Il museo degli sforzi inutili

“Lui stava per battere il record. E allora, l’estasi di lasciarsi cadere; la divina, sublime estasi di fermarsi, di scivolare dolcemente verso il bordo, il bordo della pista, a pochi metri dalla fine, appena un po’ prima del traguardo; lasciarsi andare lentamente a terra e alzare la testa, ah gli alberi alti, il cielo azzurro, le nuvole lente, i pennacchi crespi dei rami, le foglie che si muovono; volgere gli occhi verso l’alto e contemplare il cadenzato volo degli uccelli, intorno c’è un putiferio ma lui non ascolta, sicuramente rimproveri, sicuramente insulti, il suo allenatore esasperato […], ma lassù gli alberi galleggiano, galleggiano in un’atmosfera irreale che nessuno vede […].”  Un atleta sta per battere il record, ma inciampa a pochi metri dalla fine. E se non fosse inciampato, ma avesse deciso, semplicemente, di fermarsi? Come in questo racconto, così negli altri de Il museo degli sforzi inutili, Cristina Peri Rossi indaga gli aspetti irrazionali, tragici e oscuri dell’animo umano e della società contemporanea. Nata a Montevideo, ma residente in Spagna dal 1972, dove si autoesiliò per fuggire alla repressione della dittatura militare, Cristina Peri Rossi è una scrittrice prolifica e riconosciuta. Della sua ricca produzione, che conta più di trenta libri tra prosa e poesia, sono stati tradotti in italiano solo Le difficoltà dell’amore (La Tartaruga, 2006) e Il museo degli sforzi inutili, pubblicato negli anni Novanta da Einaudi e riproposto oggi da Sur.  In questa raccolta trovano voce e forma, attraverso racconti brevi e sagaci, costruiti con grande abilità, i sentimenti più profondi e le assurdità all’apparenza incomprensibili del comportamento umano. In Istruzioni per scendere dal letto, per esempio, leggiamo il rigoroso cerimoniale che il giovane protagonista segue prima di riuscire ad alzarsi, per proteggersi da una realtà aliena e minacciosa, dal momento che «né coricati né in piedi il mondo sembra sensibile alla nostra partecipazione, nonostante ci si prodighi in febbrili movimenti per dimostrare il contrario. Sarà, sempre, un mondo estraneo».  I racconti mostrano un ampio campionario di situazioni umane all’apparenza folli, problematiche e irrazionali: alcuni personaggi non riescono a prendere l’aereo, uno – come l’appeso dei tarocchi – vive sulla corda sospesa in camera sua senza mai tornare a terra, un altro si è scordato a metà delle scale se stava scendendo o salendo, un attore ormai dimenticato urla dal suo appartamento come se stesse ancora recitando Tarzan nella foresta. Queste storie rivelano in realtà la profonda alienazione dell’uomo nella società moderna e la difficoltà di conciliare il proprio desiderio di ordine, logica e sicurezza con un’esistenza inevitabilmente irrazionale e imprevedibile. Anche l’amore ha spazio in queste pagine, ma viene raccontato, attraverso l’uso dell’allegoria, nella sua dimensione più dolorosa e disforica. Così un punto fermo, regalato da una donna all’amato da usare in caso di necessità, viene smarrito, e impedisce alla coppia di mettere fine alla relazione, condannandoli a perdere anche il piacere e il senso dei giorni passati: «questo punto fuggitivo ci lega, ci annoda, ci riempie di rancore e di disgusto, va divorando uno a uno i giorni passati, che furono così belli». In un altro racconto, Storia d’amore, la separazione è resa impossibile perché il corpo della donna si unisce fisicamente e indissolubilmente all’uomo che dice di amare, condannandolo ad una morte di consunzione. Ne Il tempo tutto lenisce, accade che una persona, sofferente per la fine di una relazione, si rechi ad un banco dei pegni in cerca di «una bella fetta di tempo» da poter spalmare come unguento sulle ferite e che trovi anche qualcuno disposto a venderglielo. Non sfuggono alla penna sarcastica dell’autrice le assurdità dei simboli del mondo contemporaneo, come in Dal parrucchiere, dove i trattamenti di bellezza vengono trasfigurati in un solenne rituale sacro, in cui le clienti diventano adepte da iniziare al culto, o come in Bandiere, dove viene attaccata la vacuità di una cerimonia la cui formalità si rivela priva di valore e di significato.  Recensione di Letizia Grosselle Cristina Peri Rossi,  Il museo degli sforzi inutili,  traduzione dallo spagnolo di Vittoria Spada,  2025,  Sur,  pp. 180,  ISBN: 9788869984266

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 La strada oltre il muro

“Quando potevano farlo senza imbarazzo si definivano onesti cittadini americani, e guardando Pepper Street con il suo decoro e la statale vicina e i pilastri e il muro la rendevano propria con affermazioni come “un bel posto dove vivere” e “quando deciderò di andarmene”. Perciò qualunque cambiamento apportato a Pepper Street sfuggiva al loro controllo, e neppure si riteneva necessario avvisarli, anche se avrebbero patito il cambiamento più di chiunque altro”. Ipocriti e refrattari a qualsiasi mutamento che turbi la loro quotidianità o il loro sistema idee: così sono gli abitanti di Pepper Street, personaggi attorno ai quali ruota La strada oltre il muro. L’esordio di Shirley Jackson – dato alle stampe nel 1948 e finora rimasto inedito in Italia – si configura infatti come un romanzo corale e dalla sferzante critica sociale, accostabile, da un punto di vista tematico e cronologico, a La Lotteria (Adelphi, 2007). In questi due titoli, Jackson, autrice americana vissuta tra il 1916 e il 1965, tesse una raffinata analisi della società, laddove il resto della sua produzione – tra cui spiccano L’incubo di Hill House (Adelphi, 2004) e Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi, 2009) – privilegia una rappresentazione degli abissi dell’io ed è pertanto tutta incentrata sull’individuo.  Comunemente considerata una delle penne più rappresentative della letteratura gotica e dell’orrore, l’autrice non sconfina mai nel regno del fantastico e rimane invece saldamente ancorata al quotidiano, come testimonia la puntuale descrizione degli ambienti di tutti i giorni che emerge sin dagli esordi, e quindi già ne La strada oltre il muro. Manifestazioni esteriori di posizionamenti sociali e propensioni (o vere e proprie posture) mentali, gli spazi rappresentano i personaggi che vi transitano e vi abitano. Come ne L’incubo di Hill House vi è un rapporto simbiotico tra Eleanor e la casa – e nello specifico tra lo stato psichico della prima e le anomalie architettoniche della seconda –, così una via di periferia senza uscita come Pepper Street è abitata da benpensanti provinciali e dalle vedute ristrette. Il meccanismo di rispecchiamento è totale: i ricchi e perfetti Desmond vivono all’estremità opposta dei Martin, la famiglia più povera e disastrata; il muro che delimita Pepper Street incarna quel confine – sociale prima ancora che spaziale – che separa gli abitanti da tutto ciò che vorrebbero essere, ma non saranno mai; i lavori che aprono la via all’autostrada simboleggiano l’apertura al mondo che i personaggi devono, per cause di forza maggiore, affrontare.  Come in un romanzo di satira ottocentesco – il nome di Thackeray e della sua Fiera delle vanità non figura casualmente ne La strada oltre il muro –, Jackson irride il perbenismo borghese, denunciandone il carattere posticcio, ma lo fa nell’America alla soglia degli anni cinquanta, attraverso una poetica oggettuale che trova corrispondenza nell’incipiente consumismo di massa, e con un andamento prosastico frammentato. La produzione dell’autrice (che consta complessivamente di sei romanzi e oltre duecento racconti) si colloca infatti sin dall’inizio nel solco della narrazione breve, tanto che in questo testo d’esordio il narratore onnisciente mette in luce quelle tensioni che hanno luogo all’ombra delle tende delle villette a schiera di Pepper Street tramite istantanee. Separate da ripetuti stacchi tipografici ma in dialogo le une con le altre, esse sono così disposte in un crescendo di attriti e punzecchiamenti che culmineranno in un’esplosione di violenza, accolta dalla comunità in maniera piuttosto analoga a quanto accade nel macabro finale de La Lotteria.  In un quadro di desolante omogeneità spicca però una figura ai margini, la devota e arcigna Mrs. Mack, espressione di un’alterità schivata da tutti e depositaria di possibilità salvifiche, che esprime il suo dissenso e la sua estraneità attraverso la lettura della Bibbia. L’intertesto biblico, forte della natura archetipica degli episodi narrati, è infatti una forma assieme di autocommento e di prefigurazione delle sorti di Pepper Street e dei suoi abitanti: “… gli uccelli del cielo,” stava leggendo Mrs. Mack “le bestie della campagna, tutti i rettili che strisciano sul suolo e tutti gli uomini che sono sulla faccia della terra; i monti saranno rovesciati, i luoghi scoscesi crolleranno e tutte le mura cadranno al suolo. Io chiamerò contro di lui la spada su tutti i miei monti, dice il Signore, l’Eterno, la spada di ognuno si volgerà contro il proprio fratello”.  Recensione di Serena Scolari Shirley Jackson, traduzione dall’inglese di Silvia Pareschi, 2024, Adelphi, pp. 219, ISBN: 9788845939211

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La città e le sue mura incerte

“Ero saldamente legato a qualche pezzo di questo mondo, io? Le mie radici erano solide? […] Questi legami erano sufficienti a trattenere il mio spirito, almeno in una certa misura? O erano così insignificanti che non valeva neanche la pena di parlarne?” Un enigma avvolto in un sogno, un luogo che non figura su alcuna mappa, ma risuona negli angoli più profondi dell’anima: così prende forma la città senza nome di Murakami. In questo spazio sospeso, dove la realtà sfuma nel sogno, una domanda emerge con forza: cosa è reale e cosa non lo è? Esiste davvero un confine divisorio fra realtà e irrealtà? In questo universo parallelo si riflettono le paure, i desideri e i ricordi dell’animo umano. Haruki Murakami è uno degli autori giapponesi contemporanei più influenti e apprezzati a livello internazionale. Nato a Kyoto nel 1949, ha iniziato la sua carriera letteraria negli anni Ottanta, distinguendosi per uno stile unico che fonde elementi del realismo magico con atmosfere oniriche e surreali. Tra i suoi romanzi più celebri si ricordano La fine del mondo e il paese delle meraviglie (1985), Norwegian Wood (1987), Dance Dance Dance (1988), L’uccello che girava le viti del mondo (1994), Kafka sulla spiaggia (2002), 1Q84 (2009-2010). La città e le sue mura incerte si rivela un filo narrativo che ha attraversato silenziosamente gran parte della vita dell’autore, emergendo con un’intensità sempre differente lungo il corso della sua scrittura. Il romanzo, infatti, affonda le sue radici molti anni prima, nel 1980, quando Murakami pubblicò su rivista un articolo con lo stesso titolo, definendolo però incompleto. Un nucleo affine si rispecchia già in uno dei suoi primi lavori, La fine del mondo e il paese delle meraviglie, in cui si può intercettare la stessa perimetria che governa le pagine del suo ultimo romanzo. Quarant’anni dopo, quel nucleo iniziale si amplia e la stessa città si edifica su nuove visioni e opportunità. Parafrasando Borges: uno scrittore ha un numero limitato di storie, a cui può dare mille forme; nel caso di Murakami, questa è l’ultima e la più completa. Ancora una volta seguiamo due adolescenti senza nome, simbolo di un’età in bilico tra ciò che può e che potrebbe essere, uniti dal desiderio di conoscersi in un’estate fatta di passeggiate, speranze e sogni. La ragazza narra di una città protetta da alte mura impenetrabili e in continuo cambiamento, dove il tempo è percepito in modo rallentato, è distorto, è dimenticato. Un luogo attraversato da fiumi senza corrente e circondato da salici, con una torre di guardia, un orologio senza lancette, il suono di un flauto, un guardiano e una biblioteca. Gli abitanti, costretti a separarsi dalla propria ombra all’entrata della grande porta, seguono ritmi di vita enigmatici e ciclici, «non parlano di quel “qualcosa” avvenuto tanto tempo fa […]. La gente non nutre una curiosità per così dire “orizzontale” per la geografia, ma nemmeno “verticale” per la storia». È qui che il protagonista arriverà, chiamato a ricoprire il ruolo di lettore di Sogni. Il protagonista, o forse una parte di esso, abbandonerà presto la città che lo proteggeva, ritornando a quella dimensione formata da un insieme di eventi indipendenti, la totalità di ciò che esiste. Ma «la nostra realtà sembra avanzare dentro di noi ramificandosi in più di una strada. E queste realtà ormai diverse l’una dall’altra si mescolano, le varie possibilità di scelta si intrecciano, e da lì nasce la sintesi di una nuova realtà». Il romanzo si apre quindi alla seconda parte, la più corposa. Il protagonista, ormai adulto, cresce segnato da un’incapacità profonda di creare legami autentici, trascinando la sua esistenza tra eventi apparentemente insignificanti: «E per i seguenti trent’anni, o quasi, ero vissuto soltanto per riempire il vuoto dentro di me». Quando decide, a quarant’anni, di prendere in mano la sua vita e di trasferirsi come direttore di una piccola biblioteca a Z**, città rurale incuneata tra le montagne del Tōhoku. Qui avvengono due incontri dai toni onirici: l’ex direttore della biblioteca, Koyasu, che gli appare sotto forma di spirito visibile a pochi, e Yellow Submarine, dal nome della felpa che porta assiduamente. Entrambi diventeranno guide simboliche in un percorso di riscoperta e connessione con se stesso. Alla fine, ciò che sembrava imprescindibile – la necessità di segnare un confine netto tra i mondi – perde la sua forza. La distinzione tra ciò che è reale e ciò che non lo è non appare più come una barriera invalicabile, ma come un confine sottile e mutevole, capace di espandersi e contrarsi. «Cosa è reale e cosa non lo è? Tanto per cominciare, esiste davvero, un mondo divisorio fra la realtà e l’irrealtà? Forse sì, mi sono detto. Anzi, esiste senza ombra di dubbio. Ma è infinitamente mutevole. Va cambiando consistenza e forma in funzione delle circostanze e delle persone. Come se fosse vivo». La città e le sue mura incerte è un romanzo costruito su un raffinato gioco di ripetizioni e specchi, in cui i confini tra i mondi si fanno sottili e permeabili. Ogni incontro, luogo o immagine sembra rimandare a forme già vissute, in una struttura narrativa che amplifica la continuità tra passato e presente, sogno e realtà. Gli appuntamenti con il signor Koyasu, l’ex direttore della biblioteca che si presenta al protagonista con le sembianze di uno spirito, avvengono in una stanza conosciuta da pochi, un luogo sospeso. In questo spazio riecheggiano le dinamiche vissute nella città dalle alte mura, nella biblioteca in cui il ragazzo leggeva i sogni con la ragazza senza nome. Murakami è solito utilizzare questo tipo di movimento nel passaggio tra realtà differenti. In Kafka sulla spiaggia, ancora una volta, il giovane protagonista, che lavora in una biblioteca, intraprende un viaggio simbolico nella foresta. Qui, giunge a una porta sorvegliata da guardiani che vigilano su una soglia misteriosa, proprio come il guardiano che custodisce i confini della città dalle alte mura. Anche in questo mondo, la ragazza che amava nella realtà torna in una forma differente. E ancora, il passaggio-varco è centrale ne La fine del

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Ghiak. Racconti di sangue

“Mi dissi, visto che hai imparato il sangue, Arghiris, continua nel sangue” «Mi dissi, visto che hai imparato il sangue, Arghiris, continua nel sangue»: così spiega il protagonista di Knocker, l’ultimo racconto della raccolta di Dimosthenis Papamarkos, interrogato su come fosse arrivato a svolgere la propria professione. Come questo, così anche gli altri racconti hanno la forma di un monologo orale, i cui protagonisti si trovano a dare conto del loro passato, inestricabilmente legato ad esperienze di violenza e sopraffazione, tanto come carnefici quanto come vittime.  I personaggi sono arvanites, ovvero membri delle comunità albanesi stanziatesi in alcune zone della Grecia durante il XIII e XIV secolo, le cui vite erano regolate da un corpo di antiche norme e leggi di diritto consuetudinario, il Kanoùn, che prevedeva anche la vendetta di sangue, ghiak, da cui anche il titolo del libro. Due dei nove racconti si sviluppano infatti come storie di vendetta, al modo di certi racconti di Ismail Kadare. Il primo, Do t’a pres kotsìdete, che apre la raccolta, ispirato da una canzone d’amore popolare degli arvanites di Grecia, è la vicenda della cruenta vendetta di un fratello per la sorella violentata e uccisa: davanti alla tragedia l’unica risposta possibile è diventare carnefici a propria volta – «Questa è la verità. Non ne sono fiero e non me ne vergogno. Ho fatto quel che ho creduto per la mia famiglia», conclude infatti il protagonista. Ma a volte sono forme più sottili di imposizione sociale quelle che colpiscono l’individuo, imponendogli il sacrificio della dimensione più privata e personale dell’esistenza: l’amore; come nel caso di Occhio di vetro, il cui protagonista racconta la sua storia ad una prostituta da cui si reca per nascondere la propria omosessualità, oppure di Venne il momento di partire, il cui protagonista si innamora di una ragazza greca di Smirne. Il sangue scorre copioso all’interno di questa raccolta, su due alvei differenti che tuttavia finiscono per confluire: oltre alla pesante legge del sangue del rigido diritto consuetudinario, le vite dei personaggi sono attraversate dall’esperienza della leva per la guerra greco-turca e della conseguente catastrofe dell’Asia Minore, il tragico scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia, che porta al movimento di più di un milione e mezzo di profughi.  Il vissuto della guerra è, prima di tutto, la scoperta della semplicità e normalità della violenza: non vi sono limiti alla crudeltà e ai soprusi nei confronti del nemico, che siano soldati o civili inermi, e non vi è possibilità che non sia l’indifferenza. Ma, una volta tornati nei propri villaggi, come si riconcilia la propria identità con l’efferatezza dei crimini compiuti? Il quesito percorre diversi racconti ed emerge con violenza nell’ultimo, Knocker. Arghiris, il protagonista, torna a casa dopo aver prestato servizio militare per dieci anni, dalle guerre balcaniche fino alla guerra in Asia Minore. È accolto con gioia e orgoglio per le onorificenze al valore ottenute, fino a quando non ha l’avventatezza di raccontare con sincerità la guerra: la verità provoca, tanto nella sua stessa famiglia quanto nei compaesani, ribrezzo e orrore, davanti ai quali non ha altra scelta che emigrare, abbastanza lontano da fuggire al passato che lo perseguita. Ma l’arrivo a Chicago porta con sé la realizzazione che non può scappare da sé stesso e da ciò in cui i soprusi e le violenze compiuti lo hanno trasformato. L’unica strada possibile è accettare il proprio desiderio di sangue:  Allora mi misi a pensare e capii che il sudiciume non è dappertutto sudiciume. […] Quindi, poiché quel fango non si ripulisce mai dalle scarpe di nessuno, perché di quello è fatta la sua anima, devi trovare il campo giusto. Mi dissi, visto che hai imparato il sangue, Arghiris, continua nel sangue. La risposta non è dunque rifiutare la violenza, ma trovare un posto dove sia socialmente accettabile, perché «quello che alla gente disgusta, non importa che succeda, basta che non lo veda e che lo faccia un altro». Continuare ad ammazzare, quindi, non più sul campo di battaglia, ma dove nella società industriale della Chicago degli anni Cinquanta è ancora ammissibile: il macello.   Recensione di Letizia Grosselle Dimosthenis Papamarkos,  Ghiak. Racconti di sangue,  traduzione dal greco di Valentina Gilardi,  2024,  Crocetti Editore,  pp. 112,  ISBN: 9788883064319.

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McGlue

“Un sorso di sangue è un buon sostituto. Quello di Johnson sa di rum. Il mio più di vino rancido. Ascolto il fischio nelle orecchie e guardo la neve.”   Ottessa Moshfegh è una scrittrice statunitense che spicca nel panorama letterario contemporaneo per l’attrazione che prova nei confronti delle parti più crude, oscure e perturbanti dell’essere umano, affrontate con un sorprendente velo di umorismo. Conosciuta in particolare per il premiato Eileen (2015), per il bestseller Il mio anno di riposo e oblio (2019) ed il più recente Lapvona (2022), Moshfegh vede ora pubblicato in Italia McGlue, il suo romanzo d’esordio del 2014, tradotto da Gioia Guerzoni per Feltrinelli. In questo romanzo breve, Moshfegh sperimenta attraverso il punto di vista, ovvero quello di un alcolizzato dai ricordi confusi. Questa scelta stilistica inusuale rende interessante una trama altrimenti semplice: un uomo è accusato di averne ucciso un altro. I due personaggi in questione sono McGlue, nella cui testa siamo intrappolati dall’inizio alla fine del racconto, e Johnson, che non è una semplice vittima, ma il migliore amico del protagonista, per il quale il narratore sembra provare qualcosa di più profondo, viscerale, di cui cogliamo la potenza solo attraverso la nebbia dei suoi ricordi, pensieri ed allucinazioni. La tensione omoerotica tra i due si intreccia con il terribile crimine di cui McGlue viene accusato, che non solo non ricorda, ma a cui addirittura non riesce a credere possibile per gran parte del romanzo. Dal confronto con le pubblicazioni successive dell’autrice, emerge la sensazione che questa prima prova, pur nella sua maturità, sia un punto di partenza per una scrittura più consapevole. L’alcolismo che viviamo nelle pagine di McGlue, infatti, richiama la dipendenza da barbiturici della protagonista di Il mio anno di riposo e oblio. L’attenzione di Moshfegh per il torbido, che disgusta e al contempo attrae, presente in scene come quella in cui Mcglue tenta di raschiare il proprio cervello con un coltello, alla disperata ricerca di ricordi, si può definire come un semplice “assaggio” se paragonato all’ossessione per il macabro che si riscontra in Lapvona. In quello che per alcuni aspetti si potrebbe definire un thriller psicologico, Moshfegh ci fa vivere lo strazio di una dipendenza dall’alcol, segnata da una sintassi a singhiozzo, che richiama proprio quello tipico di un ubriacone. Infatti, il flusso di pensieri del protagonista, in cui veniamo immersi così in profondità da rendere talvolta labile il confine tra noi e lui, appare sconnesso, difficile da seguire, travolge il lettore con continui cambi di direzione. Questa sensazione di annegare, la mancanza d’aria che proviamo sott’acqua o quando abbiamo il singhiozzo, sono, d’altronde, la diretta conseguenza della scelta del punto di vista alla base dell’opera ma che, in contrapposizione a questa difficoltà della lettura, hanno il pregio di farci immedesimare con il protagonista, facendoci vivere in prima persona le sue emozioni, i suoi desideri e le sue paure. Ci permettono di sentire il fragore dell’acqua, lo sciabordio della nave, l’instabilità data dall’ubriachezza e dalle onde che smuovono una nave in mezzo all’oceano. Più che di coscienza, quello di McGlue si potrebbe definire come un “flusso di incoscienza”, fatto di immagini e sensazioni annebbiate dall’alcol, dal dolore di una ferita fisica e di una ferita dell’anima, che forse nasconde un segreto così oscuro da non volerlo credere, tanto meno ricordare. Si può arrivare ad uccidere chi ci ha salvato? McGlue è una lettura che riesce a sorprendere, soprattutto se ci si lascia travolgere dalla sua impetuosa e tormentata corrente.   Recensione di Adele Rudella Ottessa Moshfegh, McGlue, traduzione dall’inglese di Gioia Guerzoni, 2024, Feltrinelli, pp. 134, ISBN: 9788807035760

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Il mondo che ha fatto

“È tutto un frattempo oggi.”  La scrittura è un atto di risarcimento, un modo per restituire presenza a chi la vita ha allontanato. Il mondo che ha fatto (2025) di Roberto Ferrucci è un libro che custodisce il legame di un’amicizia, l’esperienza di due scrittori che interrogano il mondo, lo sguardo che con delicatezza attraversa le immagini della memoria. Roberto Ferrucci ha esordito nel 1993 con il romanzo Terra rossa (Transeuropa), a cui sono seguiti Giocando a pallone sull’acqua (Marsilio, 1999) e Andate e ritorni, scorribande a nordest (2003). Nel 2007 pubblica Cosa cambia, con un’introduzione di Antonio Tabucchi, poi tradotto in Francia. Oltre alla sua attività di scrittore, è noto per le sue traduzioni di autori francesi come Jean-Philippe Toussaint e Patrick Deville. Dal 2002 insegna scrittura creativa all’Università di Padova. Tra le sue opere più recenti figurano Venezia è laguna (2019), una riflessione sulla fragilità della sua città natale, e Storie che accadono (2022), un omaggio ad Antonio Tabucchi.  In molte di queste tappe Ferrucci è accompagnato da un amico, uno scrittore e interlocutore d’eccezione: Daniele Del Giudice. Il mondo che ha fatto è il suo ultimo libro, edito per La nave di Teseo, candidato su proposta di Claudio Magris al Premio Strega 2025.   Un libro di difficile classificazione: non è solo un memoir, né un saggio, né una semplice raccolta di ricordi. È un’opera stratificata, un mosaico di esperienze, definito dall’autore stesso come «un libro a cassetti, i miei, caotici, come la memoria, come la vita».  All’interno, la storia di un rapporto d’amicizia, quello tra Roberto e Daniele, nel quale Del Giudice viene raccontato attraverso un punto di vista inedito, tramite una narrazione che va oltre un resoconto biografico, creando un dialogo sul senso del narrare.  Il narratore ha venticinque anni e si trova nella libreria di Mestre, la Don Chisciotte, dove incontra il trentaseienne Daniele. Da qui si instaurano una serie di tasselli che andranno a creare un disegno condiviso: “Daniele postilla i racconti di Roberto, Roberto presenta in pubblico i libri di Daniele, Daniele dà i suoi scritti a Roberto, Roberto fa la tesi di laurea su Daniele” (Tiziano Scarpa). L’autore riporta, con la stessa meticolosità che caratterizza la scrittura di Del Giudice, le conversazioni, le cartelle che trova nel sacco condominiale delle immondizie, i fogli di Daniele, le presentazioni e le immagini, poche ma preziose, reliquie di un passato condiviso. Non solo: Roberto informa il lettore sulle modalità con cui reperisce certi dati e dove si trova nel momento in cui mette insieme il mondo che ha fatto, privilegiando un bar che si affaccia alla casa di cura dove Daniele vive gli ultimi dieci della sua vita, di fronte al parco di San Giorgio. Sono pagine in cui fin dall’inizio l’autore si avvicina con delicatezza alla drammaticità di uno scrittore che in pochi anni «dimentica tutte le parole. Proprio lui che le parole, nei suoi libri, le aveva portate al massimo livello di precisione e vividezza, catturando la complessità tecnologica e sentimentale del nostro tempo». Ecco che allora, proprio tramite la scrittura, Roberto Ferrucci compone un ritratto composito e profondo di Daniele Del Giudice, attraversando la dimensione più quotidiana.  Come in tutte le amicizie, il loro legame diviene motore di una rete di incontri che Ferrucci descrive con occhi partecipi ma non invadenti, lasciando ai dettagli di un gesto o di un silenzio il compito di restituire un ricordo. Come quello a Viareggio, con il loro amico regista Wim Wenders, o come l’appuntamento con Mathieu Amalric, regista de Lo stadio di Wimbledon (2001), che dalla scrittura di Del Giudice trae ispirazione per il suo film, «girato pagina dopo pagina». E ancora, a Venezia, durante il progetto Fondamenta, la visione di Ágota Kristóf, che Ferrucci descrive con la sensibilità di chi è consapevole della necessità di lasciare spazio al silenzio. A campo Sant’Angela la si può vedere seduta a fumare una sigaretta, isolata, quasi fuori fuoco «seduta lì, appartata, fuori quadro, e lei sembrava assomigliare in quel momento ai suoi libri. Meglio, sembrava la sua scrittura. Semplice, essenziale, netta. E però evanescente, anche. Non per quel che scriveva, ma per come scriveva». Cosa resta di uno scrittore dopo le sue parole, i ricordi di una vita che si mescolano? «Gli scrittori – si sa – ci lasciano prima di tutto i libri che hanno scritto», osserva Ferrucci, «Se uno scrittore è poi anche tuo amico, ti lascia molto altro. Quante volte con Daniele abbiamo parlato delle cose, degli oggetti, di come descriverli e nominarli e raccontarli nei libri – i nomi, le cose». Roberto ripercorre gli oggetti che i due hanno condiviso come il cronografo, la macchina da scrivere Underwood e ciò che di più intimo gli è rimasto: il taccuino color sabbia, una cartolina dal suo viaggio in Antartide, il manoscritto Terra rossa, primo romanzo di Ferrucci, appuntato da Del Giudice. È nella misura, nei dettagli e nella precisa scelta delle parole che si rivela la profondità dello sguardo di Ferrucci. La sua scrittura non indugia nella retorica del dolore, ma mantiene un equilibrio sottile tra partecipazione emotiva e sorveglianza formale. Come ha scritto Magris, «leggendo il libro si entra in un’officina del romanzo, in cui le varie situazioni narrative e le diverse figure scivolano come le parole del romanzo stesso, in un susseguirsi di eventi che si fondono nella narrazione».   Recensione di Sofia Crincoli Roberto Ferrucci,  Il mondo che ha fatto,  2025,  La nave di Teseo,  pp. 336,  ISBN: 8834619811

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You Like It Darker

“Vi piace il buio? Bene. Anche a me, e questo fa di me la vostra anima gemella.”   Così scrive Stephen King nella postfazione della sua tredicesima antologia di racconti, pubblicata il 21 maggio 2024. Con oltre 500 milioni di copie vendute in tutto il mondo, Stephen King è il più prolifico scrittore statunitense. Con la sua nuova raccolta, King dimostra di essere ancora al culmine della sua carriera e giustifica la sua persistente reputazione come “maestro dell’Horror”. In You Like It Darker. Salto nel Buio, l’autore approfondisce i temi portanti della sua opera e riprende i personaggi e le ambientazioni di alcuni testi precedenti, come Cujo (1981) e Duma Key (2008).  Tra racconti inediti e altri previamente già pubblicati, You Like It Darker. Salto nel Buio è originale nel suo genere appunto perché, oltre all’horror tradizionale, sviluppato magistralmente in scene che uniscono immagini perturbanti ed elementi soprannaturali, le storie di King affrontano l’horror da una prospettiva diversa, esplorando temi universali come il lutto, il dolore, la fortuna, le ambiguità della verità e il senso della vita. Si tratta, dunque, di un’opera essenzialmente umana. Due bastardi di talento racconta la storia del segreto dietro il successo di due amici e, anche se non particolarmente notevole, è la scelta giusta per aprire l’opera e impostare il suo tono. Con la sua narrativa sull’alcolismo, Il quinto passo è uno dei racconti più brevi della raccolta, mentre Willy lo Strambo segue un bambino e il suo peculiare fascino per la violenza. Un ragazzo colpito dalla sfortuna è il protagonista di Finn, collegata alle altre storie tramite la discussione sulle ambiguità del reale. Lungo Slide Inn Road racconta il viaggio di una famiglia per salutare una zia malata e, ne Lo Schermo Rosso, Leonard Crocker uccide la moglie, sostenendo che un alieno abbia preso possesso del suo corpo. Riportando i lettori al tema dei viaggi aerei de I Langolieri (1990), L’esperto di turbolenze racconta la storia di Craig Dixon e il suo mestiere di salvare gli aerei colpiti da turbolenze. Unico nella raccolta per la sensibilità dimostrata da King nel modo di affrontare la scelta tematica, Laurie è, inoltre, un racconto sui temi dell’invecchiamento e del lutto. Nella raccolta, la struttura dei racconti brevi limita l’uso esteso di ambientazioni e personaggi e pone l’accento sulla trama e sui colpi di scena, invitando il lettore a riflettere su temi universali. L’incubo di Danny Coughlin è stata una delle storie più apprezzate dalla critica ed è anche una delle più rappresentative della raccolta. Danny Coughlin decide di segnalare anonimamente l’omicidio di una donna, dopo averlo sognato, ma diventa il suo principale sospettato. Il racconto è magistrale nell’indagare costantemente la linea sottile che distingue il reale dal non reale, spesso simboleggiata nell’insieme di storie dal sogno e dalla problematica della post-verità: Sono rimasto anche quando sapevo che stavamo oltrepassando la linea di demarcazione tra la sanità mentale e la follia. I tre ultimi racconti di You Like It Darker. Salto nel Buio dimostrano l’essenza della letteratura di King: un’analisi profonda delle paure umane e delle ambiguità esistenziali attraverso una narrazione che destabilizza il confine tra realtà e soprannaturale. Riprendendo Cujo, Serpenti a sonagli presenta le vicende inquietanti di Vic Trenton in una località isolata della Florida, ed è la storia soprannaturale più affascinante della raccolta. I limiti della scienza, i sogni e la realtà sono i temi centrali di I sognatori, uno dei più coinvolgenti della collettanea. Nel racconto, un giovane lavora per uno scienziato che vuole fare esperimenti sui sogni alla ricerca ossessiva del significato dell’universo. Infine, L’Uomo delle Risposte è la grandiosa conclusione di You Like It Darker ed è, a parere di chi scrive, il più interessante racconto mai scritto da Stephen King. Il racconto è ambientato in tre momenti della vita di Phil Parker: le tre volte in cui incontrato il misterioso “uomo delle risposte”. Sebbene non rientri nei canoni dell’horror tradizionale, L’Uomo delle Risposte si distingue come il racconto più inquietante della raccolta per la sua intrigante rappresentazione della condizione umana.  In You Like It Darker Stephen King dimostra una notevole maestria nell’intrecciare una varietà di storie che si distinguono per loro varietà di stili e livelli di intensità emotiva e per l’ampia gamma di narrazioni, dalle trame più cupe e inquietanti alle più leggere, creando un contrasto che arricchisce l’esperienza della lettura. King riesce a orchestrare un insieme di racconti che non soltanto si completano a vicenda, ma elevano la qualità complessiva dell’opera, confermandola come una delle uscite più rilevanti del genere horror fiction nel 2024.   Recensione di Giovanna De Campos Mauro Stephen King, You Like It Darker. Salto nel Buio, traduzione dall’inglese di Luca Briasco, 2024, Sperling & Kupfer, pp. 544, ISBN: 978-8820079437

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Io?

Esiste un conflitto perenne, più o meno latente, tra la teoria letteraria e la storia. Il romanzo d’esordio dell’espressionista tedesco Peter Flamm, pubblicato per la prima volta in Italia da Adelphi in concomitanza con la nuova edizione tedesca Fisher, lo fa emergere con forza in sede di interpretazione. Uscito originariamente nel 1926, Io? (Ich?) porta ben visibili tutti i segni del suo periodo storico narrando la vicenda di un sopravvissuto della Prima guerra mondiale, il fornaio Wilhelm Bettuch, che recupera i documenti e l’identità di un cadavere, quello dell’agiato medico Hans Stern, per poi rientrare nella vita civile al posto di quest’ultimo, nella sua famiglia, incontrando svariate difficoltà di reinserimento in società. Tale spunto narrativo, raccontato dal punto di vista soggettivo e inaffidabile del protagonista, genera un’atmosfera fantastica, un soprannaturale di esitazione in cui il lettore si trova perennemente in bilico tra la fede nella versione della voce narrante (che si pone come Bettuch, l’usurpatore di un’identità rubata) e il sospetto di una pazzia tout-court accusata da Stern al rientro dal fronte. Nutrita da stilemi tipici del genere come la diffidenza dell’animale (in questo caso il cane di Stern verso il padrone rientrato a casa), quella che si disegna è una variazione su quel vasto campo tematico che Massimo Fusillo ha definito della “identità sdoppiata”. La sua architettura si incardina anche su una trama di fatti, una geometria raffinata di rimandi e di tessere in cui le esistenze di Stern e Bettuch continuano a intrecciarsi senza sosta (emblematico il caso del processo alla sorella di Bettuch nel quale viene chiesto a Stern di fornire una perizia medica). Tuttavia, il punto di maggior interesse del libro, nonché il suo più potente vettore di fantasticizzazione, risiede nella grana stessa della voce narrante, la cui centralità è rivendicata fin dal titolo, ambizioso e universale. Nel vorticoso monologo autonomo del protagonista e nella sua paratassi filante che si srotola e si attorciglia secondo ritmi scanditi dall’impiego massiccio della virgola, trova spazio una girandola di immagini crude, sregolate pulsioni d’amore e morte, accessi di depersonalizzazione. Un’interpretazione che tenga conto del periodo storico non mancherà di mettere in relazione tale dettato e tali immagini con il trauma della guerra e del rientro dal fronte, nonché con altri elementi contestuali ricordati dalla postfazione adelphiana a firma di Manfred Posani Löwenstein: il legame con il caso Angerstein del 1924, la formazione psichiatrica dell’autore, la scomparsa al fronte del fratello Hans Mosse. Lo stesso Peter Flamm avvalora a posteriori, senza troppe sorprese, una lettura del romanzo come diagnosi dei sintomi del disagio in cui versa “l’uomo del nostro tempo”. In questo modo si finisce col fare di Wilhelm/Hans un caso clinico o quantomeno il sintomo di un disagio contingente, depotenziando le sue percezioni e riflessioni sulla base della loro origine malata: la funzione della critica diventa, paradossalmente, quella di razionalizzare e raffreddare gli ardori del testo mostrando la cornice entro il quale esso va situato. Viceversa, le insicurezze e gli squarci aperti da certe brecce del monologare sembrano guadagnare molto in termini di efficacia qualora il lettore accetti di accoglierle in quanto tali, come qualcosa che lo riguarda e lo turba intimamente. La portata onnicomprensiva della domanda “io?” e delle sue diramazioni scoperchia questioni sull’autoreferenza e l’autoriconoscimento dalla cui formulazione nessuno può riconoscersi esente. Ciò si rende particolarmente manifesto nei pur rari passaggi in cui è la prospettiva stessa di Wilhelm/Hans ad allargarsi dal suo caso specifico fino ad abbracciare la condizione umana: «Ah, ogni vita è cieca […] i nostri occhi sono sempre rivolti verso l’esterno, ma dentro di noi c’è una caverna buia, noi stiamo lì e non riusciamo mai a vederci» (p. 54). Anche sulla base di questa velleità del protagonista di elevare la propria esperienza a massima può farsi largo un’ipotesi ermeneutica provocatoria ma feconda: che Io? descriva non già un particolare stato di alterazione patologica post-traumatica, bensì aspetti del funzionamento normale della mente, portati verbalmente allo scoperto. Recensione di Giovanni Salvagnini Zanazzo Peter Flamm, Io?, traduzione dal tedesco di Margherita Belardetti, 2024, Adelphi, pp. 143, ISBN: 978-88-459-8731-1

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Sfinge

“In un preciso momento la materia inorganica, che si decompone e muta costantemente, altererà anche la Sfinge, e proprio in vista di quel momento devo tenere i miei occhi ben piantati su di lei, per essere presente quando diventerà ciò che da tre millenni desidera diventare: polvere.”   Sfinge, quarto libro di Gabriele Di Fronzo (il premiato esordio per nottetempo, con Il grande animale, risale al 2016), non soltanto è davvero un romanzo, ma per giunta è un romanzo di rara pregevolezza, nel cui intreccio, e soprattutto nella cui lingua, si rinviene qualcosa di felicissimo: la cura. È questa, saldata ad una certa dose di ironica sobrietà, a far tutta la differenza fra uno stile povero e uno stile elegante; fra un intreccio e dei personaggi ben orchestrati, che reggono graniticamente alla prova del lettore, e altri che invece si sgretolano alla prima colluttazione. La storia narrata è quella di Matteo Lesables, archeologo mancato, prossimo ai sessant’anni e courier per il Museo Egizio di Torino, incaricato – forse per l’ultima volta – di accompagnare un reperto all’estero: ma il reperto non è il solito reperto, e l’estero non è l’estero a cui Matteo è uso. Portare la Sfinge a Shanghai, e vegliarla per una settimana (fino all’inizio di un’importante mostra dedicata ai tesori dell’antichità), costringe Matteo a fare i conti con il proprio passato, con un matrimonio finito tragicamente, una vita passata a fare lo straniero nei musei di tutto il mondo, e soprattutto con il senso del proprio mestiere. Se certe città sono infatti come grandi esposizioni museali a cielo aperto, Shanghai sembra rifiutare invece ogni linearità fra i secoli, ogni principio cognitivo di permanenza oggettuale: Qualunque straniero a Shanghai, dopo essere sceso dall’aereo, potrebbe scrivere una prima lettera in cui dice di aver appena scoperto un mondo che altrove non è ancora comparso; quello stesso straniero, a distanza di un unico pomeriggio in città, potrebbe spedire una seconda lettera in cui giura di aver appena incontrato un mondo che altrove è scomparso per sempre. Parallelamente, il protagonista viene incalzato da un presente brulicante, che si presenta sotto la guisa di venditori di tartarughe, di edifici e intere realtà che sembrano soggiogare il paesaggio circostante «con l’intelletto anziché con la forza», di una fatale attrazione per Qi (direttrice dello Shanghai History Museum), e infine di una proposta catartica: trasportare, per la prima volta nella vita, «qualcosa che non soltanto può rompersi e danneggiarsi, ma che può addirittura morire». Non si dica altro sulla trama, pena la banalizzazione. Lo stile è, si diceva, curato: l’effetto di una lingua piana, nella sintassi e nell’incedere, è qui solo apparente, giacché ciascuna delle tessere che la compongono presenta uno scarto nel segno della ricercatezza, del tecnicismo (attentissimo ai materiali, alle questioni di mestiere…) – così la voce narrante di Matteo Lesables riesce a credersi effettivamente quella di un courier sessantenne vagamente abbacchiato, temprato nella professione e di ampie letture, e rifugge il dramma di tanti protagonisti che parlano sempre e soltanto, libro dopo libro, come chi li crea. Una qualche variatio espressiva è sempre garantita, anche nei passaggi di maggior riflessività e rallentamento (sia narrativo sia linguistico), da metafore, similitudini, proverbi cinesi – immagini talvolta basse, vitalistiche e di grande espressività, ma assolutamente inattese: così ad esempio un’interprete può trovarsi, nel mezzo di un momento carico di pathos, «stravaccata come una bambina ammalata che guarda la televisione dopo aver fatto colazione». Nel complesso, Di Fronzo sembra disporre continuamente, più che del mot, di una image juste – si sceglie questo termine per via della sua capacità di evocare anche una certa visività presente nel romanzo, dal piglio spesso cinematografico –, e più in generale di un pensiero analogico sempre operante nelle retrovie, di cui è dimostrazione il parallelismo, con cui si vuol chiudere questo lieto responso, tracciato da Matteo fra il viaggiatore (e il particolarissimo tipo di viaggiatore che è il courier) ed il fantasma: Contrariamente a quello che si ritiene facciano i fantasmi, che pare ritornino ai luoghi dove in vita hanno sotterrato i propri tesori, il viaggiatore da quei tesori si allontana più che può. Forse così facendo si crede immortale. Io che viaggio con i miei tesori accanto, in quale tipo di fantasma mi risveglierò?   Recensione di Gian Marco Evangelisti Gabriele Di Fronzo,  Sfinge,  2025,  Einaudi,  pp. 224,  ISBN: 9788806263836

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Il vecchio al mare

“Quindi mi sono concesso un lungo sospiro, ho estratto dalla borsa il quaderno, mi sono calcato per bene il cappello in testa e ho scritto di ciò che mi era successo, senza badare più al mare, ai granelli di sabbia che spinti dal vento caldo mi stavano smerigliando le caviglie.” È una calda mattina d’ottobre quando il disilluso ottantaduenne Nicola Gamurra, dirigendosi in spiaggia, il borsone e la sedia pieghevole in spalla, la vede: «una figurina dai contorni d’oro», di cui a stento riesce a dare una definizione, pur riconoscendone all’istante la più profonda natura. Si tratta di un’energetica ventiquattrenne, di nome Lu, che quasi tutte le mattine porta in mare una canoa rossa; e che pagaiando risveglia nell’anziano il ricordo della madre, prematuramente scomparsa. Nicola inizia a sentirsi un figlio «al passato remoto», mentre vede il mistero materno sciogliersi al futuro, nel corpo e nei moti di una ragazza che pur non le somiglia in nulla. Questo è, in poche parole, il nucleo del nuovo romanzo di Domenico Starnone, Il vecchio al mare (Einaudi, 2024), la cui vicinanza con Il vecchio e il mare di Hemingway è voluta, ma per fini ironici: nulla di quanto succede al vecchio Santiago si prospetta infatti a Nicola – nessuna lotta titanica con la natura (se non con quella più profonda della vecchiaia). Semplicemente, una piccola località costiera con i suoi piccoli segreti (un marito fedifrago, un professore licenziato…), ed un’estrema sensibilità e delicatezza. La carriera di Starnone prende avvio nel 1987 con il romanzo Ex cattedra, nutrito della sua lunga esperienza come insegnante, e si allarga presto al piccolo e al grande schermo, tra adattamenti dei suoi testi e sceneggiature originali. Nel 2001 il romanzo Via Gemito (2000) gli vale il Premio Strega e un posto come finalista al Campiello. La sua ampia produzione narrativa raccoglie anche, tra i molti, Denti (1994), Labilità (2005), Lacci (2014) e Confidenza (2019), cui non nuoce affiancare il più recente e saggistico L’umanità è un tirocinio (2023). Il vecchio al mare nasce dalla commistione di maturità letteraria e maturità anagrafica, sulla quale vengono innestati temi cari all’autore e già disseminati nelle sue opere: l’amore, il passato, la ricerca di speranza. Trionfa ovviamente la riflessione sulla vecchiaia, ma un ruolo altrettanto centrale è dedicato ai dettagli, alla minuta quotidianità italiana, e soprattutto a quella famigliare – ricordata e osservata –, nel bene e nel male. Alla ricerca di una dimessa autenticità rappresentativa corrispondono nel testo le riflessioni del protagonista sulla propria scrittura: Ho detto a me stesso: se non ho le qualità necessarie per le cose grandi, mi concentrerò sulle piccole e ci lavorerò con le carabattole che ho sottomano. E così là, nel mio incavo, raggomitolato, spalle curve come la cima di una roncola, ho assemblato fino a oggi – badando a non salire mai di tono, a non fingere di saperla lunga – donnette e ometti senza fisica e astrofisica, senza algebra e chimica, senza scienza della propria anima e di quella altrui… Nell’incedere calmo della prosa si delinea un elogio dei tempi lenti, l’anelito ad una quiete che non può mai essere, almeno per Nicola, né interna né esterna: innanzitutto poiché non riesce ad estinguere alcuni desideri, come quello di ritrovare la madre nelle donne della propria vita. Ma al contempo la felicità, o almeno una divertita tranquillità, si lascia intravedere, come un lampo, nell’attimo in cui l’immaginazione potenzia la realtà senza nasconderla o falsarla, senza ingabbiarla in trame predisposte. Così il vecchio giustifica la fantasia operante in Niní, il figlioletto di Lu, quando s’immagina una piovra gigante in mare: «le storie sono belle e utili proprio perché abituano la testa a non accontentarsi delle apparenze, a cercar oltre». E sempre così può egli gioire, mentre Lu gli insegna a pagaiare, sentendosi una rara fusione di «polietilkevlarcarnevecchiacarnegiovanefigliofigliamadremarevitamorte», autentico e freudiano mostro marino. Recensione di Gian Marco Evangelisti Domenico Starnone,  Il vecchio al mare,  2024,  Einaudi,  pp. 122,  ISBN: 9788806255817

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