A proposito di Casanova

“La sua intera vita è stata senza dubbio una gigantesca ornamentazione, quasi soprannaturale, spinta fino ai limiti estremi dell’irrazionalità del reale – è un mistero del destino che alla fine si sia compiuta per noi come libro, come arte, come finzione, per affascinarci in eterno: è la letteratura a creare la vita di Casanova, o è la vita a costringerlo a diventare letteratura?” Pubblicato in Ungheria nel fatidico 1939, A proposito di Casanova, il primo dei nove volumi che compongono il Breviario di Sant’Orfeo di Miklós Szentkuthy, viene ora presentato per la prima volta al lettore italiano. Nato a Budapest nel 1908, Szentkuthy, pseudonimo di Miklós Pfisterer, ha attraversato il secolo breve della storia ungherese ed europea, dalla dissoluzione dell’Impero asburgico alla seconda guerra mondiale, fino all’ultima fase del regime comunista, morendo un anno prima della caduta del muro di Berlino, nel 1988. Fin dal suo esordio, con il romanzo Prae (1934), ha cercato di rinnovare la forma romanzesca attraverso la sovversione dei canoni del realismo e la contaminazione con altri generi, come il diario, il saggio, la biografia. La sua opera tentacolare, che sfugge a qualsiasi tentativo di classificazione, si pone così al confine incerto tra modernismo e postmodernismo.  L’ibridazione dei generi è particolarmente evidente nel suo capolavoro, il Breviario di Sant’Orfeo. Come suggerisce il titolo, questo ciclo di romanzi riprende in modo parodico e blasfemo il genere liturgico del libro di preghiere, deformato per fare da cornice a una serie di biografie romanzesche, ricche di inserti metadiegetici e digressioni filosofiche. A tenere insieme questo grande retablo barocco è l’ambigua figura di Sant’Orfeo, la cui avventura ctonia diventa allegoria di una ricerca intellettuale: «per ogni pensatore il pensiero è la sua sposa e deve sempre lasciarlo negli inferi». Il motivo orfico della scissione tra anima e corpo, tra vita e scrittura affiora sin dal primo volume. A proposito di Casanova si apre infatti con un’ironica agiografia di Sant’Alfonso de’ Liguori (1696-1787), autore di «una marea di libri e di lettere», e soprattutto di una Theologia moralis  ̶  che il narratore non esita ad assimilare a un saggio di psicoanalisi  ̶ , sospettato di eresia «poiché si occupava dei fatti più prodigiosi del corpo e dell’anima». Accostando le vite parallele di Sant’Alfonso e Casanova, in una splendida ouverture che anticipa i temi del romanzo casanoviano, Szenktuthy fa del teologo interessato alle pulsioni carnali una figura speculare e insieme contrappuntistica rispetto al libertino «dal profilo ascetico, avilano», che pratica l’eros con rigore spirituale.  A differenza di altre versioni mitteleuropee  ̶  quelle di Hesse e di Schnitzler per esempio  ̶  Szentkuthy coglie il lato solare, apollineo del mito casanoviano. Dal commento esegetico delle memorie dell’avventuriero (sotto il titolo blasfemo di Lectio) emerge infatti non un Casanova senile, crepuscolare, ma un personaggio palpitante nella sua eterna giovinezza, ancorché fittizio: «Casanova è vita, non letteratura (anche se il suo libro, ah il libro…)». Perfetta espressione del suo secolo, il Settecento illuminista e superstizioso, razionalista e libertino, Casanova incarna un ideale di equilibrio classico, destinato a dissolversi nelle laceranti antinomie del Novecento. Alla tensione verso una classicità perduta si contrappone tuttavia la spinta centrifuga dei preziosi squarci descrittivi e delle ampie divagazioni. Tra queste ultime, davvero memorabili sono il lungo monologo apocrifo di Abelardo innamorato di Eloisa, in cui l’arguzia metaforica di Szentkuthy diventa concettosità barocca, l’incantata riflessione del narratore sulla Susanna e i vecchioni di Tintoretto e le meditazioni amorose del poeta seicentesco Andrew Marvell. Evocando l’impossibilità di afferrare la realtà attraverso le immagini artistiche, queste tre digressioni compongono un controcanto novecentesco all’«armonia rococò di natura, etichetta, poesia, religione, serenità e tenebre» rappresentata da Casanova. All’io narrante del Breviario, condannato alla «stanca apologia della maledizione intellettuale», non resta allora che intonare la sua malinconica elegia, nell’impossibilità di risolvere le contraddizioni del presente.   Recensione di Luca Panaccione Miklós Szentkuthy,  A proposito di Casanova,  traduzione dall’ungherese di Laura Sgarioto,  2025,  Adelphi,  pp. 249,  ISBN: 9788845940064

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Che succede a Baum?

“Non era più sicuro di niente, tranne che lui era l’unica persona con cui poteva parlare – e a volte nemmeno lui riusciva a capirsi.”  Se esiste un luogo dove l’assurdo quotidiano incontra l’ingegno nevrotico e lo humor è senz’altro nella narrativa di Woody Allen. Con Che succede a Baum?, l’autore torna a mettere in scena la sua personalissima commedia umana, dove la battuta fulminante è spesso più rivelatrice di una complessa tesi accademica. È il primo romanzo del cineasta – nonostante il suo prolifico rapporto con la letteratura – quello destinato a ripercorrere e condensare tutte le sue ossessioni, in particolare quella per il racconto umoristico di stampo tragicomico. Una vicenda che, in questo caso, evade dallo schermo cinematografico – proprio come i personaggi del suo film La rosa purpurea del Cairo (The Purple Rose of Cairo, 1985) – ed esula al contempo dai gangli della forma breve, cui il lettore era stato abituato fino ai più recenti Pura anarchia (Mere Anarchy, 2007) e Zero Gravity (2022). Per Allen, il romanzo rappresenta una configurazione inedita, che tuttavia accoglie con sorprendente coerenza i tratti distintivi del suo immaginario: al centro, la parabola di Asher Baum, scrittore di mezza età logorato dalle nevrosi e attraversato da una triplice crisi – professionale, coniugale e genitoriale – acuita dal confronto con un figliastro letterariamente più brillante e celebrato di lui. Che succede a Baum? promette di «far tremare il mondo letterario» ma non mantiene certo tale intento grazie al suo protagonista, fautore di una prosa cervellotica e densamente pregna di tematiche esistenziali, da ridicolizzare all’occorrenza, secondo quella dinamica di commistione tra alto e basso che Allen ha da sempre messo in pratica. La promessa che viene fatta in quarta di copertina, però, non è destinata a cadere nell’oblio e, data la negligenza del suo personaggio, spetta all’autore mantenervi fede, sfruttando il mezzo romanzesco per attuare una critica, tutt’altro che velata, dell’ambiente editoriale. Così come A proposito di niente (Apropos of nothing, 2020), cinque anni fa, si celava dietro l’etichetta di autobiografia per offrire un abile pastiche di ricordi personali, aneddoti cinematografici e divagazioni memoriali, intrecciati fino a diventare indistinguibili, allo stesso modo, Che succede a Baum? si presenta come romanzo, ma oltrepassa agilmente i confini del genere; la componente biografica e la tendenza aneddotica restano evidenti e strutturanti. Anche il cinema si fa strada tra le righe del racconto, non come pretesto narrativo ma come esigenza descrittiva, restituendo una vividezza inconfondibile, solidamente edificata in più di cinquant’anni di carriera. Allen, grazie ai lunghi monologhi in apertura e in chiusura dei suoi film, ci ha dimostrato la sua tendenza a farsi narratore onnisciente, proprio come nel suo romanzo: sapere tutto, avere il controllo sui personaggi e, allo stesso tempo, lasciarli sfuggire da quel controllo per mettere tutto in dubbio, rivelandosi un maestro nell’arte di non avere risposte e affidando ad una verbosità compulsiva l’unica possibilità di intravedere delle soluzioni all’ordinario caos dell’esistenza comune. Ci troviamo di fronte a un’opera che possiamo definire a tutti gli effetti “metaletteraria”. La scelta di riservare il ruolo protagonistico ad uno scrittore, infatti, non è altro che l’alibi per riflettere su quell’ambiente, costruendo un gioco di vasi comunicanti tra autore e personaggio nel quale l’uno si fa scudo dell’autorità dell’altro, riconoscendo in esso le proprie specifiche nevrosi ma anche i fallimenti professionali, gli scandali, le recensioni negative, il cinismo di quell’ambiente e la rivalità con i colleghi. Allen, però, riesce perfettamente a realizzare ciò in cui Baum fallisce: scrivere un romanzo dai toni umoristici, capace di non prendersi troppo sul serio, senza per questo rinunciare agli spunti riflessivi o alla tentazione di ricorrere a episodi tratti direttamente dalla sua esperienza biografica, ben conscio del fatto che la realtà torna sempre «a distillare le sue secrezioni, insidiose come colla a presa rapida». Un libro denso di avvenimenti, una prosa concitata e compatta, in cui l’azione è intervallata da inserti che, più che monologhi interiori, somigliano a veri e propri dibattiti. Scambi continui di Baum con sé stesso, con una coscienza negativa ben sviluppata, dotata di un pessimismo ipocondriaco che lo colloca a pieno titolo nell’inesauribile schiera dei personaggi alleniani, in perenne attrito con un mondo che non è più in grado di comprenderli, «reso ancora peggiore dalle persone che lo abitano». Asher Baum è «uno specialista del dubbio speculare», animato dal desiderio frustrato di riappropriarsi del controllo della propria vita, consapevole che «ciò avrebbe fatto di lui uno svitato, un tipo strambo; ma non lo era. Almeno non del tutto».   Recensione di Erica Bego Woody Allen, Che succede a Baum?, traduzione dall’inglese di Alberto Pezzotta, 2025, La nave di Teseo, pp. 184, ISBN: 9788834621967

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Il prodigio

“Chi l’avrebbe mai detto che dopo così tanti secoli saremmo tornati con ansia a scrutare il cielo, a decifrare i segni?” Il prodigio è il battesimo del fuoco per l’autore, Fabrizio Sinisi, brillante critico, poeta e drammaturgo che, dopo essersi affermato come uno dei nomi più interessanti del panorama teatrale e poetico italiano, con quest’opera debutta anche nel mondo della narrativa. Con la propria esperienza prima poetica e poi teatrale, Sinisi ha esplorato una personale dimensione d’artista, spesso fondendo questi suoi due ambiti di interesse, ricorrendo al genere del dramma in versi – La grande passeggiata (2012), Agamennone (2016) ed Elettra (2021) sono esempi tratti dalla sua produzione che riflettono questa tendenza – per affidare infine qui, per la prima volta, al genere romanzesco la propria voce d’autore. Nel limbo fra la notte e l’alba di un giorno apparentemente uguale a tutti gli altri, in cielo compare quello che ha tutto l’aspetto d’un prodigio divino: fra le nubi si affaccia un volto rarefatto che sembra osservare la città dall’alto come un dio rivelato, mentre da terra ci si comincia a interrogare sulla sua natura. Ci si accorge presto che quella che inizialmente pareva essere solo una nuvola, solo una figura casuale nell’atmosfera, un bizzarro fenomeno meteorologico, persiste e non accenna ad andarsene. La vita quotidiana degli abitanti è dunque scossa da questa novità: miracoli, visioni, guarigioni e teorie del complotto cominciano a popolare i racconti del vivere comune e la situazione comincia presto a sfuggire di mano. Voce narrante e protagonista degli eventi de Il prodigio è don Luca, un giovane prete che ha perso la vocazione e che conduce la propria vita fagocitato da impegni mondani e intrappolato nelle ragnatele delle proprie relazioni: da un lato, il mondo mediatico, l’università, la televisione, e dall’altro la parrocchia, i poveri e il suo amore proibito per Marta, una giovane donna affetta da disturbi psicologici e caratterizzata da un temperamento oscillante, anarchico e tormentato. Il suo racconto mette a nudo quella che sembra a tutti gli effetti un’apocalisse sociale: l’essere umano è descritto nel suo agire quando viene messo di fronte a un mistero che potrebbe cambiare la Storia. Si osserva dunque, tramite lo sguardo profondo e analitico del sacerdote, un ordine sociale che si sfascia lasciando il posto a nuovi dèi, nuovi santi, nuove fedi e nuovi leader che frammentano la vita collettiva in un mosaico di verità, dottrine e speranze. Luca dovrà, in questo terremoto emotivo, fare i conti col proprio ruolo nel mondo, con la propria complessa situazione sentimentale e con una dimensione sociale in cui i rapporti quotidiani si sfaldano e si complicano a causa dell’ignoto che sconvolge tutto. Si tratta di un esperimento riuscito, che denota ancora una volta la poliedricità di Sinisi come autore. La sua scrittura – pur mantenendosi sorniona con grande capacità – pare muoversi agevolmente su una molteplicità di registri: descrizioni estremamente poetiche e quasi oniriche lasciano lo spazio a uno stile duro e carnale che s’insinua nei pensieri cinici e disincantati del protagonista e dei personaggi che attraversano con fatica la propria esistenza, una vita che appare sempre più vuota e avvolta in un profondo senso di smarrimento. Sebbene emerga in modo potente la dimensione esistenziale e religiosa che pervade i 119 capitoli del romanzo, particolarmente forte è anche la memoria politica che si registra ne Il prodigio: questa dimensione è rappresentata dal disagio istituzionale di fronte all’emergenza, dalla nascita di fazioni che presentano significative analogie con alcune realmente formatesi al tempo della pandemia da Covid19 (si consideri il caso – descritto nel libro – dei temuti uomini del generale Capogrosso, che cercano di smascherare l’inganno del volto attribuendolo a un piano di avvelenamento da parte di governi e potenti) e anche, seppur meno accentuati, dai richiami alle tensioni dell’Italia degli anni di piombo. Nonostante la novità rappresentata dal ricorso al romanzo da parte di Sinisi, si manifesta sempre, in maniera dirompente, l’anima più marcatamente drammaturgica dell’autore: fitti flussi di pensiero si sovrappongono alle anemiche angosce amorose ed esistenziali dei protagonisti, i quali sembrano condannare nell’intimo la loro stessa esistenza. Da questo scavo nell’animo umano emerge ogni genere di spinta: non solo la perdita del senso di fronte alle novità, l’isteria collettiva al cospetto di segni percepiti come sovrannaturali e la ferocia politica con cui santoni, influencer e personaggi pubblici conducono le loro crociate contro l’ordine democratico in un contesto di instabilità, ma anche il dolore umano e la sua insaziabile ricerca di risposte e soluzioni. Sinisi si muove come un funambolo in equilibrio fra questi mondi, cercando di restituire al lettore il dramma esistenziale completo proprio dell’umanità, sia quello che nasce di fronte all’ignoto e all’inaspettato, sia quello efficacemente addomesticato e soffocato nella vita di ogni giorno. Lo stesso personaggio di Luca è tratteggiato come l’esito di un universo mentale, in cui si muovono – mescolandosi e alternandosi – le frasi della liturgia e delle Scritture, le frasi dure, lapidarie e talvolta imprevedibili con cui lo sorprendono i suoi incontri quotidiani, le sue fantasie, i suoi lamenti di amante non corrisposto e, in un certo senso, il vuoto professato dagli altri in cui rivede la propria inconfessabile e insoddisfacente condizione. Ed è proprio questo vuoto che il romanzo ci impone, inesorabilmente, di osservare: «Il loro mondo inizia a cigolare. Si sta rompendo. Lo senti, il mondo, che si sta spaccando?» È una penna, quella di Sinisi, che sa ricamare, ma che – al tempo stesso – non teme di sanguinare sulla pagina. Senza incidere una certezza granitica nel racconto, la narrazione provoca invece il dubbio e la ricerca scaturiti di fronte all’instabilità e al caos.   Recensione di Paride Espinosa Fabrizio Sinisi,  Il prodigio,  Mondadori,  2025,  pp. 252,  ISBN: 9788804792499

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Codice Tondelli. La pagina è pelle, la parola è desideri

“Questo è il vero miracolo tondelliano: costringerci, attraverso lo svanimento, l‘assenza, il commiato, l’addio, la perdita, la separazione, l’equivoco, a percepire l’intensità assoluta del reale, a intuire ciò che non può essere catturato, ad abbracciare una devozione impossibile che è poi l’essenza più profonda della sua scrittura” Giulio Milani, scrittore nato tra le fila della seconda generazione degli Under 25 tondelliani e della casa editrice Transeuropa, torna dopo il fortunato Codice Canalini (2024) con un nuovo «mosaico» letterario: il «codice» Pier Vittorio Tondelli. Come recita la quarta di copertina il libro «non è una biografia, non è un omaggio, non è un ricordo. Questo libro è un contagio». Milani intraprende un «pellegrinaggio» laico e devozionale a ritroso nella propria esistenza, rappresentata attraverso flashback che si intrecciano in sincronia con la lettura dell’Opera di Tondelli. Quest’ultima viene gradualmente svelata e articolata in due principali fasi temporali: dal 1975 al 1985, l’esplosione, e dal 1986 al 1991, la lacerazione. Nel parallelismo biografico Milani ricompone la storia del solitario ragazzo di Correggio, e del suo «vangelo laico» pieno di spettri, desideri, «insostenibili leggerezze» e infine cancellazioni, abbandoni ed inquietanti silenzi. Il libro comincia a prendere forma concreta il 20 giugno 2025, quando Milani si reca a Correggio, con quale scopo? ‘toccare’ una qualche «forma di resistenza», dice, dell’immaginario tondelliano, o quantomeno concedersi «l’illusione di un’ultima scoperta». Perché scrivere di Tondelli, Milani lo sa bene, significa inevitabilmente cominciare dai suoi luoghi, da quell’Emilia post-moderna ricca di tramanti attivi ed evocazioni fantasmatiche.  L’universo di Tondelli comincia ad essere delineato come una grande commistione di «Inferno e Paradiso» che, circumnavigando le spinte del desiderio, si fa bandiera dell’amore libero oltre ingenui spaesamenti, ideologie, scandali. Tondelli legge Girard, Kundera, Barthes, Bachmann, segue i corsi del Dams, le lezioni di Celati, e viaggia costantemente «anche quando non c’è più un posto dove andare». Le parole di Milani ripercorrono quelle di Tondelli che, «come lettere clandestine dal fronte interiore», rivelano un intenso debito verso Altri libertini, Camere separate, Pao Pao, romanzi simbolo di un’intera generazione figlia della fine delle ideologie e della crisi delle narrazioni: «Tondelli non raccontava: sopravviveva scrivendo. E noi, leggendolo, capivamo che da lì in poi niente sarebbe stato uguale. Nemmeno noi». Con uno stile chiaro, veloce, dissacrante e punk, che passa dalla prosa ai versi poi ancora alla prosa, Milani riscrive l’evoluzione creativa di uno scrittore, per quanto riscoperto e amato negli ultimi anni, ancora sottovalutato dai più; un autore che continuamente si sdoppia, muta forma ed esplode in faccia al lettore con originali immagini forti di una vita alternativa, sul bordo dell’abisso, dell’autodistruzione, in cerca di «un senso che non sapeva dirsi». La «tanke tondelliana» viene così lucidamente indagata e ricostruita fino ai primi anni Novanta, mostrando le ombre degli ultimi romanzi e in parallelo il suo lato di talent scout e critico letterario. Milani passa in rassegna le tinte noir di Rimini, le atmosfere felliniane di Dinner party, fino a ricostruire i giorni del laboratorio Under 25, le bozze del Weekend Postmoderno, la «fenomenologia dell’abbandono» degli ultimi scritti e il distacco delle ultime interviste. Milani restituisce un ritratto personale, affettivo, spoglio da interpretazioni critiche o strutturali, arrivando ad una estrema sintesi del linguaggio, che proprio in virtù di questa sua semplicità riesce a dipanare le tappe significative del percorso esistenziale-artistico di Tondelli, «mito irregolare della letteratura italiana» scomparso presto, come fosse stato assorbito dalla sua stessa vocazione alla vita come scrittura e viceversa: perché scrivere, diceva sempre, «significa vivere, fino in fondo, fino all’osso».   Recensione di Nicolò Marangoni Giulio Milani, Codice Tondelli. La pagina è pelle, la parola è desiderio, 2025, Transeuropa, pp. 340, ISBN: 9791259902740

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L’ascolto di una tradizione. Gianni Celati e l’Ulisse di Joyce 

“(…)l’Ulisse è stato, per il giovane Celati, una sorta di Big Bang critico-letterario, la scoperta giovanile da cui ha preso avvio la sua carriera” Solo in anni recenti, quando – come osserva Romano Luperini – a partire dagli anni Sessanta anche in Italia si comincia ad avvertire quella rivoluzione epistemologica che agli inizi del Novecento aveva sconvolto la percezione del mondo, prende avvio la riflessione sul modernismo e sul coevo neomodernismo. In questo quadro, tuttavia, il nome di Gianni Celati è stato di rado incluso nel “canone” degli autori più affermati del periodo. Proprio da questa “assenza” muove il recente studio di Simone Giorgio, L’ascolto di una tradizione. Gianni Celati e l’Ulisse di Joyce, che rilegge la teoria narrativa e traduttiva di Celati alla luce delle influenze moderniste, in particolare joyciane – un ambito critico finora inesplorato. Il volume, frutto di una lunga ricerca da parte di Simone Giorgio sulle opere di Joyce e Celati  – parte dei cui risultati è già apparsa in saggi editi – si colloca nella tradizione della critica celatiana e in dialogo con gli studi di Romano Luperini, Raffaele Donnarumma, Massimiliano Tortora e Tiziano Toracca che hanno messo in luce la continuità tra il modernismo e le sue eredità nella narrativa del secondo Novecento.  Assumendo l’Ulysses come «una delle molteplici bussole di Celati», Giorgio ripercorre l’intera poetica dell’autore: dalla fase comica e giovanile di Comiche (1971) e della trilogia dei  Parlamenti buffi (1972-1978), alla stagione più riflessiva dei Narratori delle pianure (1985), fino all’impegno cinematografico e documentaristico. L’Ulysses, con la sua oralità e visualità comica, si configura come modello costante e principio di coesione interna alla produzione celatiana, tracciando una linea che unisce la tesi di laurea sull’epopea joyciana degli anni Sessanta alla sua traduzione per Einaudi del 2013. Partendo dal definire il clima culturale degli anni Sessanta, Giorgio colloca la formazione di Celati in questo momento di profondo rinnovamento, segnato da una generazione di scrittori più aggiornata grazie alle traduzioni e al contatto con la critica angloamericana. In questo contesto, «l’individualizzazione dei modelli italiani e stranieri» diventa per il giovane Celati, una componente fondamentale per le sue operazioni ermeneutiche, alimentata dalle letture di Northrop Frye e Mikhail Bachtin per la critica, e di Jonathan Swift e James Joyce per la narrativa.  Da questa tradizione critico-romanzesca, Giorgio individua due aspetti essenziali per la teoria narrativa di Celati: l’oralità, legata a una «componente parodico-linguistica» del romanzo, e la «visualità comica», entrambi elementi venuti meno con il novel contemporaneo – genere pervaso dal razionalismo e da una «fissità lineare del testo»  –  da cui Celati cercherà di distaccarsi lungo l’intero arco della sua produzione. Sul piano visuale, Giorgio osserva come l’interesse di Celati per il visivo nasca dal tentativo di scardinare la concezione della realtà del romanzo borghese attraverso una «critica implicita al regime scopico della prospettiva cartesiana», evidente in Bazar archeologico. In questo saggio, poi confluito in Finzioni occidentali (1975), l’autore elabora una nuova idea di spazio urbano, fondata su un’interazione affettiva con gli oggetti. Questo nuovo «sguardo archeologico» sul mondo esterno, sottolinea Giorgio, si lega da un lato alla visione surrealista e, dall’altro, alle teorie di Walter Benjamin e Susan Sontag, centrali anche per il genere documentaristico, che condivide la stessa concezione della percezione come «scarto della visione». L’analisi prosegue approfondendo il ruolo dell’oralità, elemento centrale tanto nella pratica traduttiva quanto in quella narrativa di Celati. In tutta la sua produzione, Giorgio riconosce la volontà di «annullare le percezioni precostituite» del novel riattivando quell’istinto narrativo tipico del romance, fondato su una tradizione comico-parodica e oraleggiante, che si è progressivamente perduta nel corso del Settecento per un eccesso di informazione. Tale orientamento si manifesta, nei romanzi degli anni Settanta, attraverso una regressione narrativa e formale ispirata all’«oralità corporea» dei testi modernisti di James Joyce, Samuel Beckett, Louis-Ferdinand Céline e del contemporaneo Edoardo Sanguineti; e trova poi una nuova espressione nel successivo «cambio di postura» degli anni Ottanta, quando Celati abbandona la forma del romanzo in favore della novella, orientandosi verso un linguaggio più semplice, «immediatamente fruibile e non razionalizzato». Questo percorso di sperimentazione linguistica e narrativa trova un punto d’origine nel primo incontro di Celati con l’Ulysses, che inaugura un vero e proprio “ascolto di una tradizione” destinato a orientare tutta la sua produzione. In questo senso, egli si pone in continuità con Joyce, il quale, con le sue enciclopedie letterarie colme di «saperi ammassati», mette in scena «il crollo della cultura occidentale sotto il peso della sua stessa erudizione».   Recensione di Eleonora Tosetto  Simone Giorgio, L’ascolto di una tradizione. Gianni Celati e l’Ulisse di Joyce, 2025, Quodlibet, pp. 176, ISBN: 9788822924384

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Lettere a Marguerite Poradowska

“Incapace di lavorare per un intero anno, pieno d’angoscia per il futuro, dibattendomi nelle difficoltà materiali, non volevo, non potevo, rattristarvi con i miei lamenti. A che pro! Finalmente ne esco, sconvolto, a pezzi, ma con un po’ di speranza. Oso finalmente alzare gli occhi. Ed è verso di Voi che io guardo.” Nelle ultime pagine di Heart of Darkness (Cuore di tenebra, 1899), il protagonista, Marlow, è «offeso» alla vista di gente che corre «su e giù per le strade rubandosi a vicenda pochi spiccioli, divorando cibo infame, ingollando birra scadente, sognando sogni insulsi e cretini». Marlow è tornato in Europa dopo il viaggio in Congo e sa che «quella gente» non ha idea degli orrori da lui conosciuti in Africa, ma non ha intenzione di «illuminarli»: non sarebbero in grado di capire, infatti, a causa della loro «stupidità». Questo passaggio può ricordare una lettera inviata da Joseph Conrad all’amica e scrittrice Marguerite Poradowska nel luglio del 1894. In essa, l’autore scrive: «Bisogna trascinare la palla al piede della propria natura fino alla fine. È il prezzo da pagare per il privilegio infernale e divino del Pensiero; con il risultato che in questa vita non ci sono che gli Eletti a essere dei forzati – la schiera gloriosa che è consapevole e geme ma calca la terra in mezzo a una moltitudine di fantasmi dai gesti folli, dalle smorfie idiote. Che cosa preferite: idiota o forzato?». Nel 1894, Conrad non ha ancora pubblicato la sua prima opera, Almayer’s Folly (La follia di Almayer, 1895), ma ha già compiuto la risalita del fiume Congo a bordo di un piccolo battello a vapore. Il viaggio ispirerà Heart of Darkness e lascerà, nell’esistenza di Conrad, segni profondi di cui si ha traccia sia nei racconti dello scrittore sia nelle lettere inviate a Marguerite.  Marguerite, vedova di un lontano cugino di Conrad, ha rappresentato per l’autore un’amica e una confidente importante. Lettere a Marguerite Poradowska (2025), a cura di Giuseppe Mendicino, raccoglie oggi lo scambio epistolare tra Conrad e Marguerite, per la prima volta in italiano, nella traduzione dal francese di Anna Lina Molteni. Insieme alle tre lettere superstiti di Marguerite, nel volume ne viene inserita una inedita, scoperta da Mendicino nella Joseph Conrad Collection della Yale University.  Le prime lettere (scritte nel 1890) presentano un tono formale – Conrad e Marguerite non sono che lontani parenti –, ma con il passare del tempo si arricchiscono di sfumature che testimoniano reciproco affetto, attestando un rapporto di profonda sintonia. «L’elica gira e mi porta verso l’ignoto», scrive Conrad nella lettera del 15 maggio 1890; «Per fortuna c’è un altro me stesso che gira per l’Europa. Che in questo momento è con Voi». Il 7 giugno dello stesso anno, Marguerite manifesta a Conrad il dolore per la perdita del marito: «Lui non è qui per dirmi che è felice – allora… mi dico… a che pro? – Mio Dio, Conrad, com’è dura la vita, e per quanto si possa fare – quel vuoto è sempre lì che ci spia […]. Immagino che passerà, come tutto passa – e poi… ritornerà…». Anche Conrad si dipinge, in alcune lettere, come in preda allo sconforto: «[…] comincio a sentirmi vecchio. Bisognerebbe sistemarsi da qualche parte se si ha l’idea di continuare a vivere. A dire il vero, non ne vedo la necessità – ma d’altro canto non sono per nulla pronto a prendere dell’arsenico o a gettarmi in mare. Dunque, è necessario che mi sistemi». Oltre ad aprire uno scorcio sulla vita interiore del giovane Conrad, le lettere espongono le riflessioni intorno ai romanzi di Marguerite e alle prime opere conradiane: «Mi sono lanciato su Pope et Popadias con impazienza e grande aspettativa», scrive Conrad il 3 febbraio 1893; «Dalle prime righe le mie aspettative si sono realizzate – poi ben presto sono andate oltre. Meravigliosa la capacità di osservazione che dà il più vivo piacere in quanto tale, per non parlare dello stile che non oso giudicare, ma mi è permesso dire che mi ha affascinato». Se Conrad commenta molto positivamente l’opera di Marguerite, non saluta con lo stesso entusiasmo l’imminente pubblicazione di Almayer’s Folly: «Per dirvi tutta la verità, non ho alcun interesse per la sorte di Almayer’s Folly […]. Del resto, in ogni caso non può che essere un episodio senza conseguenze nella mia vita». La stesura di An Outcast of the Islands (Un reietto delle isole, 1896) viene invece raccontata dall’autore con ironia: «La penna agonizza nella mano. Sei righe in sei giorni. Che ne pensate? Bello? Eh? Vi abbraccio con tutto il cuore».  Lettere a Marguerite Poradowska rende dunque partecipi del procedimento creativo dei primi romanzi conradiani e del profondo legame che unisce l’autore e Marguerite. Leggere il libro è come percorrere una strada lungo la vita di Conrad, «uno scrittore dalla rarissima onestà intellettuale», nelle parole di Riccardo Capoferro, «che non ha mai voluto dare di sé l’immagine del genio, ma ha, di contro, messo l’accento sulla fatica e le incertezze della scrittura».   Recensione di Noemi Quarenghi  Joseph Conrad, Lettere a Marguerite Poradowska, a cura di Giuseppe Mendicino, traduzione dal francese di Anna Lina Molteni, 2025, Ronzani, pp. 299, ISBN: 9791259972309

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La costa selvaggia

“Scende la sera. Ci si separa. Sulla spiaggia di Portsaint, nelle vie del villaggio attraversato da una strada dritta e bluastra, su tutte le spiagge di Bretagna, all’incrocio dei sentieri, alle porte degli alberghi, sui gradini delle soglie, ci si separa. All’uscita di Portsaint, la strada fa qualche gomito e scappa dalle ultime case che fumano, aggrappate ai suoi fianchi. Vi siete separati, scende la notte, siete soli e chiudete gli occhi sulla notte che scende e che v’invita a morire. Che cos’aspettavate? Chi non avete saputo riconoscere?” Il presagio di una fine imminente attraversa l’unico romanzo scritto da Jean-René Huguenin. La costa selvaggia racconta la disperazione di Olivier di fronte all’inesorabile avvicinarsi della fine dell’estate che, pur ripresentandosi ciclicamente, lo trova di anno in anno cambiato. L’autunno è dietro l’angolo, lo attende, e insieme ad esso l’ingresso nel mondo degli adulti. La vita di Huguenin si spezzò tragicamente il 22 settembre del 1962, quando, a soli ventisei anni, morì in un incidente alla guida della stessa automobile che si trova oggi sulla copertina della nuova edizione proposta dalla casa editrice milanese Medhelan, nella traduzione di Marco Settimini. Il romanzo era uscito appena due anni prima, nel 1960, per Le Seuil, attirando da subito l’attenzione della critica. Della giovane promessa della letteratura francese rimangono solo alcune tracce sparse: diari, articoli apparsi su La Table Ronde e sulla rivista Arts. L’ombra del destino del suo autore sembra retroproiettarsi in modo misterioso sulle pagine de La costa selvaggia, rapendo chiunque vi si accosti in un tempo sospeso tra vita e morte, repressione e desiderio. Nella prima oscurità della sera, Olivier fa ritorno nella casa di vacanza sulla costa bretone dove da sempre trascorre i mesi estivi con la famiglia. L’incontro tanto atteso con la sorella minore Anne, dopo il servizio militare, è accompagnato dalla dolorosa scoperta del suo fidanzamento con l’amico d’infanzia Pierre. Olivier non nasconde la propria disapprovazione per il matrimonio in programma per settembre, che lo costringerà a separarsi da lei. Il rapporto tra fratelli si colloca in uno spazio ambiguo, al confine con l’illecito, sfidando le norme sociali. L’attrazione fra i due è velata dalla tenerezza fraterna nutrita dai ricordi d’infanzia e solo a tratti spezzata da una domanda ricorrente e misteriosa: «Hai avuto paura, Anne?». Cosa dovrebbe temere la ragazza quando si ritrova sola in compagnia del fratello? Sono i dettagli a rivelare la passione di Olivier per il suo «tesoro» dai lunghi capelli neri che profumano di mandorla. La difficoltà nel lasciar andare Anne coincide con il rifiuto di accettare lo sfumare della giovinezza nella vita adulta. Olivier cerca infatti ostinatamente di fermare il tempo sovrapponendo i ricordi al fragile presente e all’ancor più incerto futuro. Il gioco diventa così un macabro strumento di illusione: «Anne… ti ricordi quando giocavamo al morto? […] Non vuoi giocare al morto?». Solo per un istante, alla vista del corpo inerme della ragazza distesa sulla sabbia, può immaginarla sua: «Forse perché così, immobile, gli occhi chiusi, senza difesa, mi sembravi di colpo accessibile, diventavi un oggetto d’analisi e di conoscenza. […] Ma tu hai aperto gli occhi scoppiando a ridere, ho sentito che avevo lasciato passare la mia occasione di sapere, che non saprò mai niente». L’oscillazione emotiva vissuta dai personaggi nel corso dell’estate, fra ricongiungimenti e separazioni, certezze e ripensamenti, trova il suo corrispettivo nel paesaggio che fa da sfondo al racconto, rivelando il legame di Huguenin con il romanticismo ottocentesco. La postura esistenziale di Olivier, già allora inattuale, nasce dalla nostalgia per un ideale perduto e si cristallizza in una visione tragica della vita, dove l’affetto proibito per la sorella e la fascinazione romantica si intrecciano, facendo della costa selvaggia la silenziosa custode di passioni destinate a svanire.   Recensione di Vera Marson Jean-René Huguenin, La costa selvaggia, traduzione dal francese di Marco Settimini, 2025, Edizioni Medhelan, pp. 160, ISBN 9791281674202

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Brian

“Si era reso conto […] che essere cinefilo, per lui, significa ritrovarsi, e che al lavoro o sulla metro o in quelle tremende sessione nel pub non era neanche lontanamente sé stesso, non era nessuno, anzi, nulla, e soltanto al cinema diventava una persona”. Brian conduce un’esistenza solitaria e rigidamente organizzata, nella speranza di ridurre al minimo l’influenza del caso e sottrarsi, in questo modo, ad ogni difficoltà imprevista. L’unico piacere che si concede è frequentare un club di cinefili, ma fino a che punto il cinema – e quindi l’arte – possono salvare dall’isolamento e dall’apatia? È questa la domanda che attraversa Brian, primo libro di Jeremy Cooper ad arrivare in Italia, edito da Atlantide nella traduzione di Ilaria Oddenino. L’autore inglese ha già pubblicato diverse opere, sia di narrativa sia di saggistica d’arte, e ha vinto il Fitzcarraldo Editions Novel Prize nel 2018, con il romanzo Ash before Oak (2019). È prevista invece per il 2026 l’uscita di un nuovo romanzo, Discord, dedicato alla musica classica. Per non crollare sotto il peso di un’infanzia burrascosa e infelice, Brian si rifugia in una monotona routine: il lavoro presso l’ufficio per l’edilizia abitativa – dove si guarda bene dal familiarizzare con i colleghi –, il pranzo sempre nello stesso bar, le sere passate davanti alla televisione e a una tazza di tè con i biscotti. Nient’altro trova spazio nella sua vita fino al giorno in cui decide di iscriversi al British Film Institute: inizia assistendo a un paio di proiezioni al mese, e in poche settimane il cinema diventa un impegno quotidiano, offrendogli, per la prima volta, la possibilità di sentirsi parte di qualcosa. La trama, molto semplice, procede attraverso il susseguirsi di impressioni e riflessioni scaturite dalla visione dei film o dalle discussioni con gli altri assidui frequentatori del BFI: le numerosissime citazioni cinematografiche non sono un vezzo, ma la struttura portante del romanzo e la via di accesso del lettore nella vita del protagonista. Del resto, è per lui impossibile contemplare una vita senza film: «sarebbe morto, ne era certo, se non avesse più potuto vederne». La regolare e costante visione di film modella nel tempo la percezione che Brian ha della realtà. Rispetto ad un’esistenza confinata dentro stretti limiti – come «un topo, una termite, asserragliato dentro tunnel bui di sua stessa creazione» –, il cinema è un’apertura tanto sull’esterno, che gli permette di maturare consapevolezza delle questioni sociali e dei grandi drammi della storia, quanto sul suo stesso mondo interiore, offrendogli la possibilità di fare esperienza di «sensazioni dentro di sé che non sapeva esistessero». Il cinema penetra così in profondità nel suo immaginario che diventa la lente attraverso cui comprendere la sua stessa esistenza: se inizialmente è il narratore a sfruttare le proiezioni a cui Brian assiste per raccontarne la vita, da un certo momento in poi è il protagonista che interpreta ciò che gli succede tramite continue analogie con i film che ha visto, citando battute o riprendendo le parole dei registi.  Eppure il cinema, mentre permette un’esperienza conoscitiva, realizza anche la possibilità di fuggire da sé stessi: il rapimento nell’immaginario di un altro offre una momentanea – ma agognata – sostituzione del suo «io inadeguato». Tra Brian e le pellicole rimane sempre una «distanza di sicurezza estetica», che fa sì che il coinvolgimento del protagonista nelle storie dei film rimanga parziale, controllato, incapace di sconvolgere veramente la quiete artificiosa del suo animo – come una vita vissuta da distante, al sicuro dalla possibilità del dolore. Il cinema diventa un surrogato dell’esistenza, una finestra da cui guardare fuori stando al riparo dalle intemperie. E infatti, pur plasmandone il punto di vista sul mondo e offrendogli le parole per interpretarlo, nulla, o quasi, si sposta, nella ferrea routine di Brian, che si trascina identica per più di vent’anni. La compostezza del protagonista – ottenuta respingendo ed evitando ogni esperienza emotiva nel tentativo di tenere insieme una vita profondamente segnata dalla sofferenza – si riflette nella scrittura. La prosa di Cooper è chiara, precisa e misurata: tutto è raccontato con esattezza e semplicità, e il dolore viene sì rilevato, ma mai indagato oltre la superficie. L’ansia e la disperazione sono dichiarate con il distacco di un referto medico, senza alcun tentativo di coinvolgimento emotivo: come la sofferenza è repressa nella vita di Brian, così sulla pagina può emergere solo come constatazione.   Recensione di Letizia Grosselle Jeremy Cooper,  Brian,  traduzione dall’inglese di Ilaria Oddenino,  2025, Atlantide,  pp. 192,  ISBN: 9791256420162

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L’origine delle lacrime

“È qui che riposo, qui che sono venuto apposta per ricordare tutto quello, risentirlo come quando ero bambino. È allora che avrei dovuto uccidere quell’individuo. Mentre dormiva. Fracassargli qualcosa sulla testa e continuare a colpire finché fosse stato necessario. Per liberare mia madre, restituirle il gusto della vita. Io che non rischiavo niente. Non si ghigliottinano più i bambini. Non s’imprigionano più i bambini. Li si rimprovera, li si ammonisce, li si castiga. Alla peggio li si sottopone ad un obbligo di cure. E niente di più.” Prontamente tradotto da Ponte alle Grazie, L’origine delle lacrime è il terzo romanzo pubblicato in Italia del pluripremiato autore francese Jean-Paul Dubois. Con una scrittura al contempo brillante e scorrevole, il libro riprende il modulo della narrazione finzionale retrospettiva già sperimentato in testi precedenti, quali Una vita francese (2006) e Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo (2020). Fin dalla prima pagina, siamo calati in medias res di fronte all’atto apparentemente insensato e terribile del protagonista Paul, che racconta in prima persona di aver sparato al corpo già morto del padre. In seguito egli ripercorre la propria intera vita, principalmente tramite l’espediente narrativo degli incontri di psicoterapia, ordinati dal tribunale, con il dottor Guzman. Con quest’ultimo Paul sviluppa un rapporto estremamente intimo, che a tratti sembra oltrepassare i confini medico-paziente. Con una chiarezza che va anche contro la sua etica professionale, il terapeuta gli confida che, alla luce degli atteggiamenti del padre Lansky, non solo comprende, ma anche giustifica il suo gesto. La copertina, fedele all’originale, richiama il fil rouge dell’acqua che, in varie declinazioni, attraversa tutto il testo. Tale elemento, infatti, ha anzitutto un valore psicologico: simboleggia non solo il dolore e la sofferenza in cui il protagonista afferma di essere immerso fin dalla nascita, ma anche, attraverso l’esempio del pittore coreano Kim Tschang-Yeul, un tentativo di espiazione, di portare cioè fuori da sé le emozioni altrimenti incagliate nell’animo. Nel finale l’acqua diventa anche un ambiguo simbolo di speranza, di nuovo inizio, quando il protagonista fantastica di immergersi in mare per verificare quanto sia profondo il suo desiderio di continuare a vivere. L’acqua ha infine un valore di denuncia, dal momento che porta a galla il tema dell’ecologia: nel romanzo, ambientato nel 2031, la crisi climatica sta distruggendo il pianeta, sommerso da piogge incessanti. La storia del protagonista è strettamente connessa con quella della sua famiglia: in particolare si percepisce un legame indissolubile con la madre biologica e il fratello gemello, morti alla sua nascita, di cui Paul sentirà la mancanza per tutta la vita, dichiarando a tal proposito: «Ogni mio singolo compleanno commemora la morte di Marta e di mio fratello. Lì è l’origine delle lacrime, in fondo al grembo di mia madre». L’assenza tanto sofferta del gemello riporta al tema del doppio: il fratello diventa per Paul un “sé stesso forte”, un sé stesso felice, scomparso alla nascita e quindi impossibilitato ad essere. Il decesso della madre biologica, già di per sé tragico, viene aggravato dall’atteggiamento maligno del padre, personaggio descritto come malvagio e sadico. La sua nuova compagna, pur dipendente emotivamente da lui, è l’unica figura positiva per Paul, che la considera come una madre, sebbene sia lei che gli lascia in eredità la ditta funeraria Stramentum, aggiungendo morte alla sua vita. Queste esperienze familiari lo influenzano, impedendogli la socialità e l’amore; lui stesso considera la propria esistenza in maniera deterministica e vede un solo ed unico percorso possibile in seguito agli eventi del passato, sentendosi intrappolato in una forma predefinita. Malgrado niente lasci supporre in lui tracce di perfidia, né a Guzman né al lettore, il timore più grande di Paul è di somigliare al padre, di avere dentro di sé una crudeltà pari alla sua – una paura che ha una sua ragion d’essere solo da un punto di vista biologico, dal momento che i due condividono gli stessi geni. Avendo difficoltà a socializzare con gli esseri umani Paul paga un abbonamento per fare in modo che l’intelligenza artificiale con cui dialoga tenga memoria delle conversazioni pregresse, diventando il suo unico amico. Questo tema, già molto attuale e dibattuto in seguito alla diffusione di ChatGPT e di altre IA, offre nel libro lo spunto per riflettere sulla dialettica imitazione/autenticità e sulla tendenza ad utilizzare, a torto, questi strumenti come surrogati di amici e psicologi, in virtù della loro empatia simulata. La conclusione del romanzo coincide con quella dell’anno di terapia di Paul. Quest’ultima sembra giungere in un momento poco opportuno, nonostante l’opinione contraria del dottor Guzman, poiché nel corso dei mesi il protagonista, obbligato ad esternare tutto il dolore vissuto, si è reso conto di quanto gravosa sia stata la sua esistenza, ma è giunto soltanto al punto di analizzare il male patito: il rischio è che, lasciato solo, non riesca a intraprendere un percorso positivo in autonomia, ma venga anzi sopraffatto dalla negatività, affogandoci. L’origine delle lacrime, in definitiva, propone un confronto con i lati oscuri della psiche e con il peso dei retaggi familiari, «a cominciare dall’intimità del disastro originale. Quello di un bimbo nato da una madre morta».   Recensione di Eleonora Sacchetto Jean-Paul Dubois, L’origine delle lacrime, traduzione dal francese di Francesco Bruno, 2025, Ponte alle Grazie, pp. 220, ISBN: 979-12-5582-125-0

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Forme della transmedialità: il cinefotoromanzo

Jan Baetens è uno scrittore e studioso belga. Nel suo percorso accademico e autoriale ha esplorato diversi generi letterari, focalizzandosi in particolare sul rapporto tra testo e immagine. Spazia, con grande consapevolezza teorica, tra letteratura e cultura visuale, tra saggistica e fiction.

Il carattere ibrido della sua scrittura è dimostrato già nella sua produzione poetica: dagli esperimenti stilistici e formali (Pour une poésie du dimanche, 2009), passando per le raccolte che traggono ispirazione dal linguaggio del cinema (Vivre sa vie, 2005), delle arti figurative (La lecture, 2017) e del fumetto (Cent ans et plus de bande dessinée, 2007), sperimenta infine con i fototesti che comprendono illustrazioni (Autres nuages, 2012) e fotografie (Changer de sens, 2023; Mon jardin des plantes, 2024).

Con Faire sécession (2017) affronta anche il genere romanzesco, realizzando un iconotesto che indaga il rapporto tra realtà e finzione, l’intreccio tra storia, memoria e narrazione, senza ignorare, nel rapporto tra frammenti di scrittura e immagini, lo scarto che si crea tra i due codici. Definizione altrettanto complessa è quella di Une fille comme toi (2020), un “ciné-roman-photo” assemblato dallo stesso Baetens.

In parallelo alla sua attività di insegnamento presso l’Università KU Leuven, ha scritto e curato raccolte fondamentali per la definizione e lo sviluppo dei Visual Studies, portando avanti diverse riflessioni teoriche nell’ambito della cultura visuale: si è occupato di fumetto e graphic novel (Hergé écrivain, 1989; The Graphic Novel: An Introduction, 2015), del roman-photo (Pour le roman-photo, 2010), di adattamenti e passaggi tra codici narrativi e visuali (La novellisation: Du film au livre au roman, 2008; Adaptation et bande dessinée: Éloge de la fidélité, 2020) e, soprattutto, di cinefotoromanzi (The Film Photonovel: A Cultural History of Forgotten Adaptations, 2019).
Oltre a fondare e contribuire alle riviste «Formules. Revue des créations formelles» e «Formes Poétiques Contemporaines», Baetens ha approfondito lo studio dell’Oulipo e della scrittura vincolata (Romans à contraintes, 2005), dell’ermeneutica letteraria (Comme un rat, 2020) e della poesia contemporanea (Pour en finir avec la poésie dite minimaliste, 2014; À voix haute, poésie et lecture publique, 2016).

Quest’anno ha curato, presso l’Università di Padova, una mostra dal titolo Film Photonovel: Storia di adattamenti dimenticati, che attinge alla sua collezione privata di cinefotoromanzi per descrivere una breve storia del genere e mostrare la varietà di alcuni degli esemplari esposti. La sua ultima raccolta poetica, Hiver à Rome (2025), è di prossima pubblicazione per Aragno (in edizione bilingue), con i contributi di Andrea Cortellessa e Michel Delville.

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