge all’erotizzazione canonica del femminile. Tutto questo avviene, beninteso, senza negare l’espressione della propria fisicità, preferendo invece una maniera innovativa di redistribuirla nello spazio, tramite un sapiente impiego di gesti nervosamente ripetitivi, una postura incerta e l’ossessiva verbosità tipicamente alleniana. Il suo è un corpo che non rinuncia mai alla propria libera affermazione, in maniera non convenzionale, un corpo la cui messa in scena visiva è il correlativo oggettivo di una complessità ironica che Keaton ha coltivato per tutta la vita, sottraendosi alla logica dello sguardo maschile con un’ironia disarmante, riuscendo sempre a disorientarlo per via della sua incontenibile caleidoscopicità. Nel cinema di Woody Allen, come anche in The Godfather (Il padrino, 1972), Looking for Mr. Goodbar (In cerca di Mr. Goodbar, 1977), Reds (Reds, 1981) o Something’s Gotta Give (Tutto può succedere, 2003), solo per citare alcuni titoli emblematici, le personagge di Keaton appaiono come figure continuamente in negoziazione con il mondo che le circonda. Non c’è mai in loro la compiutezza dell’eroina classica, c’è piuttosto il movimento di una soggettività che si scopre nel gesto stesso di esporsi. Questa incompiutezza, ben lungi dall’essere una carenza, è la fonte della loro potenza iconica, è ciò che le rende profondamente moderne, capaci di non rappresentare un tipo di donna ma la possibilità stessa di essere donna in molti modi, tutti parziali, tutti provvisori, tutti intrinsecamente autentici. Va precisato che l’influenza di Diane Keaton travalica il cinema, sconfinando abbondantemente – proprio a partire da esso – nell’ambito della moda e dei costumi. Sarà Annie Hall a giocare un ruolo chiave in questo senso, perché con Annie la donna comune e goffa diventa un mito, lo fa passando anche attraverso la diffusione di una nuova tendenza in fatto di moda, introducendo uno stile pressoché inedito, che proprio dal film prenderà il nome di “Annie Hall look”. La prassi alleniana in merito alla scelta dei costumi consisteva nel lasciare le attrici libere di abbigliarsi da sole, in modo da imitarne lo stile, ispirandosi direttamente ai loro personali modi di vestire per costruire le identità delle personagge. È dunque evidente già da qui il contributo di Diane Keaton nella genesi di Annie, a cominciare dal suo stile iconico, per poi sfociare in altri aspetti più intimi. Negli anni Settanta, in pieno spirito di contestazione, si stava sviluppando il cross dressing, consistente nell’indossare capi che generalmente erano propri dell’altro sesso: durante il film vediamo spesso Annie portare abiti maschili, occasione per ribadire una certa idea e affermare un ideale di libertà e parità. Un esempio simile a quello introdotto dalla protagonista di Allen si ritrova nella figura divistica di Katharine Hepburn, che è entrata nell’immaginario comune indossando in maniera audace le tipiche camicie dal taglio maschile e gli iconici completi sartoriali.

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A che cosa serve la letteratura?

Verrà un tempo in cui le culture non avranno bisogno di eserciti per difendere la propria unicità e in cui le maggioranze non cercheranno più di fagocitare le minoranze. Io resto fedele allo yiddish perché esprime la mia speranza di redenzione. Quando tutte le nazioni capiranno di essere in esilio, l’esilio cesserà di esistere. […] Un popolo deve essere contemporaneamente sé stesso e parte integrante di un tutto, fedele alla propria patria e alle proprie origini e consapevole fino in fondo delle origini altrui. Deve possedere la saggezza del dubbio ma anche il fuoco della fede. In un mondo in cui siamo tutti essenzialmente stranieri, il comandamento «Ama lo straniero» non è solo un desiderio di altruismo, ma il vero nucleo della nostra esistenza. A che cosa serve la letteratura? È questa domanda spinosa che Adelphi rilancia fin dal titolo dell’edizione italiana di Old Truths and New Clichés (2022) – raccolta dei saggi di Isaac Bashevis Singer, inediti o pubblicati solo su rivista – a fungere da filo conduttore attraverso le eterogenee riflessioni dell’autore, per la prima volta pubblicate in Italia. Realizzazione postuma di un progetto a lungo immaginato da Singer, il volume, lungi dal seguire un impianto teorico coerente, è piuttosto un insieme di vivaci riflessioni sulla scrittura e il mestiere dello scrittore, sulla lingua yiddish, sulla fede e sulla condizione dell’uomo moderno. Nato in Polonia nel 1903 e trasferitosi negli Stati Uniti nel 1935, Singer fu uno dei più importanti scrittori ebrei di lingua yiddish, premio Nobel per la Letteratura nel 1978. Figlio di un rabbino chassidico, Singer intreccia con la consueta ironia aneddoti autobiografici, scienza, riflessioni teologiche e osservazioni sulla vita letteraria americana. Tracciando la propria “genealogia artistica”, l’autore de La famiglia Moskat (1950) mette sullo stesso piano lo studio dei testi religiosi – dal Talmud alla Qabbalah, senza dimenticare i giovanili scontri con le posizioni più rigidamente ortodosse del padre – e la sua vera e propria “formazione letteraria”, avvenuta sui classici di Zola e Balzac. In Perché scrivo come scrivo il suo percorso letterario si intreccia così con quello personale, biografico: il rapporto con la sorella Ester e il fratello Joshua, entrambi scrittori, la tensione tra un comune retroterra affettivo e culturale, e la spinta verso una modernità che lo fa sentire “fantasma”.  Da questo intreccio di diverse componenti prende forma la sua Weltanschauung personale che trova le sue radici tanto nei Dieci Comandamenti dell’Antico Testamento quanto nella filosofia di Hume e Schopenhauer; una personale visione del mondo, tutt’altro che definitiva, che Singer illustra nel suo divenire diacronico, nel suo essere in realtà plurale, perché costruita tanto a partire dai testi quanto dalla vita stessa. Ecco che allora le dottrine della Qabbalah non rappresentano storicamente soltanto “la via ebraica” per ripensare l’erotismo – e soprattutto il femminile – ma anche, dal suo punto di vista di “giovane peccatore”, la giustificazione filosofica del suo amore adolescenziale per Shosha e della sua fascinazione di bambino per i maghi e il circo. Nella sua riflessione, che pone l’individualità a fondamento della letteratura, è centrale l’attenzione per la lingua e per la misura del linguaggio: atteggiamento che presuppone, forse, un certo scetticismo nei confronti della rivoluzione linguistica del Sessantotto. Quest’ultima avrebbe per certi aspetti depotenziato la forza di determinate espressioni, in particolare delle più volgari. Ciò porta Singer a privilegiare una scrittura, spesso parabolica, estremamente controllata nella forma (nel rifiuto sistematico del «caos») e attenta alla qualità della trama. Se, in un certo senso, il “culto del limite” – nella forma, ma anche nel contenuto – può rappresentare una posizione conservatrice, per Singer è invece un baluardo contro la banalità e il cliché. Lo yiddish coincide allora con la lingua dell’essenzialità: privo di parole sconce, rappresenta per Singer la vera lingua dell’ebraicità, la lingua parlata da generazioni di morti, capace di esprimere «l’eterno spirito ebraico». Lo yiddish avrebbe lessicalizzato l’esilio come condizione esistenziale, fondamento insieme dell’ironia e della forza creativa di un intero popolo.  Per concludere, non manca nella raccolta l’ironia tagliente con cui Singer guarda al mondo della critica letteraria. Accettando, in quanto scrittore, anche la professione dell’«intrattenitore», nel saggio I Dieci comandamenti e la critica moderna egli immagina di sottoporre i Dieci Comandamenti di Mosè a diversi critici, non sul monte Sinai, tra tuoni e lampi, ma come un semplice opuscolo. Le recensioni offerte dagli specialisti rivelano tutte le idiosincrasie e i limiti di diversi approcci che tendono a ripiegare nello scolastico, finanche nel tic stilistico: a parlare è prima l’Esteta, poi un comunista, poi uno psicologo e, infine, anche il critico di una rivista ebraica. I diversi contributi si traducono nel medesimo tipo di analisi fredda che, per Singer, depotenzia la narrazione nel caso di un racconto o annulla il valore intrinseco del testo. Che sia per il complottismo giornalistico di alcune riviste ebraiche (con le quali Singer peraltro collaborò, spesso sotto pseudonimo), o per la fede cieca in un approccio critico, se su un testo si può scrivere di tutto, allora è proprio il suo valore misterioso e intangibile, «mistico» forse, che l’autore invita a salvaguardare. Recensione di Leonardo Guizzetti Isaac Bashevis Singer, A che cosa serve la letteratura?, traduzione dall’inglese di Marina Morpurgo, 2025, Adelphi, pp. 210, ISBN: 978-8845939693

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Medioevo immaginato

“Attraverso i secoli, il Medioevo non smette di affascinarci e di essere fonte di ispirazione costante […]: epoca buia e decadente o mondo fantastico popolato da draghi, personaggi fiabeschi e misteri appassionanti. Tutti questi diversi modi di “ripensare” l’età medievale hanno influenzato, e influenzano tutt’ora, l’idea che abbiamo di questo periodo storico.” Ogni volta che si intraprende l’arduo compito di parlare del Medioevo, il bisogno ricorrente è innanzitutto quello di liberare quest’epoca da facili connessioni mentali che la assocerebbero ad una fantomatica “età buia” ed arretrata. Tale urgenza è talmente forte che pare, a volte, dare quasi per scontato il suo essere ormai concepita solamente in questo modo negativo, da cui si deve invece scappare ad ogni costo. Se, da un lato, Medioevo immaginato vuole a tutti gli effetti inserirsi all’interno di questo stesso sforzo didattico, dall’altro, a differenza di molti altri tentativi, esso appare molto efficace e convincente soprattutto per il modo con cui decide di affrontare questa risemantizzazione del Medioevo, ovvero uscendo dalla successione temporale degli eventi storici per abbracciare considerazioni di più ampio respiro. Sono queste le premesse dell’opera d’esordio di Alessio Innocenti, autore di questo saggio che decide così di proseguire la sua campagna di divulgazione artistica e culturale, principalmente incentrata sull’“età di mezzo”, già iniziata sui social (principalmente TikTok e Instagram). Ciò che appare come una proposta tra le tante, ideata per stimolare un rinnovato interesse nei confronti del Medioevo, facendo comprendere qualcosa che prima si ignorava, già dalle prime battute si dimostra invece come qualcosa di molto più profondo. La volontà di riscattare il Medioevo, infatti, passa qui attraverso un aspetto di quest’epoca – e degli esseri umani stessi – che raramente viene preso in considerazione quando si parla di storia: il sentimento. ‹‹Il Medioevo non è mai esistito››. È questa la frase con cui si apre il libro. Ma se non è mai esistito, allora che cos’è? Una suggestione! Un’immagine! Un racconto! In poche parole, ‹‹quando usiamo il termine “Medioevo”, ci riferiamo spesso a qualcos’altro: a modi di immaginare l’età medievale che si sono diffusi soltanto negli ultimi secoli››. La provocazione che allora fonda tutto Medioevo immaginato è quella secondo cui non esiste alcun Medioevo proprio perché esistono solo i modi con cui è stato raccontato. Pur essendo una presa di posizione forte, su cui è possibile aprire un dibattito, essa garantisce quella forza dirompente in grado di dare una via d’uscita reale dalle modalità classiche, e spesso avvilenti, con cui finora questo periodo è stato descritto. Così come nel XIV secolo Petrarca dichiarò il Medioevo “epoca buia”, si può ora capire come, nei secoli successivi, siano esistiti anche altri modi di reimmaginarlo da capo, tutti altrettanto legittimi. Il movente cha ha prodotto una considerazione mortificante sul Medioevo è infatti lo stesso che può invece rivelarlo come un’epoca d’oro a cui ritornare, un tempo di stabilità politica ed economica abitato da nobili cavalieri dagli alti valori morali alla ricerca del Santo Graal. In tutti questi casi, è l’immagine del Medioevo ciò con cui si deve fare i conti. Con grande intelligenza, allora, l’autore si impegna a far crescere in noi il bisogno di nuove narrazioni sul Medioevo tramite le suggestioni e le immagini che, nel tempo, quest’epoca ha ricevuto dai suoi studiosi o abitanti. Sono questi i termini che hanno risvegliato, e che risvegliano tutt’oggi, in chi legge, il bisogno di Medioevo e una volontà di riscoperta di questo periodo. Essa, quindi, non parte da una pura conoscenza teorica ma dall’impatto emotivo che tale epoca è in grado di suscitare.  Ad un bisogno di Medioevo segue allora un’esplosione di Medioevo. Dalla singola epoca si arriva ai tanti ‹‹Medioevi›› differenti che qui vengono descritti. Come viene spiegato subito nell’introduzione al testo, parlare di Medioevo significa rendersi conto anche che nessuna etichetta è in grado di contenerlo interamente – men che meno quelle impoverenti sviluppate nel XIV secolo o dall’Illuminismo: D’altronde, un’epoca lunga mille anni non può essere rimasta immutata e sempre uguale a se stessa. Basta provare a gettare uno sguardo sul millennio medievale per capire la sua complessità: al suo interno sono comprese le esperienze dei regni romano-barbarici, l’impero di Carlo Magno […], le Crociate […], la Commedia di Dante, le cattedrali gotiche e gli affreschi di Giotto. A partire da ciò, con l’intento di sostenere l’eterogeneità di questo periodo storico e nella consapevolezza che queste nuove immagini siano in realtà da sempre radicate in noi e nel nostro modo di guardare a quel tempo, viene costruito l’itinerario di tutto il saggio. In questi otto capitoli tematici, grazie al costante sostegno di riferimenti visivi ad opere d’arte e ad artisti di notevole importanza, si viene trascinati nel vortice delle “mille facce” del Medioevo. Ogni capitolo inizia con una suggestione, un quadro, un monumento, un film o altri elementi ancora, permettendo a chi legge di riconoscere e inquadrare subito quel volto del Medioevo di cui si vuole parlare. Partendo allora dalla partita a scacchi tra il cavaliere Antonius Block e la morte ne Il settimo sigillo (capolavoro cinematografico di Bergman del 1957), si è catapultati in un Medioevo terra di cavalieri, re e maghi alla ricerca della vita eterna e in continua lotta con la morte. Si scopre come quelli che per noi sono miti intramontabili, come Artù e la Tavola rotonda, per esempio, fossero tali anche per gli abitanti del Medioevo, i quali vedevano nel leggendario re guerriero un simbolo, un riferimento etico a cui rifarsi. Non solo: il Medioevo viene anche mostrato nel suo essere epoca magica, mistica, in cui grandiose creature popolavano la terra, dai draghi alle sirene; scenario che ancora al giorno d’oggi influenza la nascita di opere come le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin. Viene mostrato, inoltre, un Medioevo spirituale e a tratti misterioso, caratterizzato dalle architetture che abbelliscono i chiostri monacali, proprio quello sfondo che Umberto Eco ha scelto per il suo capolavoro letterario de Il nome della Rosa (1980). Molta attenzione è data proprio all’immagine di questi luoghi caduti in

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I vigliacchi

“E mentre guardavo il sole lassù, con il grande edificio bianco alle mie spalle e la quiete di un paese dove erano morti tutti, poteva essere ovunque, mi assalì un grande senso di inutilità, mi pervase tutti i pori e le cellule del corpo e sentii tutto, tutto eccetto me stesso, infinitamente lontano. Ed ero un mollusco nel solido guscio di quella inutilità, ci stavo bene, anche se ero solo e senza senso, ma appena ne uscivo il mio corpo molle e vulnerabile incontrava qualcosa di doloroso. Appena uscito, compariva subito Irena e la sofferenza di non averla e la sofferenza di non sapere se mi interessava davvero o no, e la sofferenza di desiderarla ed essere geloso di lei e quella di essere indifferente a lei e quella di pensare che non l’avrei mai avuta e che era stato ed era tutto inutile, le serate e le parole e la rivoluzione […].” Il romanzo ceco che ha subito la più feroce e spietata offensiva mediatica dell’intero periodo socialista è senza dubbio I vigliacchi (1958) di Josef Škvorecký. A suo modo, il romanzo divenne un vero e proprio caso editoriale, l’imputato di un “processo letterario” che costrinse l’autore a confrontarsi con i vertici del regime comunista. Nella Cecoslovacchia della fine degli anni ’50, il caso de I vigliacchi determinò un inasprimento delle politiche censorie che impedì a molti autori, tra cui Bohumil Hrabal, di pubblicare le proprie opere. Come era accaduto per Il dottor Živago nel 1957, un anno prima della pubblicazione de I vigliacchi, il romanzo dovette attraversare un complesso percorso editoriale prima di essere pubblicato; inoltre, le numerose stesure del testo che ci sono pervenute rendono difficile individuarne una versione ufficiale e definitiva. La nuova traduzione de I vigliacchi (2025), pubblicata da Miraggi, colma il vuoto lasciato sugli scaffali dal 1969, quando vide la luce, per Rizzoli, la sua unica edizione italiana, almeno fino ad ora.  L’esplodere dello scandalo, paragonabile a quello scoppiato per Il dottor Živago, fece sparire il nome di Škvorecký dai piani editoriali per ben cinque anni. Ricomparve solo nel 1963 con la pubblicazione di La leggenda Emöke, il «delizioso racconto» ricco di «ondulazioni musicali» che ha ispirato il nome di questa rivista, e che è così descritto da Angelo Maria Ripellino in una lettera a Italo Calvino. Fondatore a Toronto, dopo la sua emigrazione dalla Cecoslovacchia, della casa editrice ’68 Publishers, fondamentale per la diffusione della letteratura ceca all’estero, Josef Škvorecký si inserisce nel novero degli autori che, in vari momenti del secolo scorso, subirono il fascino della letteratura americana, da sempre considerata un “tabù” dalle politiche culturali di regime, perchè estranea alla loro logica normativa.  Negli otto capitoli in cui è diviso il romanzo, che corrispondono ai giorni tra il 4 e l’11 maggio del 1945, si racconta l’arrivo dei russi a Kostelec, una piccola città immaginaria ispirata a Náchod, ora libera dai tedeschi. Nella costruzione del racconto Škvorecký disattende però ogni regola dell’estetica di regime, ogni principio del realismo socialista. Sebbene non possa definirsi propriamente un romanzo anticomunista, I vigliacchi presenta, per la prima volta nel contesto cecoslovacco, una posizione libera, leggera e spensierata. La narrazione è in prima persona e punta soprattutto sull’immediatezza delle impressioni del protagonista. Non è infatti l’intervento della voce autoriale a richiamare l’attenzione, non è l’opinione forte dell’autore a mediare le riflessioni del personaggio che fin da subito non viene dotato del cinismo necessario a motivare le sue considerazioni. Il protagonista Danny cresce insieme all’autore e ne costituisce una sorta di alter ego fittizio (tornerà infatti in altri romanzi di Škvorecký); non è l’uomo “da glorificare” dell’estetica ufficiale, ma è un Giovane Holden che fa del suo patriottismo lo strumento per conquistare Irena, la ragazza di cui è innamorato senza essere ricambiato.  In un romanzo giocato sulla descrizione contrastiva del mondo degli adulti e quello dei giovani, il giovane Danny oscilla tra dissenso e adesione. L’arrivo dell’Armata rossa viene privato di ogni forma di mediazione ideologica; tutto l’evento è presentato come una grande farsa, uno sketch di cabaret: un cambio di bandiera, un palchetto, i russi come ubriachi uomini a cavallo, l’organizzazione della Resistenza come un susseguirsi di ronde senza senso. Danny ama le ragazze, il jazz, il ragtime e la cultura americana, ha da poco concluso il liceo; il suo cognome Smiřický è quello di una famiglia nobile e ciò fa di lui un privilegiato, un buon partito. Si sente diverso da «quelli che hanno fame», i comunisti, da quelli che non hanno una camera confortevole in cui rifugiarsi. È chiaro fin da subito, dunque, che la sua visione del mondo non è priva di implicazioni, poiché condizionata, seppur in minima parte, dalla sua eredità di classe. Danny è un ragazzo stregato dai ricordi. È perennemente perso nel suo fantasticare e riscopre la realtà, seppur parzialmente, solo dopo essersi scontrato con l’evidenza della guerra, che impedisce lo svolgersi della sua vita quotidiana. Eppure, nonostante siano posti di fronte alla violenza della guerriglia, lui e i personaggi con cui dialoga minimizzano i fatti appena accaduti attraverso scambi di battute privi di forza comunicativa: la violenza resta perlopiù riposta nella loro mente. Raccontano gli eventi senza dar peso alla morte, rendendola quindi inconsistente, e forse, per questo, ancor più dolorosa.  Danny è per primo uno dei vigliacchi a cui allude il titolo, così come lo sono i suoi amici, che evitano lo scontro aperto, o i personaggi in vista della città, che cambiano posizione con l’arrivo dei russi. La forza del protagonista sta proprio nel suo “parlare di nulla”, nella sua inettitudine, in questa sua inerzia esistenziale che, contrapposta al pathos degli eventi, dà vita ad una satira contro il piccoloborghese, contro il “mondo dei padri” e contro la sacralizzazione dell’Armata rossa.  Se dunque non possiamo riconoscere lo sconforto del protagonista nei dialoghi a cui prende parte, lo possiamo però fare nelle parti liriche, nei suoi monologhi, nelle contraddittorie idealizzazioni del presente che testimoniano la sua sostanziale fragilità, nelle sue paure nei confronti del futuro: la laurea in lettere e la vita in questo “nuovo

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Chloé Delaume: morfologia e clinamen. Letture incrociate di «Chanson de geste & Opinions»

In una nota a piè di pagina di Morfologia e clinamen, il secondo volume che Marika Piva dedica all’autrice francese Chloé Delaume, si legge che «la bibliografia critica sulla scrittrice [è] ormai nutritissima» (p. 14). Il nitore di una simile fotografia non può che stonare col fatto che in Italia le sue opere principali restano ancora inedite, nonostante la loro innegabile centralità per almeno tre corposi filoni di studio della letteratura contemporanea – l’autofiction, il femminismo e la transmedialità. Nel tentativo di iniziare a colmare questo vuoto, il saggio di Piva segue una strada diversa rispetto al precedente Nimphæa in fabula (2012, in francese): non si tratta infatti di una monografia complessiva sulla figura di Delaume, bensì, in maniera quasi mimetica rispetto all’autrice studiata, di uno strano oggetto critico la cui originalità risiede nell’approccio e nella dispositio («ceci n’est pas un essai» è il titolo parlante di uno dei paragrafi introduttivi). La scelta rivendicata della parzialità e della «marginalità come modalità d’accesso» (p. 14) all’opera della scrittrice porta infatti a soffermarsi su un unico suo brevissimo testo, Chanson de geste & Opinions (2007), la cui traduzione italiana completa il volume di Piva. Si tratta di un componimento d’occasione dedicato alla ricerca, da parte di un eterogeneo gruppo di personaggi finzionali ripresi da Queneau e dall’immaginario medievale, dell’essenza del gesto artistico del pittore francese Pascal Pinaud. Attraverso l’analisi di questo case study apparentemente infimo, due in particolare sono i nodi concettuali di fondo che vengono convocati. Quello trattato nei primi due capitoli dà anche il titolo al volume: l’inesausta e produttiva dialettica tra morfologia e clinamen. Tale coppia di nozioni rimanda al meccanismo stesso della creazione letteraria, nella quale una struttura (la “morfologia” della fiaba di Propp, appunto, con la capillare rigidità delle sue trentuno funzioni narrative) innerva un testo che continuamente scarta rispetto alle regole imposte, aprendo delle falle all’interno di uno schema del quale ci si prende gioco ma che resta al tempo stesso necessario. Reso celebre da diversi romanzi di Georges Perec, nel testo di Delaume tale gioco con le contraintes è visibile nell’adozione di una partizione in dieci capitoli titolati che si rifà alla struttura tradizionale della fiaba, e che tuttavia viene disattesa dalla vuotezza semantica dei titoli stessi (composti da avverbi e particelle che non danno indicazioni sugli eventi raccontati e mettono in crisi la linearità cronologica dell’intreccio) e soprattutto dall’assenza dell’ottavo capitolo, il quale si configura come una sorta di centro vuoto e dislocato. In queste infrazioni rispetto alle attese consiste l’atto del clinamen, valorizzato come fertile disordine linguistico e compositivo capace di scombinare e ricombinare i materiali esistenti, figura della «libertà soggettiva» (p. 34) dell’atto creativo. Il secondo polo è quello della transfinzionalità, concetto ripreso da Richard Saint-Gelais che rende conto del quoziente di autonomia del materiale finzionale trasferibile da un testo all’altro (pp. 15-16). Dal terzo al quinto capitolo si esaminano così alcuni dei più vistosi ipotesti e intertesti dell’opera di Delaume: i romanzi cavallereschi medievali, le opere di Alfred Jarry e Pascal Pinaud. Non si tratta di modelli cui attenersi bensì di materiali dei quali disporre, sottoponendoli all’impatto con una soggettività autoriale che, «manipolandoli, li rende qualcosa di inedito» (p. 92). Lungi dall’essere un inerte contenitore di istanze esterne, Chanson de geste & Opinions è piuttosto il centro incandescente, il marchingegno temporale in cui più linee narrative si incontrano e si congiungono in maniera inedita: combinando «elementi che rinviano a diversi universi narrativi», la sua realtà «risulta intrisa e inseparabile dall’interdiscorso […] e dalla transfinzionalità» (p. 104). La ricognizione svolta da Piva, interessata a mostrare le affinità tra Delaume e gli autori citati e a ribadire al contempo la produttività della loro frizione reciproca (pp. 124-126), mostra come il testo sia realmente un tessuto di fili, ognuno dei quali può essere seguito e dipanato in maniera capillare dal lettore. Tramite questo esercizio di espansione ed esplosione del minimo indizio testuale, l’opera diventa rimando potenzialmente infinito, dando corpo e spessore alla sentenza spesso banalizzata di Julia Kristeva secondo cui ogni testo è un mosaico di citazioni. Grazie alla sua natura rizomatica e temporalesca (pp. 200-205), il testo di Delaume è insomma un crogiuolo in nuce di letture possibili: a riprova anche tangibile di ciò, sta il fatto che una fiction di venti pagine abbia generato un saggio di duecento – il quale oltretutto avrebbe potuto prolungarsi ancora, a piacimento, continuando a sfogliare nell’enciclopedia stratificata che è sottesa a ogni elemento, a ogni parola.   Recensione di Giovanni Salvagnini Zanazzo Marika Piva, Chloé Delaume: morfologia e clinamen. Letture incrociate di Chanson de geste & Opinions, 2024, DeriveApprodi, pp. 286, ISBN: 978-88-6548-588-0

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Casa che eri

“Dov’era finita l’allegria, la serenità degli inizi? L’amore accudente di quelle mura? Restammo per un po’ a scrutarci, e io avevo solo due occhi e la mia casa mille, di più, centomila. Ci addormentammo come due nemici.” Aldo Lanari, scrittore protagonista dell’ultimo romanzo di Giorgio Ghiotti, Casa che eri (Hacca, 2024; candidato alla LXXIX edizione del Premio Strega), ha quarant’anni, vive a Roma, e non sta affatto bene in casa sua: questo non tanto per la casa in sé, giacché tutte le case presenti nel romanzo, eccettuata qualche felice occasione, stillano morte o immobilità, occasioni solo potenziali; quanto piuttosto per via dell’assenza che la riempie: assenza di Luisa, donna alla quale Aldo è legato da un’amicizia morbosa e immatura – tale è anche il loro tentativo di arginare la vita adulta, mettendola tra parentesi –, che abbandona la casa condivisa quando conosce Alessio Patriarca, uomo normalissimo, e se ne innamora. Il romanzo è narrato in prima persona da Aldo, che richiama alla mente, in ordine sparso, varî tempi della sua età posticciamente adulta, tra amori falliti, piccole gioie e grandi tragedie. Nella bufera narrativa la casa, a dire il vero, non ha l’importanza (né la carica semantica) che avrebbe potuto avere, se non di riflesso. Differente è il trattamento riservato ai personaggi “secondarî” (Vittorio, Michel, Alessio…), i quali riescono, con poche pennellate, ad essere dei compiuti e affascinanti ritratti. Giorgio Ghiotti, nato a Roma nel 1994, è già un autore maturo e con una propria voce, progressivamente affinata attraverso la lunga e prolifica frequentazione della scrittura sia narrativa sia poetica (esordisce nelle due categorie rispettivamente nel 2013, con Dio giocava a pallone per i tipi di nottetempo, e nel 2015, con Estinzione dell’uomo bambino per l’editore Giulio Perrone): tal doppia anima si può riscontrare soprattutto sul piano stilistico – il dettato è denso, e ogni parola possiede un sovrappiù di significato che non esiterei a definire lirico. La necessità di precisione e al contempo levità, indispensabili ai fini dell’equilibrio del romanzo (e specie di un simile romanzo “poetico”), è accolta dall’autore, che riesce a tenere egregiamente le fila del discorso, sfruttando le eccedenze semantiche per far reagire a distanza le diverse parti dell’intreccio. Si tratta però pur sempre di uno stile ardito, e il fatto che esso sortisca complessivamente l’effetto desiderato non lo esime da alcune problematiche – una su tutte, quella dei dialoghi, nei quali i punti di forza del monologo narrante a volte si rovesciano in negativo: il modo in cui i personaggi parlano fra loro è spesso innaturale e impostato, affettatamente letterario anche quando collocato all’interno delle logiche di un libro che strizzi esplicitamente l’occhio al pieno Novecento. Così ad esempio per il racconto della prima visione di Alessio per bocca – e occhi – di Luisa, che è la riformulazione in discorso diretto di un lungo monologo interiore, dall’esito discutibile. Felicissima è al contrario la figura della gabbia, la quale, più che ad una semplice metafora della dimora, corrisponde ad una sorta di correlativo oggettivo degli stati d’animo dei personaggi e dei loro modi di pensare ed interpretare il mondo. Michel, artistico coinquilino di un amore giovanile di Aldo, si dedica infatti all’intreccio di elaborate gabbie per uccelli con il fil di ferro, ma ne è insoddisfatto, in quanto le reputa cose morte e inerti, inabitate – Aldo ne diviene per caso il primo acquirente, e appende la gabbia nel giardino della casa, acquistata su consiglio proprio di Luisa: Io pensavo che aveva ragione Michel, che quella gabbia era una cosa morta. All’aperto, esposta alle piogge, si arrugginì e la ruggine la rese più bella, più viva, e io osservandola non vedevo più il simbolo di un risarcimento per una promessa mancata, ma l’allegria di quei giorni strani e lontanissimi […]. Più avanti nel testo, a comprare delle gabbie è una professoressa di greco che, a testimonianza di un più sereno e speranzoso animo di quello dei protagonisti, «le ha fatte portare a Tivoli, ha comprato due colonne e ce le ha messe sopra, vuote. Dice che non è vero che sono gabbie vuote; c’è il cielo dentro, ci sono le nuvole». Recensione di Gian Marco Evangelisti Giorgio Ghiotti, Casa che eri, 2024, Hacca, pp. 160, ISBN: 9788898983926

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Una storia ridicola

“Oggi concluderò dicendo al dottor Gómez, e per inciso anche ai possibili lettori di questa storia, che in ogni momento e qualunque cosa io racconti, che siano fatti o speculazioni, come verrà dimostrato nel corso della mia esposizione, io non parlo mai a vanvera. Ripeto: io non parlo mai a vanvera.” Questo è ciò che sostiene Marcial Pérez Armel, protagonista e narratore dell’ultimo romanzo di Luis Landero: Una storia ridicola. L’autore ha avuto successo come romanziere sin dal suo esordio del 1989 con Giochi tardivi (Feltrinelli 1991). Nel corso degli anni è diventato uno degli autori più apprezzati della narrativa spagnola contemporanea, tanto da vincere nel 2022 il Premio Nacional de las Letras Españolas alla carriera.  Il romanzo si apre con l’autopresentazione del suo protagonista, una vera e propria dichiarazione di poetica da parte di un narratore la cui visione del mondo è, per sua definizione, «tragica e trascendente», e che non esita a elencare le proprie qualità: la sua bella presenza, la qualità oratoria dei suoi discorsi, il rispetto che riserva all’«antico concetto dell’onore». È così che Marcial Pérez Armel, caporeparto in un’azienda di macellazione della carne, non solo desidera, ma pretende di apparire agli occhi altrui. Ben presto, però, perde le fila del discorso (ed è lo stesso protagonista a dichiarare: «io sono io e le mie divagazioni»), lasciandosi trasportare dalla necessità di difendersi da qualunque critica possibile o dall’irrefrenabile bisogno di esporre la sua personale filosofia. Nonostante ciò, si capisce ben presto che il protagonista sta scrivendo, sotto consiglio del suo psichiatra, un resoconto della sua vita e, in particolare, la storia della sua unica grande passione amorosa: quella per Pepita.  Il lettore si trova così di fronte a un narratore inattendibile, il cui scritto assume i toni di un lungo monologo apologetico. Nonostante le evidenti falle nella sua narrazione, il dettato di Marcial possiede una straordinaria carica attrattiva. Ciò non è dovuto al carattere del protagonista, il cui ego esorbitante non aiuta la sua causa. Marcial, infatti, interpreta ogni evento e personaggio della storia con una sua particolare lente: ritiene di aver subito «più offese di chiunque altro al mondo», tratta come rivali persone che, nei fatti, non gli fanno alcunché e lo fa in modo così capillare da farlo sembrare impegnato in una lotta perpetua contro dei mulini a vento (non a caso, Cervantes è uno dei modelli con cui l’autore gioca di più nelle sue opere). Eppure, gli estremi a cui giunge per rivendicare la propria caratura intellettuale sono ciò che rende così affascinante questo personaggio. Il modo in cui ostenta il suo amore per la parola si ipostatizza nei suoi discorsi, spesso artificiosi e costruiti con la passione di un autodidatta. Tramite questi Marcial cerca di dimostrarsi all’altezza dei personaggi che animano il salotto letterario dell’amata Pepita: artisti e intellettuali che possono contare su titoli di studio che lui invidia e con cui, quindi, si sente in competizione. La parola diventa il punto di accesso del protagonista al mondo che più brama, rappresentato dalla giovane Pepita, colta e di buona famiglia. Così come intesse vorticosamente la narrazione per restituire al lettore del suo memoir una visione di sé edulcorata, così fa nei colloqui con lei. Durante i loro appuntamenti i confini tra menzogna e verità diventano labili e il particolarissimo codice etico con cui Marcial distorce la storia assume tratti filosofici. Con l’incedere della narrazione la distanza tra la realtà e le sue parole sembra farsi sempre più grande. Questo scarto dà all’opera una vena comica, nonostante il desiderio di tragicità che anima il protagonista, che alla fine deve comunque confrontarsi con la ridicolaggine della sua vita: Potrà un uomo tragico come me recitare con successo in una commedia e al cospetto di un gruppo di commedianti professionisti? Riuscirò a divertirvi con le mie trovate? Una storia ridicola si nutre così della grottesca comicità di chi è perpetuamente impegnato nella fatica del consenso e nel bisogno di sentirsi all’altezza; la storia di Marcial mette a fuoco il ridicolo della vita quotidiana di un uomo qualunque, avvertendoci, però, dei pericoli che questa condizione cela.   Recensione di Chiara Coianiz Luis Landero, Una storia ridicola, traduzione dallo spagnolo di Giulia Zavagna, 2025, Fazi Editore, pp. 213, ISBN: 9791259675804

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Ghiak. Racconti di sangue

“Mi dissi, visto che hai imparato il sangue, Arghiris, continua nel sangue” «Mi dissi, visto che hai imparato il sangue, Arghiris, continua nel sangue»: così spiega il protagonista di Knocker, l’ultimo racconto della raccolta di Dimosthenis Papamarkos, interrogato su come fosse arrivato a svolgere la propria professione. Come questo, così anche gli altri racconti hanno la forma di un monologo orale, i cui protagonisti si trovano a dare conto del loro passato, inestricabilmente legato ad esperienze di violenza e sopraffazione, tanto come carnefici quanto come vittime.  I personaggi sono arvanites, ovvero membri delle comunità albanesi stanziatesi in alcune zone della Grecia durante il XIII e XIV secolo, le cui vite erano regolate da un corpo di antiche norme e leggi di diritto consuetudinario, il Kanoùn, che prevedeva anche la vendetta di sangue, ghiak, da cui anche il titolo del libro. Due dei nove racconti si sviluppano infatti come storie di vendetta, al modo di certi racconti di Ismail Kadare. Il primo, Do t’a pres kotsìdete, che apre la raccolta, ispirato da una canzone d’amore popolare degli arvanites di Grecia, è la vicenda della cruenta vendetta di un fratello per la sorella violentata e uccisa: davanti alla tragedia l’unica risposta possibile è diventare carnefici a propria volta – «Questa è la verità. Non ne sono fiero e non me ne vergogno. Ho fatto quel che ho creduto per la mia famiglia», conclude infatti il protagonista. Ma a volte sono forme più sottili di imposizione sociale quelle che colpiscono l’individuo, imponendogli il sacrificio della dimensione più privata e personale dell’esistenza: l’amore; come nel caso di Occhio di vetro, il cui protagonista racconta la sua storia ad una prostituta da cui si reca per nascondere la propria omosessualità, oppure di Venne il momento di partire, il cui protagonista si innamora di una ragazza greca di Smirne. Il sangue scorre copioso all’interno di questa raccolta, su due alvei differenti che tuttavia finiscono per confluire: oltre alla pesante legge del sangue del rigido diritto consuetudinario, le vite dei personaggi sono attraversate dall’esperienza della leva per la guerra greco-turca e della conseguente catastrofe dell’Asia Minore, il tragico scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia, che porta al movimento di più di un milione e mezzo di profughi.  Il vissuto della guerra è, prima di tutto, la scoperta della semplicità e normalità della violenza: non vi sono limiti alla crudeltà e ai soprusi nei confronti del nemico, che siano soldati o civili inermi, e non vi è possibilità che non sia l’indifferenza. Ma, una volta tornati nei propri villaggi, come si riconcilia la propria identità con l’efferatezza dei crimini compiuti? Il quesito percorre diversi racconti ed emerge con violenza nell’ultimo, Knocker. Arghiris, il protagonista, torna a casa dopo aver prestato servizio militare per dieci anni, dalle guerre balcaniche fino alla guerra in Asia Minore. È accolto con gioia e orgoglio per le onorificenze al valore ottenute, fino a quando non ha l’avventatezza di raccontare con sincerità la guerra: la verità provoca, tanto nella sua stessa famiglia quanto nei compaesani, ribrezzo e orrore, davanti ai quali non ha altra scelta che emigrare, abbastanza lontano da fuggire al passato che lo perseguita. Ma l’arrivo a Chicago porta con sé la realizzazione che non può scappare da sé stesso e da ciò in cui i soprusi e le violenze compiuti lo hanno trasformato. L’unica strada possibile è accettare il proprio desiderio di sangue:  Allora mi misi a pensare e capii che il sudiciume non è dappertutto sudiciume. […] Quindi, poiché quel fango non si ripulisce mai dalle scarpe di nessuno, perché di quello è fatta la sua anima, devi trovare il campo giusto. Mi dissi, visto che hai imparato il sangue, Arghiris, continua nel sangue. La risposta non è dunque rifiutare la violenza, ma trovare un posto dove sia socialmente accettabile, perché «quello che alla gente disgusta, non importa che succeda, basta che non lo veda e che lo faccia un altro». Continuare ad ammazzare, quindi, non più sul campo di battaglia, ma dove nella società industriale della Chicago degli anni Cinquanta è ancora ammissibile: il macello.   Recensione di Letizia Grosselle Dimosthenis Papamarkos,  Ghiak. Racconti di sangue,  traduzione dal greco di Valentina Gilardi,  2024,  Crocetti Editore,  pp. 112,  ISBN: 9788883064319.

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McGlue

“Un sorso di sangue è un buon sostituto. Quello di Johnson sa di rum. Il mio più di vino rancido. Ascolto il fischio nelle orecchie e guardo la neve.”   Ottessa Moshfegh è una scrittrice statunitense che spicca nel panorama letterario contemporaneo per l’attrazione che prova nei confronti delle parti più crude, oscure e perturbanti dell’essere umano, affrontate con un sorprendente velo di umorismo. Conosciuta in particolare per il premiato Eileen (2015), per il bestseller Il mio anno di riposo e oblio (2019) ed il più recente Lapvona (2022), Moshfegh vede ora pubblicato in Italia McGlue, il suo romanzo d’esordio del 2014, tradotto da Gioia Guerzoni per Feltrinelli. In questo romanzo breve, Moshfegh sperimenta attraverso il punto di vista, ovvero quello di un alcolizzato dai ricordi confusi. Questa scelta stilistica inusuale rende interessante una trama altrimenti semplice: un uomo è accusato di averne ucciso un altro. I due personaggi in questione sono McGlue, nella cui testa siamo intrappolati dall’inizio alla fine del racconto, e Johnson, che non è una semplice vittima, ma il migliore amico del protagonista, per il quale il narratore sembra provare qualcosa di più profondo, viscerale, di cui cogliamo la potenza solo attraverso la nebbia dei suoi ricordi, pensieri ed allucinazioni. La tensione omoerotica tra i due si intreccia con il terribile crimine di cui McGlue viene accusato, che non solo non ricorda, ma a cui addirittura non riesce a credere possibile per gran parte del romanzo. Dal confronto con le pubblicazioni successive dell’autrice, emerge la sensazione che questa prima prova, pur nella sua maturità, sia un punto di partenza per una scrittura più consapevole. L’alcolismo che viviamo nelle pagine di McGlue, infatti, richiama la dipendenza da barbiturici della protagonista di Il mio anno di riposo e oblio. L’attenzione di Moshfegh per il torbido, che disgusta e al contempo attrae, presente in scene come quella in cui Mcglue tenta di raschiare il proprio cervello con un coltello, alla disperata ricerca di ricordi, si può definire come un semplice “assaggio” se paragonato all’ossessione per il macabro che si riscontra in Lapvona. In quello che per alcuni aspetti si potrebbe definire un thriller psicologico, Moshfegh ci fa vivere lo strazio di una dipendenza dall’alcol, segnata da una sintassi a singhiozzo, che richiama proprio quello tipico di un ubriacone. Infatti, il flusso di pensieri del protagonista, in cui veniamo immersi così in profondità da rendere talvolta labile il confine tra noi e lui, appare sconnesso, difficile da seguire, travolge il lettore con continui cambi di direzione. Questa sensazione di annegare, la mancanza d’aria che proviamo sott’acqua o quando abbiamo il singhiozzo, sono, d’altronde, la diretta conseguenza della scelta del punto di vista alla base dell’opera ma che, in contrapposizione a questa difficoltà della lettura, hanno il pregio di farci immedesimare con il protagonista, facendoci vivere in prima persona le sue emozioni, i suoi desideri e le sue paure. Ci permettono di sentire il fragore dell’acqua, lo sciabordio della nave, l’instabilità data dall’ubriachezza e dalle onde che smuovono una nave in mezzo all’oceano. Più che di coscienza, quello di McGlue si potrebbe definire come un “flusso di incoscienza”, fatto di immagini e sensazioni annebbiate dall’alcol, dal dolore di una ferita fisica e di una ferita dell’anima, che forse nasconde un segreto così oscuro da non volerlo credere, tanto meno ricordare. Si può arrivare ad uccidere chi ci ha salvato? McGlue è una lettura che riesce a sorprendere, soprattutto se ci si lascia travolgere dalla sua impetuosa e tormentata corrente.   Recensione di Adele Rudella Ottessa Moshfegh, McGlue, traduzione dall’inglese di Gioia Guerzoni, 2024, Feltrinelli, pp. 134, ISBN: 9788807035760

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You Like It Darker

“Vi piace il buio? Bene. Anche a me, e questo fa di me la vostra anima gemella.”   Così scrive Stephen King nella postfazione della sua tredicesima antologia di racconti, pubblicata il 21 maggio 2024. Con oltre 500 milioni di copie vendute in tutto il mondo, Stephen King è il più prolifico scrittore statunitense. Con la sua nuova raccolta, King dimostra di essere ancora al culmine della sua carriera e giustifica la sua persistente reputazione come “maestro dell’Horror”. In You Like It Darker. Salto nel Buio, l’autore approfondisce i temi portanti della sua opera e riprende i personaggi e le ambientazioni di alcuni testi precedenti, come Cujo (1981) e Duma Key (2008).  Tra racconti inediti e altri previamente già pubblicati, You Like It Darker. Salto nel Buio è originale nel suo genere appunto perché, oltre all’horror tradizionale, sviluppato magistralmente in scene che uniscono immagini perturbanti ed elementi soprannaturali, le storie di King affrontano l’horror da una prospettiva diversa, esplorando temi universali come il lutto, il dolore, la fortuna, le ambiguità della verità e il senso della vita. Si tratta, dunque, di un’opera essenzialmente umana. Due bastardi di talento racconta la storia del segreto dietro il successo di due amici e, anche se non particolarmente notevole, è la scelta giusta per aprire l’opera e impostare il suo tono. Con la sua narrativa sull’alcolismo, Il quinto passo è uno dei racconti più brevi della raccolta, mentre Willy lo Strambo segue un bambino e il suo peculiare fascino per la violenza. Un ragazzo colpito dalla sfortuna è il protagonista di Finn, collegata alle altre storie tramite la discussione sulle ambiguità del reale. Lungo Slide Inn Road racconta il viaggio di una famiglia per salutare una zia malata e, ne Lo Schermo Rosso, Leonard Crocker uccide la moglie, sostenendo che un alieno abbia preso possesso del suo corpo. Riportando i lettori al tema dei viaggi aerei de I Langolieri (1990), L’esperto di turbolenze racconta la storia di Craig Dixon e il suo mestiere di salvare gli aerei colpiti da turbolenze. Unico nella raccolta per la sensibilità dimostrata da King nel modo di affrontare la scelta tematica, Laurie è, inoltre, un racconto sui temi dell’invecchiamento e del lutto. Nella raccolta, la struttura dei racconti brevi limita l’uso esteso di ambientazioni e personaggi e pone l’accento sulla trama e sui colpi di scena, invitando il lettore a riflettere su temi universali. L’incubo di Danny Coughlin è stata una delle storie più apprezzate dalla critica ed è anche una delle più rappresentative della raccolta. Danny Coughlin decide di segnalare anonimamente l’omicidio di una donna, dopo averlo sognato, ma diventa il suo principale sospettato. Il racconto è magistrale nell’indagare costantemente la linea sottile che distingue il reale dal non reale, spesso simboleggiata nell’insieme di storie dal sogno e dalla problematica della post-verità: Sono rimasto anche quando sapevo che stavamo oltrepassando la linea di demarcazione tra la sanità mentale e la follia. I tre ultimi racconti di You Like It Darker. Salto nel Buio dimostrano l’essenza della letteratura di King: un’analisi profonda delle paure umane e delle ambiguità esistenziali attraverso una narrazione che destabilizza il confine tra realtà e soprannaturale. Riprendendo Cujo, Serpenti a sonagli presenta le vicende inquietanti di Vic Trenton in una località isolata della Florida, ed è la storia soprannaturale più affascinante della raccolta. I limiti della scienza, i sogni e la realtà sono i temi centrali di I sognatori, uno dei più coinvolgenti della collettanea. Nel racconto, un giovane lavora per uno scienziato che vuole fare esperimenti sui sogni alla ricerca ossessiva del significato dell’universo. Infine, L’Uomo delle Risposte è la grandiosa conclusione di You Like It Darker ed è, a parere di chi scrive, il più interessante racconto mai scritto da Stephen King. Il racconto è ambientato in tre momenti della vita di Phil Parker: le tre volte in cui incontrato il misterioso “uomo delle risposte”. Sebbene non rientri nei canoni dell’horror tradizionale, L’Uomo delle Risposte si distingue come il racconto più inquietante della raccolta per la sua intrigante rappresentazione della condizione umana.  In You Like It Darker Stephen King dimostra una notevole maestria nell’intrecciare una varietà di storie che si distinguono per loro varietà di stili e livelli di intensità emotiva e per l’ampia gamma di narrazioni, dalle trame più cupe e inquietanti alle più leggere, creando un contrasto che arricchisce l’esperienza della lettura. King riesce a orchestrare un insieme di racconti che non soltanto si completano a vicenda, ma elevano la qualità complessiva dell’opera, confermandola come una delle uscite più rilevanti del genere horror fiction nel 2024.   Recensione di Giovanna De Campos Mauro Stephen King, You Like It Darker. Salto nel Buio, traduzione dall’inglese di Luca Briasco, 2024, Sperling & Kupfer, pp. 544, ISBN: 978-8820079437

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