Morte per scorpione. Racconti (1953-1988)

“Tutto era irreale, nebuloso, incomprensibile. Là dentro si respirava la morte di Goyo Ribera, certo. Lui era stato latore di qualcosa talmente formidabile, che quel non precisato qualcosa avrebbe potuto ridare vita a tutto con un semplice contatto. Il suo spirito fluttuante ormai non era più lì, come se avesse abbandonato il corpo, come se fosse emigrato senza dire dove. Ma anche così, anche se Goyo doveva essere morto di sicuro, poiché solo in quel caso poteva essere morta la sua aura, questo non bastava per dire o ammettere che stavano succedendo fatti normali.” Non è un caso se, all’interno di questo libro, le parole più rappresentative per restituire l’effetto dell’opera di Armonía Somers sono quelle che descrivono proprio la percezione della morte, desacralizzata e concretizzata, ma al tempo stesso elevata a evento dalla potenza sconosciuta e indecifrabile. «Tutto era irreale, nebuloso, incomprensibile», scrive Somers, eppure tutto estremamente luminoso, si potrebbe aggiungere. Le storie raccontate dall’autrice uruguaiana sembrano prendere forma sotto le ombre nette tracciate dal sole, ma evaporano nel tentativo di maneggiarle, ed è questo che ne fa la grandezza. La narrativa breve di Somers, che cattura alcuni degli scenari attraversati da Gabriel García Márquez, è condensata al punto da essere preziosa. Scrive poco più di trenta racconti nel corso della sua carriera, pubblicati tra periodici e raccolte personali – tra cui Tríptico darwiniano (1982) e El hacedor de girasoles. Tríptico en amarillo para un hombre ciego (1994) –, oggi inclusi nel volume Cuentos completos (2021). Oltre a questi (e a qualche paratesto sparso) Somers è autrice di cinque romanzi – La mujer desnuda (1950), De miedo en miedo. Los manuscritos del río (1965), Un retrato para Dickens (1969), Viaje al corazón del día (1986) e Solo los elefantes encuentran mandrágora (1986) – tutti brevi ad eccezione dell’ultimo, considerato il suo testamento, con cui traduce su carta la lenta e dolorosa guarigione dalla malattia che l’aveva colpita alla fine degli anni Sessanta. Nei quarantacinque anni dedicati alla scrittura, Armonía Somers ha lasciato un segno nella letteratura ispanoamericana, grazie a una prosa che ha saputo irritare la propria epoca, incidendo con pochi tratti una realtà all’apparenza lontana, in quanto surreale, ma che acceca all’improvviso in quanto dolorosamente familiare. I racconti, accostati l’uno all’altro, sembrano infatti procedere di pari passo con la sensibilità della Storia, ma al contempo paiono riportare allo stesso universo, immobile, immutabile. Ne sono uno specchio i personaggi femminili che, dalla libertà conquistata dal primo di loro con la forza del proprio sangue, avanzano negli anni assumendo una voce sempre più distinta; ma, con una spinta contraria, questa caratterizzazione porta le donne di Somers a naufragare in una narrazione che – volutamente – non fornisce loro alcun appiglio, che riproduce l’incomprensione sottoforma di dissolvenza. La traduzione italiana delle opere di Armonía Somers è appena cominciata, a partire dal suo romanzo d’esordio La donna nuda – tradotto da Laura Putti nella collana «Palabras» della casa editrice Ventanas –, e prosegue, con le stesse coordinate, con questa raccolta di cinque racconti che spazia (formalmente) dal 1953 al 1988. Si tratta, a dire il vero, di una selezione che rispecchia l’evoluzione della penna di Somers nel primo decennio di scrittura di testi brevi, poiché l’ultimo racconto inserito nel volume, Jezabel (Libri dei Re, Sacra Bibbia), tratto da La rebelión de la flor. Antología personal (1988), risale in realtà al «primo periodo» dell’autrice. Il crollo (El derrumbamiento) proviene dall’omonima raccolta del ’53 ed è affiancato ancora una volta da Requiem per Goyo Ribera (Réquiem por Goyo Ribera): questi due racconti si pongono in continuità con la provocatoria avventura realistico-magica di quel primo romanzo dell’autrice. A fare da sfondo è sempre l’idillio già rotto in partenza, è la stessa ingenuità del protagonista che, così come il lettore, non comprende più i contorni di ciò che è reale. Con la stessa carica polemica con cui la sessualità viene nascosta in piena luce, la religiosità viene messa a nudo, ridotte entrambe alla loro materialità e alla banalità delle convenzioni che le regolano. Di dieci anni successivo è il racconto Morte per Scorpione (Muerte por alacrán), appartenente alla raccolta La calle del viento norte y otros cuentos (1963), che mette in scena i rapporti tra le persone nella loro ironica prevedibilità, in una distanza di classe che non ha bisogno di essere esplicitata. La deviazione (El desvío), raccolto in Todos los cuentos: 1953-1967 (1967) ma uscito originariamente su rivista nel settembre del ’64, costituisce, insieme al racconto precedente, la vetta di questa concentratissima raccolta. Il divario rispetto ai primi testi è inquadrabile in un movimento che dalla frenesia dei personaggi passa all’irrequietezza dello sguardo che li segue, che non è più la voce della narratrice ma è ormai il pensiero del lettore lasciato ad assistere ai fatti. Armonía Somers mostra, a un lettore avvezzo alle consuetudini del realismo magico, che sono le passioni più umane a creare il fantastico: l’amore, certo, ma anche la paura e la noia – così tipicamente novecentesca – innescano l’elemento di scompiglio, la rottura di una legge senza tempo, l’allucinazione nitida. È quasi soffocante la rapidità con cui il lettore precipita nel racconto, ne viene travolto, ed entro poche pagine ne viene nuovamente buttato fuori prima di poterlo comprendere pienamente.   Recensione di Giacomo Bottura Armonía Somers,  Morte per scorpione. Racconti (1953-1988),  traduzione dallo spagnolo di Laura Putti,  2025,  Ventanas,  pp. 112,  ISBN: 9791281276369

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L’opera umana. Corso di poetica 1937-1945

“Di cosa parla esattamente il Corso? La risposta più sintetica sarebbe: di tutto eccetto che di poesia in senso stretto. Oltre che di termodinamica e di meccanica, tratta di economia, filosofia, politica, fisiologia, sociologia, e anche di pittura e architettura.” Nel torno di qualche migliaio di battute risulta pressoché impossibile rendere conto con una qualche efficacia di un organismo discorsivo quale il Corso di poetica di Paul Valéry, che abbraccia, per velleità costitutiva, niente meno che l’intero scibile umano, come sottolinea Paola Cattani in apertura alla sua introduzione all’edizione italiana. Oltre a offrire una potente immagine di resistenza umanistica, il Valéry che, solitario e affaticato, sale in cattedra al Collège de France per otto anni dal 1937 al 1945 nel contesto di una Francia occupata e, più in generale, di un’Europa in preda al progressivo dilagare della violenza, dispiega infatti una riflessione ad ampio raggio che, per ambizione e vastità, è seconda solo a quella, allora inedita, degli sterminati Cahiers, cui pure la legano svariati punti di contatto tematici e intertestuali. Il termine “poetica” designa per Valéry un àmbito di ricerca eccedente rispetto al campo letterario strettamente inteso; rivolgendosi piuttosto alla creatività nel suo complesso, la disciplina così nominata si interessa a una gamma di problemi estetico-cognitivi che parte dai processi mentali di scaturigine e produzione delle “opere umane” per giungere fino alla loro circolazione e ricezione nel mondo. Fra questi due poli, genetico e sociologico, si inserisce appunto un insieme di nozioni e di istanze eterogenee che descrive un itinerario intellettuale all’apparenza policentrico ma tenuto in realtà insieme da una facoltà interrogante intimamente unitaria: come il Leonardo del suo primo importante testo in prosa, il Valéry del Cours de poétique maneggia le varie discipline trattandole come i singoli elementi di un più capiente sistema dell’esprit cui tutte vengono ricondotte. Non potendo insistere oltre su simili meccanismi, vale la pena limitarsi qui a qualche considerazione più contingente sul valore dell’edizione – e non semplicemente traduzione – italiana di un oggetto testuale anomalo quale il Cours de Poétique. Curato da due delle maggiori studiose nostrane di Valéry, Paola Cattani e Maria Teresa Giaveri, che firmano rispettivamente l’introduzione e la cronologia, il volume si presenta in effetti come il frutto di un’operazione scientifica ragionata e autonoma che, pur agendo evidentemente sulla spinta dell’edizione francese in due volumi curata nel 2023 da William Marx, adotta nondimeno criteri propri a livello della presentazione editoriale. Per prima cosa, è bene sottolinearlo, non si tratta di un’edizione integrale bensì di un florilegio antologico; tale scelta, tuttavia, non si risolve in una mera mutilazione del testo originale, stampato da Marx in ordine cronologico, bensì conduce alla riorganizzazione dei materiali trascelti in una nuova suddivisione a carattere latamente tematico. Quasi apparentandosi, in questo, alle rubriche con le quali Valéry stesso tentava di mettere ordine nel caos dei propri Cahiers, le quattro sezioni che innervano il Corso italiano – a eccezione della prima, dedicata più filologicamente agli esordi – intendono rendere conto, attraverso prelievi mirati nell’insieme delle lezioni, dei vari filoni che percorrono l’insegnamento: il rapporto con i modelli, l’analisi del mondo contemporaneo, la produzione di nuove concettualizzazioni teoriche e terminologiche dell’attività mentale ed estetica. Si spiega con questa volontà di offrire un’immagine il più possibile esemplare e rappresentativa delle riflessioni dell’ultimo Valéry l’ulteriore novità introdotta da questa edizione: l’aggiunta, a corredo dei testi delle lezioni, di alcuni articoli e saggi pubblicati in vita da Valéry, alcuni dei quali inediti in Italia, che ne completano l’estensione – Mallarmé, ad esempio, viene così ad aggiungersi a Poe e Leonardo nella galleria degli “eroi” che popolano la commedia intellettuale valéryana. Come rivendicato dagli stessi curatori, l’effetto di tali operazioni editoriali è, da una parte, garantire al libro una maggiore leggibilità, mondandolo dalle ripetizioni così come dagli appunti preparatori meno sorvegliati dall’autore; dall’altro, far risaltare la pluralità degli aspetti in cui si sviluppa la riflessione di Valéry e il peso che hanno in essa, al di là della lettura strutturalista per lungo tempo dominante, elementi più appetibili nel contemporaneo quali la politica, l’alterità, il corpo. La riflessione sull’attività dell’esprit resta in ogni caso, in maniera più o meno diretta, il fulcro nevralgico degli interessi di Valéry, e il mobile intellettualismo che emerge dal Corso potrà contribuire, insieme a quanto permesso dai Cahiers, ad affermarne un’immagine sempre più affrancata dal simbolismo poetico e calata in un contesto discorsivo teorico e multidisciplinare. Recensione di Giovanni Salvagnini Zanazzo Paul Valéry, L’opera umana. Corso di poetica 1937-1945, a cura di Paola Cattani e Maria Teresa Giaveri, traduzione dal francese di Maria Francesca Davì, Maria Teresa Giaveri, Antonietta Sanna, Paola Sodo, 2025, Feltrinelli, pp. 496, ISBN: 9791256240692

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La giusta distanza dal male

“Si chiama cenestesi. È la somma delle migliaia di sensazioni che arrivano in ogni momento dalle varie parti dell’organismo, e che ci fanno sentire, complessivamente, bene o male. Anzi, a dire la verità quando il corpo funziona bene non ci si accorge proprio di niente: tutto fila liscio, come un meccanismo ben oliato […]. Solo quando qualcosa si inceppa ci accorgiamo dell’esistenza del corpo. E cerchiamo vanamente di individuare la rotella storta, la manovella sghemba, la parte marcia del marchingegno.” La sfibrante vita lavorativa di una dottoressa senza nome in Pronto soccorso, e il suo disperato tentativo di preservare quanto resta della propria umanità ed empatia, dentro e fuori dal reparto – proprio quando la sua autopercezione cenestesica smette di operare silenziosamente –, costituiscono il fulcro del primo romanzo di Giorgia Protti, La giusta distanza dal male. Nata a Torino nel 1988, Protti si è formata in Medicina interna e ha lungamente frequentato gli ambienti che descrive nella sua opera, lavorando per diversi anni nella Medicina d’urgenza di un grande ospedale torinese. La giusta distanza dal male non si limita, però, ad essere un resoconto in copertina rigida di quanto accade in questi luoghi, ma si sforza di tenere assieme, in forma semi-diaristica, casi clinici puntuali, realtà ospedaliera, vita privata della narratrice, e riflessioni sul mestiere. Costitutivo del libro è soprattutto l’affiancamento, all’attenzione per il reale, di un filone narrativo del tutto fantastico: sin dalle prime pagine, infatti, l’interlocutore insidioso e beffardo della protagonista è nientemeno che Lucifero, intenzionato ad accompagnarla, più che tentarla, nella sua privata discesa verso gli inferi. Lo stile di Protti è chiaro, lineare, accessibile e godibile, ma non si sottrae completamente ad alcuni difetti, come l’uso insistito di cliché retorico-lessicali. Frequenti sono anche le ripetizioni, che se da un lato ovattano un poco i momenti di slancio creativo, dall’altro posseggono una qualità ossessiva che rende tanto più opprimente – e pertanto efficace – la rappresentazione della sfibrante quotidianità lavorativa della protagonista. La carica di denuncia sociale del romanzo beneficia particolarmente del ruolo centrale affidato alle incresciose condizioni in cui medici, infermieri, e operatori socio-sanitari si trovano a lavorare giorno e notte. Ben più di un semplice presupposto o sfondo agli eventi soprannaturali, tali condizioni divengono, de facto, il nucleo generatore dell’intero intreccio, con una buona porzione dell’opera dedicata alla discussione di cartelle cliniche, diagnosi, azioni e reazioni, insulti e ringraziamenti: in altre parole, alla routine. Fra i casi, spicca quello di Giselda Curcio, che funge quasi da deuteragonista sottotraccia, occupando una posizione opposta e speculare a quella della protagonista: “L’archivio informatico ospedaliero di Giselda contiene centoventisei passaggi, di cui centoventicinque per abuso etilico. L’ultimo è per emorragia cerebrale massiva, conseguenza di uno dei tanti traumi cranici che si è procurata dopo aver bevuto. È stata ricoverata, e dopo due giorni è scappata dal reparto per andare a cercare una bitta. Poi è tornata, di nuovo ubriaca, perché aveva mal di testa e non sapeva dove andare”. Giselda sospinge passivamente la riflessione su cosa significhi salvare qualcuno, e soprattutto consente all’autrice di insinuare un diabolico quesito nella voce narrante: se arrivi mai un momento in cui, messo da parte Ippocrate, sia legittimo che un medico non salvi il suo paziente. Complici il sopraggiungere del soprannaturale e le esigenze della trama, alcune delle riflessioni più pregnanti in potenza vengono, in atto, lasciate in sospeso o liquidate con rapidità d’azione. Ciò, unito ad alcuni momenti risolutivi un poco forzati, può lasciare al lettore un senso di incompiutezza, che si adagia sull’opera come una patina sottile.  Note di merito, ad ogni modo, vanno riconosciute sia al versante realistico del libro, nutrito di esperienze vere e capaci di catturare il lettore, sia a quello fantastico, in cui ad un Lucifero dalla trita rappresentazione viene a sostituirsi con gradualità, e invero felicemente, una concezione del castigo infernale e già mondano che ricorda piuttosto quella espressa da Sartre in Porta chiusa, secondo cui «L’Enfer, c’est les autres». Recensione di Gian Marco Evangelisti Giorgia Protti,  La giusta distanza dal male,  Einaudi,  2025,  pp. 256,  ISBN: 9788806269678

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Ann d’Inghilterra

“L’inglese ha due parole per dire straniero: foreigner, chi viene da un altro paese, e stranger, chi viene dall’esterno. Da bambina mi spiegavo la stranezza di mia madre con la confusione del francese, il fatto che mia madre fosse straniera. […] Mia madre viene dall’esterno, straniera alla figlia, al marito, agli amici, alla famiglia in Inghilterra. A dispetto di tutte le informazioni che posseggo, rimane la persona più opaca che io conosca.”  Nel 2024 Ann d’Inghilterra, l’ultimo romanzo dell’autrice francese Julia Deck, vince il Prix Médicis, premio assegnato agli scrittori emergenti che non hanno ancora raggiunto la notorietà. L’opera esce in Italia l’anno successivo per Adelphi, nella collana Fabula che ospita della stessa autrice anche Viviane Élisabeth Fauville (2012). Ann d’Inghilterra si apre in medias res: è aprile quando succede «l’inevitabile, […] il peggio» secondo la voce narrante della figlia: Julia è costretta ad abbandonare definitivamente «l’involucro di [sua] madre» Ann che, dopo una caduta in casa, ha subito un’emorragia cerebrale che le paralizzerà l’intero lato destro del corpo.  L’opera si spacca in due metà. La scissione è il tema portante del romanzo: Ann è divisa tra la cultura inglese di appartenenza e quella francese di adozione. Anche la narrazione salta tra i capitoli in prima persona, focalizzati a descrivere lo sforzo sovrumano della figlia per trovare un luogo di riabilitazione e di cura per la madre, e capitoli in cui viene rievocata l’esistenza materna adottando la terza persona, acuendo così la distanza temporale e affettiva da quel soggetto elusivo. Per superare l’afasia della madre, Deck adotta uno stile congetturale ritmato da incalzanti riflessioni rivolte ad Ann e a se stessa: «Mi chiedo se devo sentirmi in colpa. Mi chiedo chi mi farà sentire in colpa». La narratrice si fa testimone della solitaria realtà ospedaliera, documentando lo stato di crisi in cui versa la sanità geriatrica francese — il tecnico è assente, in ferie o su Marte. […] Capisco che è una battaglia persa in partenza. Nessuno ha tempo di aiutare un’invalida — affronta le assurdità della burocrazia, la difficoltà a fare i conti con gli oggetti materni carichi di ricordi e la sconcertante consapevolezza di trovarsi di fronte alla possibilità di mettere fine a un’esistenza mutila: Julia you have to get a final stop now, you must, […]. Sì, vuole che finisca, ma cosa. Vuole farla finita qui e ora […], oppure chiede […] di riprendere la sua vita interrotta in un attimo di distrazione. Capisco come voglio io. Quando mi chiederanno se si deve premere il bottone, risponderò di sì. Il passato materno si riallaccia con il presente quando un giorno Julia viene a sapere di avere un’altra sorella in Inghilterra. Da quel momento, si innesca un’indagine biografica strutturata dai ricordi dell’io narrante e da alcuni diari della madre. Nonostante questi appigli memoriali, la narratrice ricorre allo strumento della finzione; è il romanzo Occhi nel buio (A Dark-Adapted Eye, 1986) di Ruth Rendell, lettura cara alla madre, insieme alla finzione cinematografica di Un tram che si chiama Desiderio (A Streetcar Named Desire, 1951) a permetterle di rileggere la vita di Ann da un’altra prospettiva: Da tempo mi ero resa conto che i miei romanzi sbrogliavano il passato, predicevano il futuro. […] Apparente architetto del racconto, in realtà ne ero l’oggetto. Le categorie di reale e di finzione non sono così distinte. Ed è all’incrocio di queste linee direttrici che sta LA VERITÀ. Il romanzo è lo strumento della conoscenza. Con questo libro, Julia Deck riafferma con forza il paradigma secondo cui la fiction sia più autentica della realtà perché apre un varco nelle sue domande e fa luce sull’enigma che incombe sulla storia materna. Rifuggendo dalla categoria dell’autofiction, sentenzia: Per quel che mi riguarda, ho scelto da tempo da che parte stare: con il romanzo-romanzo. […] Senonché da qualche tempo accarezzo l’idea di un libro in cui potrei finalmente dire LA VERITÀ. […] Come se questa verità non risiedesse nei romanzi e grazie all’autobiografia la si potesse affrontare nuda e cruda. [….] Come se il romanzo fosse solo un artificio per proteggere il quieto vivere delle famiglie. Deck mette in atto la stessa operazione che aveva adottato André Gide in Se il grano non muore (Si le grain ne meurt, 1924) prima di lei: esorta i suoi lettori a cercare la verità nella finzione letteraria.   Recensione di Cosima Corrizzato Julia Deck,  Ann d’Inghilterra,  traduzione dal francese di Yasmina Mélaouah,  2025,  Adelphi,  pp. 201,  ISBN: 9788845940323 

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Icona involontaria

Un omaggio a Diane Keaton tra cinema e identità “Can you explain to me how I’m iconic? What is that? I understand certain aspects of it, but it’s hard for me to deal with that. I don’t really see it that way. I live with myself and I’m hardly iconic. I get up in the morning and it’s me again. I’m just another person saying: «Gee, I’d better feed the dog».” (Intervista a Interview Magazine, 11 giugno 2021). Tra le molteplici figure che il cinema americano ha saputo offrire al pantheon dell’immaginario contemporaneo, poche incarnano una forma di libertà così paradossale e coerente come Diane Keaton. La sua presenza esuberante e timida, ironica e vulnerabile, ha trasformato l’idea stessa di femminilità nel contesto hollywoodiano: non attraverso una rottura violenta con i modelli dominanti, ma tramite una lenta erosione dei medesimi, a partire proprio dal loro centro. Keaton non ha mai teorizzato tale rivoluzione ma è sempre riuscita ad abitarla, conservando una naturalezza disarmante, opponendo ad un’industria fondata sulla rappresentazione del desiderio e sulla tipizzazione del corpo un’immagine che si fa linguaggio, gesto simbolico, narrazione di una soggettività resistente. Fin dall’esordio al fianco di Woody Allen, e in particolare con Annie Hall (Io e Annie, 1977), Keaton ha imposto un paradigma di femminilità dissonante, in cui la grazia si confonde con la goffaggine, l’intelligenza con l’eccentricità, l’ironia con una forma di vulnerabilità esposta. Annie Hall è stato spesso letto come il manifesto di un nuovo tipo di donna cinematografica: indipendente, ironica, refrattaria a ogni definizione univoca, tale da influenzare la struttura stessa del film. La pellicola, infatti, ha messo per la prima volta in scena una maniera inedita di raccontare una storia d’amore, partendo dalla sua fine e procedendo secondo una struttura divagatoria, che mette via via in scena il fallimento del tentativo di ingabbiamento da parte dell’amante-Pigmalione protagonista del film.  La tensione tra naturalezza e artificio costituisce il centro della poetica keatoniana: la scelta è stata quella di operare sempre in uno spazio di scarto, lo stesso che separa il personaggio dal corpo che lo interpreta, la spontaneità dall’intenzione, la verità dal gesto. Se Barthes aveva teorizzato, per il racconto mitologico (Mythologies [Miti d’oggi], 1957), la trasformazione della storia in natura, Keaton dedicherà la sua carriera alla messa in atto del processo contrapposto, fondendo l’autenticità recitativa e il suo singolare modo di interpretare i personaggi all’interno delle pellicole in modo da privare lo spettatore della percezione di quel salto mediale che ne avrebbe inevitabilmente denunciato l’artificiosità. Non si tratta di una maniera intuitiva e naif di approcciarsi all’arte recitativa, al contrario, siamo di fronte ad una radicata volontà di smascherare la performance stessa, attraverso uno sguardo disallineato, una maniera inconfondibile di sospendere le battute in un sorriso collaterale, il tutto sublimato in una presenza corporea in grado di rompere definitivamente con un tipo di femminilità patinata che aveva popolato in maniera quasi esclusiva i lungometraggi hollywoodiani fino alla seconda metà degli anni Settanta. Una frattura, insomma, prodotta dalle vibrazioni del reale e disposta ad aprire lo schermo cinematografico ad una dimensione quasi documentaria dell’emozione e del suo modo di raccontarla. In merito al lavoro di Diane Keaton, uno degli aspetti maggiormente affascinanti è la costruzione, da parte dell’attrice, di un corpo espressivo che sfugge all’erotizzazione canonica del femminile. Tutto questo avviene, beninteso, senza negare l’espressione della propria fisicità, preferendo invece una maniera innovativa di redistribuirla nello spazio, tramite un sapiente impiego di gesti nervosamente ripetitivi, una postura incerta e l’ossessiva verbosità tipicamente alleniana. Il suo è un corpo che non rinuncia mai alla propria libera affermazione, in maniera non convenzionale, un corpo la cui messa in scena visiva è il correlativo oggettivo di una complessità ironica che Keaton ha coltivato per tutta la vita, sottraendosi alla logica dello sguardo maschile con un’ironia disarmante, riuscendo sempre a disorientarlo per via della sua incontenibile caleidoscopicità. Nel cinema di Woody Allen, come anche in The Godfather (Il padrino, 1972), Looking for Mr. Goodbar (In cerca di Mr. Goodbar, 1977), Reds (Reds, 1981) o Something’s Gotta Give (Tutto può succedere, 2003), solo per citare alcuni titoli emblematici, le personagge di Keaton appaiono come figure continuamente in negoziazione con il mondo che le circonda. Non c’è mai in loro la compiutezza dell’eroina classica, c’è piuttosto il movimento di una soggettività che si scopre nel gesto stesso di esporsi. Questa incompiutezza, ben lungi dall’essere una carenza, è la fonte della loro potenza iconica, è ciò che le rende profondamente moderne, capaci di non rappresentare un tipo di donna ma la possibilità stessa di essere donna in molti modi, tutti parziali, tutti provvisori, tutti intrinsecamente autentici. Va precisato che l’influenza di Diane Keaton travalica il cinema, sconfinando abbondantemente – proprio a partire da esso – nell’ambito della moda e dei costumi. Sarà Annie Hall a giocare un ruolo chiave in questo senso, perché con Annie la donna comune e goffa diventa un mito, lo fa passando anche attraverso la diffusione di una nuova tendenza in fatto di moda, introducendo uno stile pressoché inedito, che proprio dal film prenderà il nome di “Annie Hall look”. La prassi alleniana in merito alla scelta dei costumi consisteva nel lasciare le attrici libere di abbigliarsi da sole, in modo da imitarne lo stile, ispirandosi direttamente ai loro personali modi di vestire per costruire le identità delle personagge. È dunque evidente già da qui il contributo di Diane Keaton nella genesi di Annie, a cominciare dal suo stile iconico, per poi sfociare in altri aspetti più intimi. Negli anni Settanta, in pieno spirito di contestazione, si stava sviluppando il cross dressing, consistente nell’indossare capi che generalmente erano propri dell’altro sesso: durante il film vediamo spesso Annie portare abiti maschili, occasione per ribadire una certa idea e affermare un ideale di libertà e parità. Un esempio simile a quello introdotto dalla protagonista di Allen si ritrova nella figura divistica di Katharine Hepburn, che è entrata nell’immaginario comune indossando in maniera audace le tipiche camicie dal taglio maschile e gli iconici completi sartoriali.

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A che cosa serve la letteratura?

Verrà un tempo in cui le culture non avranno bisogno di eserciti per difendere la propria unicità e in cui le maggioranze non cercheranno più di fagocitare le minoranze. Io resto fedele allo yiddish perché esprime la mia speranza di redenzione. Quando tutte le nazioni capiranno di essere in esilio, l’esilio cesserà di esistere. […] Un popolo deve essere contemporaneamente sé stesso e parte integrante di un tutto, fedele alla propria patria e alle proprie origini e consapevole fino in fondo delle origini altrui. Deve possedere la saggezza del dubbio ma anche il fuoco della fede. In un mondo in cui siamo tutti essenzialmente stranieri, il comandamento «Ama lo straniero» non è solo un desiderio di altruismo, ma il vero nucleo della nostra esistenza. A che cosa serve la letteratura? È questa domanda spinosa che Adelphi rilancia fin dal titolo dell’edizione italiana di Old Truths and New Clichés (2022) – raccolta dei saggi di Isaac Bashevis Singer, inediti o pubblicati solo su rivista – a fungere da filo conduttore attraverso le eterogenee riflessioni dell’autore, per la prima volta pubblicate in Italia. Realizzazione postuma di un progetto a lungo immaginato da Singer, il volume, lungi dal seguire un impianto teorico coerente, è piuttosto un insieme di vivaci riflessioni sulla scrittura e il mestiere dello scrittore, sulla lingua yiddish, sulla fede e sulla condizione dell’uomo moderno. Nato in Polonia nel 1903 e trasferitosi negli Stati Uniti nel 1935, Singer fu uno dei più importanti scrittori ebrei di lingua yiddish, premio Nobel per la Letteratura nel 1978. Figlio di un rabbino chassidico, Singer intreccia con la consueta ironia aneddoti autobiografici, scienza, riflessioni teologiche e osservazioni sulla vita letteraria americana. Tracciando la propria “genealogia artistica”, l’autore de La famiglia Moskat (1950) mette sullo stesso piano lo studio dei testi religiosi – dal Talmud alla Qabbalah, senza dimenticare i giovanili scontri con le posizioni più rigidamente ortodosse del padre – e la sua vera e propria “formazione letteraria”, avvenuta sui classici di Zola e Balzac. In Perché scrivo come scrivo il suo percorso letterario si intreccia così con quello personale, biografico: il rapporto con la sorella Ester e il fratello Joshua, entrambi scrittori, la tensione tra un comune retroterra affettivo e culturale, e la spinta verso una modernità che lo fa sentire “fantasma”.  Da questo intreccio di diverse componenti prende forma la sua Weltanschauung personale che trova le sue radici tanto nei Dieci Comandamenti dell’Antico Testamento quanto nella filosofia di Hume e Schopenhauer; una personale visione del mondo, tutt’altro che definitiva, che Singer illustra nel suo divenire diacronico, nel suo essere in realtà plurale, perché costruita tanto a partire dai testi quanto dalla vita stessa. Ecco che allora le dottrine della Qabbalah non rappresentano storicamente soltanto “la via ebraica” per ripensare l’erotismo – e soprattutto il femminile – ma anche, dal suo punto di vista di “giovane peccatore”, la giustificazione filosofica del suo amore adolescenziale per Shosha e della sua fascinazione di bambino per i maghi e il circo. Nella sua riflessione, che pone l’individualità a fondamento della letteratura, è centrale l’attenzione per la lingua e per la misura del linguaggio: atteggiamento che presuppone, forse, un certo scetticismo nei confronti della rivoluzione linguistica del Sessantotto. Quest’ultima avrebbe per certi aspetti depotenziato la forza di determinate espressioni, in particolare delle più volgari. Ciò porta Singer a privilegiare una scrittura, spesso parabolica, estremamente controllata nella forma (nel rifiuto sistematico del «caos») e attenta alla qualità della trama. Se, in un certo senso, il “culto del limite” – nella forma, ma anche nel contenuto – può rappresentare una posizione conservatrice, per Singer è invece un baluardo contro la banalità e il cliché. Lo yiddish coincide allora con la lingua dell’essenzialità: privo di parole sconce, rappresenta per Singer la vera lingua dell’ebraicità, la lingua parlata da generazioni di morti, capace di esprimere «l’eterno spirito ebraico». Lo yiddish avrebbe lessicalizzato l’esilio come condizione esistenziale, fondamento insieme dell’ironia e della forza creativa di un intero popolo.  Per concludere, non manca nella raccolta l’ironia tagliente con cui Singer guarda al mondo della critica letteraria. Accettando, in quanto scrittore, anche la professione dell’«intrattenitore», nel saggio I Dieci comandamenti e la critica moderna egli immagina di sottoporre i Dieci Comandamenti di Mosè a diversi critici, non sul monte Sinai, tra tuoni e lampi, ma come un semplice opuscolo. Le recensioni offerte dagli specialisti rivelano tutte le idiosincrasie e i limiti di diversi approcci che tendono a ripiegare nello scolastico, finanche nel tic stilistico: a parlare è prima l’Esteta, poi un comunista, poi uno psicologo e, infine, anche il critico di una rivista ebraica. I diversi contributi si traducono nel medesimo tipo di analisi fredda che, per Singer, depotenzia la narrazione nel caso di un racconto o annulla il valore intrinseco del testo. Che sia per il complottismo giornalistico di alcune riviste ebraiche (con le quali Singer peraltro collaborò, spesso sotto pseudonimo), o per la fede cieca in un approccio critico, se su un testo si può scrivere di tutto, allora è proprio il suo valore misterioso e intangibile, «mistico» forse, che l’autore invita a salvaguardare. Recensione di Leonardo Guizzetti Isaac Bashevis Singer, A che cosa serve la letteratura?, traduzione dall’inglese di Marina Morpurgo, 2025, Adelphi, pp. 210, ISBN: 978-8845939693

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Medioevo immaginato

“Attraverso i secoli, il Medioevo non smette di affascinarci e di essere fonte di ispirazione costante […]: epoca buia e decadente o mondo fantastico popolato da draghi, personaggi fiabeschi e misteri appassionanti. Tutti questi diversi modi di “ripensare” l’età medievale hanno influenzato, e influenzano tutt’ora, l’idea che abbiamo di questo periodo storico.” Ogni volta che si intraprende l’arduo compito di parlare del Medioevo, il bisogno ricorrente è innanzitutto quello di liberare quest’epoca da facili connessioni mentali che la assocerebbero ad una fantomatica “età buia” ed arretrata. Tale urgenza è talmente forte che pare, a volte, dare quasi per scontato il suo essere ormai concepita solamente in questo modo negativo, da cui si deve invece scappare ad ogni costo. Se, da un lato, Medioevo immaginato vuole a tutti gli effetti inserirsi all’interno di questo stesso sforzo didattico, dall’altro, a differenza di molti altri tentativi, esso appare molto efficace e convincente soprattutto per il modo con cui decide di affrontare questa risemantizzazione del Medioevo, ovvero uscendo dalla successione temporale degli eventi storici per abbracciare considerazioni di più ampio respiro. Sono queste le premesse dell’opera d’esordio di Alessio Innocenti, autore di questo saggio che decide così di proseguire la sua campagna di divulgazione artistica e culturale, principalmente incentrata sull’“età di mezzo”, già iniziata sui social (principalmente TikTok e Instagram). Ciò che appare come una proposta tra le tante, ideata per stimolare un rinnovato interesse nei confronti del Medioevo, facendo comprendere qualcosa che prima si ignorava, già dalle prime battute si dimostra invece come qualcosa di molto più profondo. La volontà di riscattare il Medioevo, infatti, passa qui attraverso un aspetto di quest’epoca – e degli esseri umani stessi – che raramente viene preso in considerazione quando si parla di storia: il sentimento. ‹‹Il Medioevo non è mai esistito››. È questa la frase con cui si apre il libro. Ma se non è mai esistito, allora che cos’è? Una suggestione! Un’immagine! Un racconto! In poche parole, ‹‹quando usiamo il termine “Medioevo”, ci riferiamo spesso a qualcos’altro: a modi di immaginare l’età medievale che si sono diffusi soltanto negli ultimi secoli››. La provocazione che allora fonda tutto Medioevo immaginato è quella secondo cui non esiste alcun Medioevo proprio perché esistono solo i modi con cui è stato raccontato. Pur essendo una presa di posizione forte, su cui è possibile aprire un dibattito, essa garantisce quella forza dirompente in grado di dare una via d’uscita reale dalle modalità classiche, e spesso avvilenti, con cui finora questo periodo è stato descritto. Così come nel XIV secolo Petrarca dichiarò il Medioevo “epoca buia”, si può ora capire come, nei secoli successivi, siano esistiti anche altri modi di reimmaginarlo da capo, tutti altrettanto legittimi. Il movente cha ha prodotto una considerazione mortificante sul Medioevo è infatti lo stesso che può invece rivelarlo come un’epoca d’oro a cui ritornare, un tempo di stabilità politica ed economica abitato da nobili cavalieri dagli alti valori morali alla ricerca del Santo Graal. In tutti questi casi, è l’immagine del Medioevo ciò con cui si deve fare i conti. Con grande intelligenza, allora, l’autore si impegna a far crescere in noi il bisogno di nuove narrazioni sul Medioevo tramite le suggestioni e le immagini che, nel tempo, quest’epoca ha ricevuto dai suoi studiosi o abitanti. Sono questi i termini che hanno risvegliato, e che risvegliano tutt’oggi, in chi legge, il bisogno di Medioevo e una volontà di riscoperta di questo periodo. Essa, quindi, non parte da una pura conoscenza teorica ma dall’impatto emotivo che tale epoca è in grado di suscitare.  Ad un bisogno di Medioevo segue allora un’esplosione di Medioevo. Dalla singola epoca si arriva ai tanti ‹‹Medioevi›› differenti che qui vengono descritti. Come viene spiegato subito nell’introduzione al testo, parlare di Medioevo significa rendersi conto anche che nessuna etichetta è in grado di contenerlo interamente – men che meno quelle impoverenti sviluppate nel XIV secolo o dall’Illuminismo: D’altronde, un’epoca lunga mille anni non può essere rimasta immutata e sempre uguale a se stessa. Basta provare a gettare uno sguardo sul millennio medievale per capire la sua complessità: al suo interno sono comprese le esperienze dei regni romano-barbarici, l’impero di Carlo Magno […], le Crociate […], la Commedia di Dante, le cattedrali gotiche e gli affreschi di Giotto. A partire da ciò, con l’intento di sostenere l’eterogeneità di questo periodo storico e nella consapevolezza che queste nuove immagini siano in realtà da sempre radicate in noi e nel nostro modo di guardare a quel tempo, viene costruito l’itinerario di tutto il saggio. In questi otto capitoli tematici, grazie al costante sostegno di riferimenti visivi ad opere d’arte e ad artisti di notevole importanza, si viene trascinati nel vortice delle “mille facce” del Medioevo. Ogni capitolo inizia con una suggestione, un quadro, un monumento, un film o altri elementi ancora, permettendo a chi legge di riconoscere e inquadrare subito quel volto del Medioevo di cui si vuole parlare. Partendo allora dalla partita a scacchi tra il cavaliere Antonius Block e la morte ne Il settimo sigillo (capolavoro cinematografico di Bergman del 1957), si è catapultati in un Medioevo terra di cavalieri, re e maghi alla ricerca della vita eterna e in continua lotta con la morte. Si scopre come quelli che per noi sono miti intramontabili, come Artù e la Tavola rotonda, per esempio, fossero tali anche per gli abitanti del Medioevo, i quali vedevano nel leggendario re guerriero un simbolo, un riferimento etico a cui rifarsi. Non solo: il Medioevo viene anche mostrato nel suo essere epoca magica, mistica, in cui grandiose creature popolavano la terra, dai draghi alle sirene; scenario che ancora al giorno d’oggi influenza la nascita di opere come le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin. Viene mostrato, inoltre, un Medioevo spirituale e a tratti misterioso, caratterizzato dalle architetture che abbelliscono i chiostri monacali, proprio quello sfondo che Umberto Eco ha scelto per il suo capolavoro letterario de Il nome della Rosa (1980). Molta attenzione è data proprio all’immagine di questi luoghi caduti in

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I vigliacchi

“E mentre guardavo il sole lassù, con il grande edificio bianco alle mie spalle e la quiete di un paese dove erano morti tutti, poteva essere ovunque, mi assalì un grande senso di inutilità, mi pervase tutti i pori e le cellule del corpo e sentii tutto, tutto eccetto me stesso, infinitamente lontano. Ed ero un mollusco nel solido guscio di quella inutilità, ci stavo bene, anche se ero solo e senza senso, ma appena ne uscivo il mio corpo molle e vulnerabile incontrava qualcosa di doloroso. Appena uscito, compariva subito Irena e la sofferenza di non averla e la sofferenza di non sapere se mi interessava davvero o no, e la sofferenza di desiderarla ed essere geloso di lei e quella di essere indifferente a lei e quella di pensare che non l’avrei mai avuta e che era stato ed era tutto inutile, le serate e le parole e la rivoluzione […].” Il romanzo ceco che ha subito la più feroce e spietata offensiva mediatica dell’intero periodo socialista è senza dubbio I vigliacchi (1958) di Josef Škvorecký. A suo modo, il romanzo divenne un vero e proprio caso editoriale, l’imputato di un “processo letterario” che costrinse l’autore a confrontarsi con i vertici del regime comunista. Nella Cecoslovacchia della fine degli anni ’50, il caso de I vigliacchi determinò un inasprimento delle politiche censorie che impedì a molti autori, tra cui Bohumil Hrabal, di pubblicare le proprie opere. Come era accaduto per Il dottor Živago nel 1957, un anno prima della pubblicazione de I vigliacchi, il romanzo dovette attraversare un complesso percorso editoriale prima di essere pubblicato; inoltre, le numerose stesure del testo che ci sono pervenute rendono difficile individuarne una versione ufficiale e definitiva. La nuova traduzione de I vigliacchi (2025), pubblicata da Miraggi, colma il vuoto lasciato sugli scaffali dal 1969, quando vide la luce, per Rizzoli, la sua unica edizione italiana, almeno fino ad ora.  L’esplodere dello scandalo, paragonabile a quello scoppiato per Il dottor Živago, fece sparire il nome di Škvorecký dai piani editoriali per ben cinque anni. Ricomparve solo nel 1963 con la pubblicazione di La leggenda Emöke, il «delizioso racconto» ricco di «ondulazioni musicali» che ha ispirato il nome di questa rivista, e che è così descritto da Angelo Maria Ripellino in una lettera a Italo Calvino. Fondatore a Toronto, dopo la sua emigrazione dalla Cecoslovacchia, della casa editrice ’68 Publishers, fondamentale per la diffusione della letteratura ceca all’estero, Josef Škvorecký si inserisce nel novero degli autori che, in vari momenti del secolo scorso, subirono il fascino della letteratura americana, da sempre considerata un “tabù” dalle politiche culturali di regime, perchè estranea alla loro logica normativa.  Negli otto capitoli in cui è diviso il romanzo, che corrispondono ai giorni tra il 4 e l’11 maggio del 1945, si racconta l’arrivo dei russi a Kostelec, una piccola città immaginaria ispirata a Náchod, ora libera dai tedeschi. Nella costruzione del racconto Škvorecký disattende però ogni regola dell’estetica di regime, ogni principio del realismo socialista. Sebbene non possa definirsi propriamente un romanzo anticomunista, I vigliacchi presenta, per la prima volta nel contesto cecoslovacco, una posizione libera, leggera e spensierata. La narrazione è in prima persona e punta soprattutto sull’immediatezza delle impressioni del protagonista. Non è infatti l’intervento della voce autoriale a richiamare l’attenzione, non è l’opinione forte dell’autore a mediare le riflessioni del personaggio che fin da subito non viene dotato del cinismo necessario a motivare le sue considerazioni. Il protagonista Danny cresce insieme all’autore e ne costituisce una sorta di alter ego fittizio (tornerà infatti in altri romanzi di Škvorecký); non è l’uomo “da glorificare” dell’estetica ufficiale, ma è un Giovane Holden che fa del suo patriottismo lo strumento per conquistare Irena, la ragazza di cui è innamorato senza essere ricambiato.  In un romanzo giocato sulla descrizione contrastiva del mondo degli adulti e quello dei giovani, il giovane Danny oscilla tra dissenso e adesione. L’arrivo dell’Armata rossa viene privato di ogni forma di mediazione ideologica; tutto l’evento è presentato come una grande farsa, uno sketch di cabaret: un cambio di bandiera, un palchetto, i russi come ubriachi uomini a cavallo, l’organizzazione della Resistenza come un susseguirsi di ronde senza senso. Danny ama le ragazze, il jazz, il ragtime e la cultura americana, ha da poco concluso il liceo; il suo cognome Smiřický è quello di una famiglia nobile e ciò fa di lui un privilegiato, un buon partito. Si sente diverso da «quelli che hanno fame», i comunisti, da quelli che non hanno una camera confortevole in cui rifugiarsi. È chiaro fin da subito, dunque, che la sua visione del mondo non è priva di implicazioni, poiché condizionata, seppur in minima parte, dalla sua eredità di classe. Danny è un ragazzo stregato dai ricordi. È perennemente perso nel suo fantasticare e riscopre la realtà, seppur parzialmente, solo dopo essersi scontrato con l’evidenza della guerra, che impedisce lo svolgersi della sua vita quotidiana. Eppure, nonostante siano posti di fronte alla violenza della guerriglia, lui e i personaggi con cui dialoga minimizzano i fatti appena accaduti attraverso scambi di battute privi di forza comunicativa: la violenza resta perlopiù riposta nella loro mente. Raccontano gli eventi senza dar peso alla morte, rendendola quindi inconsistente, e forse, per questo, ancor più dolorosa.  Danny è per primo uno dei vigliacchi a cui allude il titolo, così come lo sono i suoi amici, che evitano lo scontro aperto, o i personaggi in vista della città, che cambiano posizione con l’arrivo dei russi. La forza del protagonista sta proprio nel suo “parlare di nulla”, nella sua inettitudine, in questa sua inerzia esistenziale che, contrapposta al pathos degli eventi, dà vita ad una satira contro il piccoloborghese, contro il “mondo dei padri” e contro la sacralizzazione dell’Armata rossa.  Se dunque non possiamo riconoscere lo sconforto del protagonista nei dialoghi a cui prende parte, lo possiamo però fare nelle parti liriche, nei suoi monologhi, nelle contraddittorie idealizzazioni del presente che testimoniano la sua sostanziale fragilità, nelle sue paure nei confronti del futuro: la laurea in lettere e la vita in questo “nuovo

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Chloé Delaume: morfologia e clinamen. Letture incrociate di «Chanson de geste & Opinions»

In una nota a piè di pagina di Morfologia e clinamen, il secondo volume che Marika Piva dedica all’autrice francese Chloé Delaume, si legge che «la bibliografia critica sulla scrittrice [è] ormai nutritissima» (p. 14). Il nitore di una simile fotografia non può che stonare col fatto che in Italia le sue opere principali restano ancora inedite, nonostante la loro innegabile centralità per almeno tre corposi filoni di studio della letteratura contemporanea – l’autofiction, il femminismo e la transmedialità. Nel tentativo di iniziare a colmare questo vuoto, il saggio di Piva segue una strada diversa rispetto al precedente Nimphæa in fabula (2012, in francese): non si tratta infatti di una monografia complessiva sulla figura di Delaume, bensì, in maniera quasi mimetica rispetto all’autrice studiata, di uno strano oggetto critico la cui originalità risiede nell’approccio e nella dispositio («ceci n’est pas un essai» è il titolo parlante di uno dei paragrafi introduttivi). La scelta rivendicata della parzialità e della «marginalità come modalità d’accesso» (p. 14) all’opera della scrittrice porta infatti a soffermarsi su un unico suo brevissimo testo, Chanson de geste & Opinions (2007), la cui traduzione italiana completa il volume di Piva. Si tratta di un componimento d’occasione dedicato alla ricerca, da parte di un eterogeneo gruppo di personaggi finzionali ripresi da Queneau e dall’immaginario medievale, dell’essenza del gesto artistico del pittore francese Pascal Pinaud. Attraverso l’analisi di questo case study apparentemente infimo, due in particolare sono i nodi concettuali di fondo che vengono convocati. Quello trattato nei primi due capitoli dà anche il titolo al volume: l’inesausta e produttiva dialettica tra morfologia e clinamen. Tale coppia di nozioni rimanda al meccanismo stesso della creazione letteraria, nella quale una struttura (la “morfologia” della fiaba di Propp, appunto, con la capillare rigidità delle sue trentuno funzioni narrative) innerva un testo che continuamente scarta rispetto alle regole imposte, aprendo delle falle all’interno di uno schema del quale ci si prende gioco ma che resta al tempo stesso necessario. Reso celebre da diversi romanzi di Georges Perec, nel testo di Delaume tale gioco con le contraintes è visibile nell’adozione di una partizione in dieci capitoli titolati che si rifà alla struttura tradizionale della fiaba, e che tuttavia viene disattesa dalla vuotezza semantica dei titoli stessi (composti da avverbi e particelle che non danno indicazioni sugli eventi raccontati e mettono in crisi la linearità cronologica dell’intreccio) e soprattutto dall’assenza dell’ottavo capitolo, il quale si configura come una sorta di centro vuoto e dislocato. In queste infrazioni rispetto alle attese consiste l’atto del clinamen, valorizzato come fertile disordine linguistico e compositivo capace di scombinare e ricombinare i materiali esistenti, figura della «libertà soggettiva» (p. 34) dell’atto creativo. Il secondo polo è quello della transfinzionalità, concetto ripreso da Richard Saint-Gelais che rende conto del quoziente di autonomia del materiale finzionale trasferibile da un testo all’altro (pp. 15-16). Dal terzo al quinto capitolo si esaminano così alcuni dei più vistosi ipotesti e intertesti dell’opera di Delaume: i romanzi cavallereschi medievali, le opere di Alfred Jarry e Pascal Pinaud. Non si tratta di modelli cui attenersi bensì di materiali dei quali disporre, sottoponendoli all’impatto con una soggettività autoriale che, «manipolandoli, li rende qualcosa di inedito» (p. 92). Lungi dall’essere un inerte contenitore di istanze esterne, Chanson de geste & Opinions è piuttosto il centro incandescente, il marchingegno temporale in cui più linee narrative si incontrano e si congiungono in maniera inedita: combinando «elementi che rinviano a diversi universi narrativi», la sua realtà «risulta intrisa e inseparabile dall’interdiscorso […] e dalla transfinzionalità» (p. 104). La ricognizione svolta da Piva, interessata a mostrare le affinità tra Delaume e gli autori citati e a ribadire al contempo la produttività della loro frizione reciproca (pp. 124-126), mostra come il testo sia realmente un tessuto di fili, ognuno dei quali può essere seguito e dipanato in maniera capillare dal lettore. Tramite questo esercizio di espansione ed esplosione del minimo indizio testuale, l’opera diventa rimando potenzialmente infinito, dando corpo e spessore alla sentenza spesso banalizzata di Julia Kristeva secondo cui ogni testo è un mosaico di citazioni. Grazie alla sua natura rizomatica e temporalesca (pp. 200-205), il testo di Delaume è insomma un crogiuolo in nuce di letture possibili: a riprova anche tangibile di ciò, sta il fatto che una fiction di venti pagine abbia generato un saggio di duecento – il quale oltretutto avrebbe potuto prolungarsi ancora, a piacimento, continuando a sfogliare nell’enciclopedia stratificata che è sottesa a ogni elemento, a ogni parola.   Recensione di Giovanni Salvagnini Zanazzo Marika Piva, Chloé Delaume: morfologia e clinamen. Letture incrociate di Chanson de geste & Opinions, 2024, DeriveApprodi, pp. 286, ISBN: 978-88-6548-588-0

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Casa che eri

“Dov’era finita l’allegria, la serenità degli inizi? L’amore accudente di quelle mura? Restammo per un po’ a scrutarci, e io avevo solo due occhi e la mia casa mille, di più, centomila. Ci addormentammo come due nemici.” Aldo Lanari, scrittore protagonista dell’ultimo romanzo di Giorgio Ghiotti, Casa che eri (Hacca, 2024; candidato alla LXXIX edizione del Premio Strega), ha quarant’anni, vive a Roma, e non sta affatto bene in casa sua: questo non tanto per la casa in sé, giacché tutte le case presenti nel romanzo, eccettuata qualche felice occasione, stillano morte o immobilità, occasioni solo potenziali; quanto piuttosto per via dell’assenza che la riempie: assenza di Luisa, donna alla quale Aldo è legato da un’amicizia morbosa e immatura – tale è anche il loro tentativo di arginare la vita adulta, mettendola tra parentesi –, che abbandona la casa condivisa quando conosce Alessio Patriarca, uomo normalissimo, e se ne innamora. Il romanzo è narrato in prima persona da Aldo, che richiama alla mente, in ordine sparso, varî tempi della sua età posticciamente adulta, tra amori falliti, piccole gioie e grandi tragedie. Nella bufera narrativa la casa, a dire il vero, non ha l’importanza (né la carica semantica) che avrebbe potuto avere, se non di riflesso. Differente è il trattamento riservato ai personaggi “secondarî” (Vittorio, Michel, Alessio…), i quali riescono, con poche pennellate, ad essere dei compiuti e affascinanti ritratti. Giorgio Ghiotti, nato a Roma nel 1994, è già un autore maturo e con una propria voce, progressivamente affinata attraverso la lunga e prolifica frequentazione della scrittura sia narrativa sia poetica (esordisce nelle due categorie rispettivamente nel 2013, con Dio giocava a pallone per i tipi di nottetempo, e nel 2015, con Estinzione dell’uomo bambino per l’editore Giulio Perrone): tal doppia anima si può riscontrare soprattutto sul piano stilistico – il dettato è denso, e ogni parola possiede un sovrappiù di significato che non esiterei a definire lirico. La necessità di precisione e al contempo levità, indispensabili ai fini dell’equilibrio del romanzo (e specie di un simile romanzo “poetico”), è accolta dall’autore, che riesce a tenere egregiamente le fila del discorso, sfruttando le eccedenze semantiche per far reagire a distanza le diverse parti dell’intreccio. Si tratta però pur sempre di uno stile ardito, e il fatto che esso sortisca complessivamente l’effetto desiderato non lo esime da alcune problematiche – una su tutte, quella dei dialoghi, nei quali i punti di forza del monologo narrante a volte si rovesciano in negativo: il modo in cui i personaggi parlano fra loro è spesso innaturale e impostato, affettatamente letterario anche quando collocato all’interno delle logiche di un libro che strizzi esplicitamente l’occhio al pieno Novecento. Così ad esempio per il racconto della prima visione di Alessio per bocca – e occhi – di Luisa, che è la riformulazione in discorso diretto di un lungo monologo interiore, dall’esito discutibile. Felicissima è al contrario la figura della gabbia, la quale, più che ad una semplice metafora della dimora, corrisponde ad una sorta di correlativo oggettivo degli stati d’animo dei personaggi e dei loro modi di pensare ed interpretare il mondo. Michel, artistico coinquilino di un amore giovanile di Aldo, si dedica infatti all’intreccio di elaborate gabbie per uccelli con il fil di ferro, ma ne è insoddisfatto, in quanto le reputa cose morte e inerti, inabitate – Aldo ne diviene per caso il primo acquirente, e appende la gabbia nel giardino della casa, acquistata su consiglio proprio di Luisa: Io pensavo che aveva ragione Michel, che quella gabbia era una cosa morta. All’aperto, esposta alle piogge, si arrugginì e la ruggine la rese più bella, più viva, e io osservandola non vedevo più il simbolo di un risarcimento per una promessa mancata, ma l’allegria di quei giorni strani e lontanissimi […]. Più avanti nel testo, a comprare delle gabbie è una professoressa di greco che, a testimonianza di un più sereno e speranzoso animo di quello dei protagonisti, «le ha fatte portare a Tivoli, ha comprato due colonne e ce le ha messe sopra, vuote. Dice che non è vero che sono gabbie vuote; c’è il cielo dentro, ci sono le nuvole». Recensione di Gian Marco Evangelisti Giorgio Ghiotti, Casa che eri, 2024, Hacca, pp. 160, ISBN: 9788898983926

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