L’impenetrabile tenebra del Sole. Una lettura conradiana di Sunshine di Danny Boyle

Accostare l’espressione di un’oscurità abissale alla fonte di luce per antonomasia potrebbe apparire come un eclatante ossimoro. Eppure, Heart of Darkness di Joseph Conrad influisce indubbiamente su Sunshine, l’opera cinematografica diretta da Danny Boyle (regista di 28 giorni dopo e Trainspotting) e scritta da Alex Garland (sceneggiatore e regista di Ex Machina, Annientamento, Civil War), uscita nelle sale nel 2007.  L’opera di Conrad, pubblicata per la prima volta nel 1899 sulla rivista scozzese Blackwood’s Magazine, ha plasmato profondamente un immaginario – quello del viaggio ad inferos che tenta, senza successo, di penetrare il più profondo mistero dell’umano – che ancora si riverbera su numerose pellicole (si pensi ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola o Ad Astra di James Gray). E Sunshine, nel suo inquietante racconto di una missione verso il cuore del sistema solare, non fa eccezione. In un futuro relativamente prossimo, «il Sole sta morendo» (questa la prima, sentenziosa frase che si sente pronunciare all’inizio del film). La nave «Icarus I» viene incaricata di sganciare sulla stella un potentissimo ordigno, defibrillatore cosmico capace di riaccenderne la reazione termonucleare. Tuttavia, poco prima di raggiungere il Sole, le comunicazioni con l’astronave si interrompono misteriosamente, e questa scompare.  L’operazione fallita viene raccontata, all’inizio del film, dalla voce del fisico Robert Capa, membro dell’equipaggio della «Icarus II», in rotta per il medesimo obiettivo. Giunta quasi a destinazione, la nuova spedizione – e qui il film richiama chiaramente la premessa di Alien di Ridley Scott – capta un segnale proveniente dalla scomparsa «Icarus I», rimasta in orbita per sette anni nei pressi di Mercurio. Correggendo la rotta per cercare di constatare la natura del segnale e riservandosi il beneficio di acquisire una seconda possibilità di riuscita della missione mediante la bomba inutilizzata della «Icarus I», l’equipaggio si avvia così nella sua direzione. Ma dov’è, in questo, il soverchiante peso dell’eredità conradiana? Quello della «Icarus II» è un viaggio verso l’origine dell’esistenza, una missione che ha come punto d’arrivo l’astro responsabile della vita terrestre: percorso dunque analogo a quello del battello di Marlow, che nella sua risalita del fiume Congo pare inoltrarsi controcorrente verso i primordi del mondo e le scaturigini della civiltà. Scrive Conrad: «Risalire quel fiume era come viaggiare indietro nel tempo sino ai più lontani albori del mondo, quando la vegetazione cresceva sfrenata sulla terra e i grandi alberi erano re». Il Sole, in tutta la sua sublime (in senso kantiano) natura, nella sua totale sproporzione rispetto alla limitatezza della ragione umana, provoca il totale l’annichilimento di ogni facoltà razionale, rapendo, estasiando e trasformando radicalmente coloro che cedono alle sue lusinghe. Non è un caso che tra tutti i membri dell’equipaggio, sia proprio il dottor Searle, lo psicologo della missione, ad essere il più vulnerabile al fascino dell’inconoscibile. Nella stanza d’osservazione della nave, egli ammira la magnificenza del luminoso corpo celeste, che trascende qualsiasi senso di scala. Così descrive al resto dell’equipaggio ciò che prova durante questi momenti di contemplazione: “Come psico-test per il volo spaziale ho fatto molta deprivazione sensoriale. Test in oscurità assoluta in vasca di galleggiamento. E la caratteristica del buio è che ci galleggi dentro. Tu e l’oscurità siete separati l’uno dall’altra, perché l’oscurità è assenza di qualcosa, è un vuoto. La luce, al contrario, ti avvolge. Diventa parte di te.” Ciononostante, il personaggio del dottor Searle non dà mai segno di cedere definitivamente al «fascino dell’orrore». Esattamente come Marlow, rimane sulla soglia dell’irrazionale, sbirciandovi appena, e gli viene «permesso di ritrarre il piede esitante». Il dottor Searle osserva la tenebra, cerca di penetrarne il velo, senza però riuscirci. La sua curiosità frustrata verso l’oltre è resa evidente in uno dei momenti maggiormente carichi di pathos della pellicola: quando il capitano della «Icarus II» si trova, nel suo estremo sacrificio, davanti al glorioso e tragico impeto del vento solare, Searle gli chiede più volte, tramite la radio all’interno della nave: «che cosa vedi?». Una domanda destinata a rimanere senza risposta. Il comandante Pinbacker (che si scoprirà essere stato l’artefice del sabotaggio della missione iniziale) compie invece «l’ultimo passo», spingendosi «oltre il limite» dell’assurdo. Prima di varcarne la soglia, però, la sua figura è quella dell’uomo predisposto al comando, il migliore all’interno dell’equipaggio, e in ciò affine alla figura di Kurtz, il «notevole» agente della Compagnia coloniale, tant’è vero che le parole di Conrad potrebbero benissimo adattarsi a lui: “«È un prodigio», disse finalmente. «È un emissario della pietà e della scienza e del progresso e sa il diavolo che altro. Noi», si mise bruscamente a declamare, «abbiamo bisogno, perché ci guidino nella causa che l’Europa ci ha, per così dire, affidato, di un’intelligenza superiore, di vaste simpatie, di fermezza di propositi».” Il comandante della missione scomparsa, affidatario ultimo del genere umano, nel suo ossessivo tentativo di penetrare l’irrazionale grandezza del Sole, non può che impazzire. Proprio come Kurtz, il cui senso di massimo isolamento davanti al «cuore dell’incomprensibile» è unito al peso orrorifico dello sfruttamento coloniale: “Sbarcare in una palude, marciare nei boschi e sentire in qualche avamposto dell’interno la natura selvaggia, assolutamente selvaggia, chiudersi intorno a lui – tutta quella vita misteriosa che si agita nella foresta, nelle giungle, nel cuore dei primitivi. Non esiste iniziazione a questi misteri. È costretto a vivere nel cuore dell’incomprensibile, che è anche detestabile. E ha un fascino, che comincia ad agire su di lui. Il fascino dell’orrore, capite – e immaginate i rimpianti sempre più intensi, il desiderio di fuggire, il disgusto impotente, la resta, l’odio.” Ad accomunare Kurtz e Pinbacker non è soltanto l’abbandono a questo spaventoso incanto, ma anche l’estrema solitudine, da intendere come allontanamento da una terribile ma confortevole società occidentale. Una solitudine che per Conrad è tanto più grande quanto più è distante il senso di sicurezza fornito da quelle «due ancore» rappresentate dal macellaio e dal poliziotto, simboli di un ordine civile ben lontano dalla wilderness africana: “Voi non potete capire. Come potreste? – con un solido pavimento sotto i piedi, tra vicini sempre pronti ad applaudirvi o saltarvi addosso, voi che vi

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Empusium. Una storia di natura e orrore

“Wojnicz lo aveva già notato: qualsiasi discussione, che si trattasse della democrazia, della quinta dimensione, del ruolo della religione, del socialismo, dell’Europa o dell’arte moderna, alla fine andava a parare sulle donne.” Grande affresco della società occidentale ai prodromi della Prima guerra mondiale, La montagna incantata di Thomas Mann è un romanzo in cui trova spazio un amplissimo ventaglio umano e in cui vengono toccate le tematiche più attuali di inizio Novecento: tuttavia, come sembra notare Olga Tokarczuk, la componente femminile è pressochè inesistente. È infatti da una simile constatazione che prende avvio il progetto di Empusium. Una storia di natura e orrore (Bompiani, 2025), l’ultimo romanzo della scrittrice polacca, insignita nel 2018 del Man Booker Prize e del Nobel per la Letteratura: il testo risulta infatti dall’innesto, su ordito di evidente ispirazione manniana, di un tessuto in cui si intrecciano una componente femminista e una orrorifico-mostruosa, entrambe condensate nel rimando titolare alle “empuse”, creature soprannaturali della mitologia greca. Le coordinate del capolavoro tedesco vengono in linea generale mantenute: un giovane protagonista si reca in uno sperduto sanatorio di montagna e fa conoscenza delle persone piuttosto eccentriche che abitano quel mondo magicamente altro e rarefatto. Tokarczuk riveste però quest’ossatura con elementi della propria poetica, quali l’interesse per dei multietnici micromondi di confine – soprattutto tra Germania, Repubblica Ceca e Polonia –, la tensione descrittiva nei confronti della natura, e uno slancio verso una dimensione che va oltre quella angustamente terrena, sia essa religiosa in senso stretto o più largamente spirituale: tutti aspetti riscontrabili nei suoi romanzi più noti, tra cui si ricordano Guida il tuo carro sulle ossa dei morti (Nottetempo, 2012), Nella quiete del tempo (Nottetempo, 2013) e Casa di giorno, casa di notte (Bompiani, 2021).  La maggiore distanza da La montagna incantata è però ottenuta a partire dalle considerazioni spiccatamente misogine che infarciscono le molte conversazioni erudite puntellanti – proprio come nel modello – la narrazione. Ad un primo sguardo, queste potrebbero peccare di programmaticità eccessiva – e sembrare di conseguenza caricaturali – ma, come si legge nella nota dell’autrice posta a conclusione dell’opera, sono il risultato di un attento lavoro intertestuale. Tokarczuk parafrasa infatti vari intellettuali che si sono succeduti nei secoli, lasciando intendere che i grandi nomi della tradizione occidentale – da Platone a Freud, da Catone a Milton –, ricordati spesso per le loro opere di filosofia, psicologia, politica e letteratura, non si sono sottratti dal disquisire sui limiti intellettivi e sulla natura maligna delle donne. Ciò può essere percepito da un lato come un appello a leggere criticamente ciò che le auctoritates ci hanno lasciato e di cui, più o meno direttamente, diversi si fanno portavoce (è questo il caso, tra gli altri, dei pretenziosi Longin Lukas e August August, rispettivamente insegnante e scrittore, che citano i giganti del passato per giustificare il loro pensiero), ma, dall’altro, anche come una testimonianza in senso lato del radicamento spazio-temporale dell’antifemminismo. Alla pars destruens, ossia alla messa nero su bianco del pregiudizio di inferiorità e dello stigma associato all’alterità femminile, segue però, nella seconda parte del romanzo, una riuscitissima pars construens: le donne, da oggetto discorsivo, diventano soggetto attivo, portatrici di un’agency resa possibile dalla piega sovrannaturale che prende la narrazione. Una tensione crescente, che culmina nel finale – il quale si presta ad essere letto in termini di ritorno orlandiano del represso sociale -, attraversa infatti le pagine di Empusium: un simile effetto è ottenuto sia da un punto di vista diegetico, dal momento che alcuni personaggi percepiscono via via che qualcosa non va nel villaggio slesiano di Görberdsorf, sia a livello di focalizzazione. Qui e là il lettore rimane infatti destabilizzato – per non dire straniato – da repentini cambi di narratore che suggeriscono l’esistenza di un’entità collettiva ed esterna alla vicenda che “vigila” sui personaggi e, soprattutto, sul protagonista.  No, non crediamo che la sua sia un’ossessione, al massimo un’innocente ipersensibilità. Le persone dovrebbero abituarsi al fatto di essere osservate. Wojnicz teme infatti di essere sotto osservazione per via di alcune esperienze traumatiche vissute in passato, ma, come ci insegna Tokarczuk, tutto dipende da chi ci guarda: se da un lato è necessario affrancarsi dal giudizio esterno per essere veramente liberi, in altri casi la sorveglianza può essere l’unica via d’uscita possibile dall’impunità sociale.  Con una prosa dominata dall’uso dell’imperfetto, tempo della continuità nel passato e della memoria, Empusium è un’opera ricca di descrizioni e analessi che catapulta il lettore in una dimensione trapassata, ma non per questo astorica. Molte sono infatti le incursioni storico-documentarie, presenti sotto forma di riferimenti testuali e paratestuali, quali mappe e immagini di archivio, che arricchiscono il florido apparato finzionale. Il risultato è un romanzo ambientato nel passato, ma narrato con una sensibilità pienamente contemporanea, che dialoga con i modelli della tradizione per interpretarli e riattivarli, quando non addirittura per metterli in scacco. Recensione di Serena Scolari  Olga Tokarczuk, Empusium. Una storia di natura e orrore, traduzione dal polacco di Silvano De Fanti, 2025, Bompiani, pp. 336, ISBN: 9788830119086.

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Mensaleri

“Anche se è falso quello che dice, è vero che lo dice, e noi possiamo riportarlo, capirlo, smentirlo, deriderlo. Tutto, fuorché ignorarlo. – Altrimenti diventa un fantasma e rientra dalla finestra.” Fin dalla pubblicazione del loro primo romanzo, Q (1999), firmato con il nome Luther Blissett – un’identità di gruppo diffusa in Italia tra il 1994 e il 1999 come forma di protesta contro le logiche dell’industria culturale –, il collettivo Wu Ming (“nessun nome”) ha scelto di contrastare, attraverso l’anonimato, la sovraesposizione e la centralità autoriale imposte dal sistema editoriale. Tutte le opere del gruppo, anche quelle realizzate individualmente, sono interconnesse e viste come parte dello stesso progetto; in questo orizzonte si colloca Mensaleri (2025), ultimo romanzo di Wu Ming 2 (Giovanni Cattabriga).  Nella seconda metà dell’Ottocento, sull’isola di Parpai, bagnata dal fiume Leri, entra in funzione la cartiera Carmen, progetto industriale di Nazzaro Mensa, imprenditore illuminato che fa – in apparenza – del rispetto dei diritti dei lavoratori la base del rapporto con i propri dipendenti. Per consolidare questa immagine, màstar Zaro fonda il villaggio di Mensaleri, destinato agli operai, rinominati carmini e carmele. Mensaleri si presenta come un romanzo storico che ricostruisce la parabola della cartiera dalla prima età dell’oro fino a inaspettati fallimenti finanziari, che, negli anni Cinquanta, ne provocano la vendita e la successiva chiusura, tra scioperi e occupazioni. Sarà il pronipote di Nazzaro, Riniero, a proporre il progetto di rinascita industriale Mensaleri Duemila. Poco importa che la fabbrica e la dinastia dei Mensa non siano mai esistite: la vicenda della Carmen assume un valore simbolico, diventando emblema dell’evoluzione industriale che travolge le campagne italiane tra Ottocento e Novecento.  Ai capitoli dedicati alla storia cronologica di Mensaleri si alternano quelli incentrati sul laboratorio teatrale Mensaleri Duemila che, parte dell’omonima iniziativa, è rivolto agli ex operai della Carmen. Lo spazio teatrale si afferma come luogo di contronarrazione tanto che i partecipanti, attingendo alla memoria collettiva, scelgono di portare in scena lo «sporco» di Mensaleri: gli omicidi, le morti sul lavoro, fino alla misteriosa estinzione delle farfalle – parpai – del 1950. Il carattere collettivo dell’attività evidenzia come la collaborazione e il contributo di ciascun membro risultino indispensabili tanto sul piano rappresentativo quanto nella costruzione narrativa. La storia stessa prende infatti vita dalle voci che si uniscono nel racconto, fondendo prospettive, a volte parziali e discordanti, in un’unica narrazione. L’indagine degli abitanti mira così a sottrarre all’oblio eventi che la versione ufficiale tenta di cancellare: «[…] per orientarsi nel paesaggio, le storie sono più utili delle mappe. Quelle servono a dominare la Terra. A stabilire cosa esiste e cosa non c’è. A creare fantasmi». Le classi subalterne assumono così la parola, affermandosi come protagoniste di un discorso da cui sono state a lungo escluse.   Mensaleri esplora l’importanza della coesione della comunità operaia come risposta al controllo esercitato dai padroni. In questo senso, assume centralità la leggenda della Madonna del latte, statua comparsa sull’isola di Parpai nel Trecento, che trasforma il vino in una sostanza lattiginosa, il latte di vino. Consumato in compagnia, questo permette di percepire con maggiore intensità il passaggio del tempo ed è proprio il tempo a diventare la posta in gioco. I Mensa ricercano infatti per generazioni la ricetta della bevanda, che nelle loro mani diventerebbe strumento di controllo totale sulla vita degli operai: «Per l’abitante di Mensaleri, la giornata dipende dalla vostra famiglia […] Nella sua esistenza, i Mensa stanno un gradino sotto Dio».  Il latte di vino e il laboratorio teatrale rappresentano così un tentativo di riappropriazione del tempo e degli spazi della comunità, presentandosi come forme di resistenza alla forza annientatrice del capitale, capace di distruggere legami, relazioni e, soprattutto, luoghi.    Recensione di Erika Ramello Wu Ming 2,  Mensaleri,  2025,  Einaudi,  pp. 480,  ISBN: 9788806263591

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The Safekeep

“Hendrik didn’t kiss her hello. Once he’d been a child and she had held him through his night terrors. She thought, I am the only one who remembers that. She thought – He has forgotten and there’s no one left who remembers that.” 1 The Safekeep (Simon & Schuster, 2024) ha segnato un esordio romanzesco d’eccezione per l’olandese Yael van der Wouden: finalista al Booker Prize 2024 e vincitore del Women’s Prize for Fiction 2025, si è trattato di un vero caso editoriale, e tutto sommato a ragione. The Safekeep è infatti un romanzo elegante, delicato e attualissimo (nonostante l’ambientazione anni Sessanta): uno di quei romanzi nei quali le cose e i luoghi reclamano e ricordano con vigore – e una punta di ostinatezza – il loro posto e ruolo non soltanto nel panorama fisico (landscape), ma anche e soprattutto in quello mentale (mindscape) dei personaggi. Quattro mura di una villetta campestre a due piani, un orticello, un vialone di abeti, una credenza nella quale è gelosamente custodito un servizio di stoviglie decorato col motivo delle tre lepri: nell’Olanda degli anni Sessanta, questo è per Isabel il mondo intero, sin da quando è stata in grado di formare i primi ricordi coerenti. La ragazza vi conduce una vita reclusa e rigorosa, diffidente, ossessivo-compulsiva, tanto più dopo la morte della madre. A guastare la solitudine di Isabel è l’arrivo di Eva – fidanzata di un fratello sciupafemmine della prima –, obbligata dalle circostanze a soggiornare presso l’insofferente protagonista per almeno un mese, mentre il clima si fa via via più estivo. L’aria di tensione si trasforma presto in un turbine di voluttà e, mentre Isabel fa i conti con la scoperta non soltanto della propria sessualità, ma dell’amore in generale, il ruolo della casa si fa in sordina via via più preponderante: oggetti di vario tipo e dimensione iniziano a sottrarsi ai rigorosi inventari di Isabel, e, mentre l’amore soffoca in lei il sospetto, la presenza di Eva sembra costituire una forza capace di riscrivere (o forse dissotterrare) la storia dell’abitazione, dei mobili, dei giocattoli che Isabel aveva ritenuto sempre e solo suoi. Quando, all’acme della vicenda, si scopre che Eva è ebrea, ed è l’unica della sua famiglia ad esser sopravvissuta ai campi di sterminio, il romanzo stesso si defila sobriamente, lasciando al lettore il compito di restituire il senso ad un lato meno illuminato e più dimesso della tragedia: cosa accada alle cose lasciate incustodite, e cosa significhi salvaguardarle. “She did tell one interesting story. She’d heard of a girl from the Prinsengracht who pretended to be a maid and piece by piece took back things that had been left behind. First a fork, then a napkin, then a painting, then a necklace. By the time they figured it out she’d made a run for it.”2 L’inglese di Van der Wouden è secco e mirato, puntuale nel lessico, capace di sfruttare un ventaglio non tanto di registri – dal momento che se ne predilige uno neutro e statico, con solo rari affondi di ricercatezza –, quanto piuttosto di elaborazioni, lunghezze ed effetti dei periodi. Si passa così da frasi brevissime o minime (nel novero delle quali rientrano di norma anche i dialoghi dei personaggi, spesso interrotti o spezzati per via dei tentennamenti emotivi) a periodi molto lunghi e fioriti rispetto agli standard della lingua. La provenienza olandese dell’autrice, inoltre, traspare felicemente in filigrana grazie a prestiti integrali e ad usi linguistici inattesi («Along the streets of Utrecht the sun had spread her arms wide open» 3). Nondimeno, occorre registrare il legame contrastivo che intercorre fra alcuni dei maggiori punti di forza dell’opera, e le ombre che essi proiettano. Il più vistoso di questi casi è costituito dalla caratterizzazione dei personaggi: tanto più è eccelsa e minuziosa la rappresentazione della protagonista Isabel e della sua interiorità, quanto più perdono smalto (sia in senso relativo che assoluto) i macchiettistici personaggi che la circondano, e fra essi soprattutto, data la centrale importanza che riveste nell’intreccio, Eva. Similmente, l’ingresso dirompente della sessualità nella vita della protagonista e nell’intreccio, se in un primo momento consente lo sfogo catartico di una serie di allusioni saviamente disposte lungo le molte pagine che lo precedono, successivamente si trasforma in indugio, tanto più stucchevole poiché al centro di interi capitoli. The Safekeep è stato recentemente tradotto in italiano col titolo Estranea (Garzanti, 2025, traduzione a cura di Roberta Scarabelli): titolo che manca un poco il bersaglio, ponendo l’accento proprio sulla dinamica saffica “superficiale” tra le due ragazze costrette a convivere, anziché sulla pista storica e riflessiva del safekeeping, della salvaguardia di oggetti e memorie, che da altrui si fanno propri al passare del tempo. A onor del vero, sono resi poi solo parzialmente, nella versione italiana, quei felici vezzi (linguistici, sintattici, grafici, retorici) che caratterizzano l’inglese dell’autrice. Il volume di Van der Wouden resta ad ogni modo un romanzo da leggere, nell’augurio che le riserve che esso può suscitare nel lettore siano solo una macula in un esordio letterario altrimenti di valore. Recensione di Gian Marco Evangelisti 1   “Hendrik non la salutò con un bacio. Una volta era stato un bambino e lei lo aveva tenuto in braccio durante i suoi incubi notturni. Pensò: ‘Sono l’unica che se lo ricorda’. Pensò: ‘Lui ha dimenticato e non c’è più nessuno che lo ricordi’.” 2 “Però ha raccontato una storia interessante. Aveva sentito parlare di una ragazza del Prinsengracht che aveva finto di essere una domestica e aveva convinto la famiglia che ora viveva nella casa della sua famiglia ad assumerla. Visse lì per sei mesi fingendosi una domestica e, pezzo dopo pezzo, si riprese le cose che avevano lasciato lì. Prima una forchetta, poi un tovagliolo, poi un quadro, poi una collana. Quando se ne accorsero, lei era già scappata.” 3 “Lungo le strade di Utrecht il sole aveva spalancato le braccia”. Yael van der Wouden, The Safekeep, Simon & Schuster, 2024, pp. 272, ISBN: 9781668034361 Yael van der Wouden, Estranea, traduzione dall’inglese di Roberta Scarabelli, Garzanti, 2025,

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Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra

“Esiste sempre un rapporto, un dialogo. Come ti dicevo, fintanto che un dialogo non si pone tra due coscienze, una non esiste, appunto, e l’altra si sente la coscienza assoluta della situazione. […] E il mio compito culturale è questo, di arrivare a essere riconosciuta come coscienza e quindi come parte in causa di un processo comune.” Vai pure di Carla Lonzi viene riproposto da La Tartaruga quarantacinque anni dopo la prima pubblicazione per la casa editrice milanese Scritti di Rivolta Femminile, fondata dalla stessa autrice assieme alle militanti femministe Carla Accardi ed Elvira Banotti. Probabilmente, l’edizione odierna pensata per un vasto pubblico non sarebbe stata approvata dall’autrice che aveva fondato la casa editrice come spazio altro rispetto alle logiche del fallologocentrismo, il dominio maschile che investe tanto il linguaggio quanto la cultura tout court. Carla Lonzi nel Manifesto di Rivolta Femminile del 1970 chiosa infatti: «Comunichiamo solo con donne»: queste le premesse di un pensiero radicale, il femminismo della differenza, imperniato sulla rivendicazione di una soggettività autonoma, non plasmata a partire dalla cultura patriarcale. Nello specifico Vai pure è un saggio innovativo, uno scritto di autocoscienza che riporta le voci di Carla Lonzi e del marito Pietro Consagra registrate a Roma tra l’aprile e il maggio del 1980. L’opera si propone come il tentativo di tracciare i punti di contatto tra due coscienze, quella maschile e quella femminile, attraverso il dialogo, procedimento euristico per giungere a una verità: «Il mio problema è di capire come mai la donna non arriva al punto di soggettività che crei una duplicità di coscienza sul mondo» esplicita Lonzi al marito. Il primo dialogo è incentrato sul ruolo dell’arte e sulla sua funzione all’interno della cultura. Nelle prime pagine Consagra, scultore che ha preso parte al movimento astrattista del dopoguerra, concepisce il proprio lavoro come il «bisogno latente […] in tutti gli uomini di essere sensibili alle cose che fanno bene allo spirito», e riconosce all’arte una funzione educativa. Al contrario, Lonzi ritiene l’arte un «processo inautentico» che si serve della donna musa o della donna artista come mezzo per generare profitto. I canali tradizionali della cultura sono infatti inautentici perché negano la coscienza femminile come parte del processo artistico quando la donna si pone invece «come un’istanza di autenticità» portatrice di un punto di vista imprevisto che nasce dalla sua presa di coscienza. Lonzi prosegue argomentando che alla donna deve essere riconosciuta la sua specificità culturale, la sua presenza e il suo ruolo attivo come creatrice di significati, senza però che tale riconoscimento sconfini in un «potere istituzionale, culturale» egemone, quindi maschile. Secondo la visione di Lonzi, la donna ha solo il potere della propria coscienza e non vuole che questo si traduca in un potere a servizio delle logiche patriarcali. Il paradosso è che aspira utopisticamente che l’altro dia testimonianza della sua autenticità, cioè chiede di essere riconosciuta come soggetto primariamente dal proprio compagno appartenente alla classe dominante che l’ha esclusa.  Se Lonzi è impegnata a portare avanti un dialogo, Consagra si rivela un interlocutore che predilige la forma monologante, e quindi non all’altezza delle richieste della compagna. Tuttavia, c’è una labile presa di consapevolezza quando egli rileva: «la cosa più interessante sarebbe che un uomo scrivesse cos’è, un uomo, non l’ha fatto nessuno ancora». L’artista si rende dunque conto che, sul piano comunicativo, l’uomo sarebbe svantaggiato perché privo di un’autocoscienza maschile: è ancora una volta la donna a cercare di tracciarne i confini. L’identità deve essere una coscienza, e una coscienza in questo rapporto con l’uomo non può venire fuori. Perché l’uomo è troppo consolidato nella cultura per rendersi conto sia di che cos’è la situazione della donna che parla senza potere, che non ha potere, sia del suo stesso piano di potere, che crea a priori lo squilibrio con lei. L’andamento del saggio-dialogo segue uno scambio che scivola nell’incomprensione di due soggettività che, pur interloquendo, non trovano un punto di contatto: l’uomo è barricato nella sua cultura e non ha intenzione di mettere in discussione la propria condizione di privilegio sociale e culturale, mentre la donna, in cerca di autodeterminazione, mira ad un cambiamento dello status quo. Il colloquio si rivela un dialogo irrisolvibile, una comunicazione asimmetrica che vede Lonzi lasciare il compagno con il lapidario «Beh, adesso vai pure» dell’epilogo: un congedo che ribadisce con fermezza i punti che aveva delineato un decennio prima in Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile (1971). Recensione di Cosima Corrizzato Carla Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, 2025, La Tartaruga, pp. 168, ISBN: 9791281723153

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Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia

“Un tavolino, un appendiabiti, uno specchio, una mensola vuota: tutto è sbiadito, ricoperto da uno strato di polvere densa come la cenere che si deposita a terra dopo un incendio.” Con Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, Michele Ruol firma un esordio narrativo potente e di grande sensibilità. Il romanzo, finalista all’ultima edizione del Premio Strega, vincitore del premio Giuseppe Berto e del Premio Fondazione Megamark, racconta la vicenda di una famiglia segnata da un lutto indicibile: quello della perdita dei figli, rimasti entrambi vittima di un incidente stradale.  Per farlo, Ruol opta per una struttura particolarissima: il libro è infatti diviso in novantanove capitoli brevi, ciascuno dei quali ruota attorno ad un oggetto della casa in cui abitava la famiglia. In questo modo, ogni elemento evocato custodisce un ricordo, un frammento di vita che riaffiora disordinato, come accade alla memoria dopo una perdita. La vicenda procede infatti per salti temporali: alcuni oggetti riportano ai giorni in cui i figli sono ancora vivi e animano la casa con la loro presenza; altri testimoniano invece il tempo del dopo, in cui i genitori si ritrovano a convivere con il silenzio e l’assenza.  Nello specifico, gli oggetti sono raggruppati tra le stanze della casa e l’interno dell’auto, luoghi che diventano estensioni fisiche della memoria. Ruol li descrive come se fossero consumati dal tempo, mentre la vegetazione lentamente li ricopre: un’immagine che evoca l’abbandono, ma anche una possibile rinascita, secondo un’attenzione fotografica che rimanda alla precedente esperienza di Ruol come autore di testi per il teatro. Per via della sua costruzione originale, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia trova posto nella collana Sperimentali della casa editrice indipendente TerraRossa, che ne ha riconosciuto la forza innovativa. La scelta formale dell’autore, orientata alla frammentazione della struttura, si rivela infatti efficace per raccontare un dolore tanto profondo: la sofferenza scomposta, quasi cristallizzata e dosata in frammenti è così resa comunicabile e risulta quasi tangibile attraverso gli oggetti.  Nel romanzo, assieme al grande tema del dolore, emerge poi quello della genitorialità e della famiglia. Attraverso scene brevi, vengono restituiti spaccati di quotidianità casalinga, momenti di vita ordinaria in cui il lettore può facilmente immedesimarsi. A questo proposito non è casuale la scelta di non attribuire ai personaggi dei nomi propri: così Madre, Padre, Maggiore e Minore vengono chiamati unicamente in base ai loro ruoli familiari. Il linguaggio è asciutto ma emotivamente denso, capace di evocare gesti minimi – un pasto, una stanza da riordinare, un oggetto posato su un mobile – che diventano simboli universali del rapporto tra genitori e figli. Come quando Padre lascia sul tavolo i compiti per casa svolti al posto di Minore, provocando in Madre un misto di «rancore e tenerezza […]: l’avrebbe abbracciato e preso a schiaffi, gli avrebbe gridato, Sei inutile / Ho bisogno di te». Anche dopo la loro perdita, Madre e Padre continuano a nutrire la memoria dei figli ed è proprio in questa persistenza del legame, nella volontà di ricordare, che si annida la vera forma di amore e di speranza: «C’è chi dice che il tempo cura ogni cosa. Madre non era per niente d’accordo. […] tutto quello che fa il tempo è concedere di assistere a nuove fioriture a chi ha la pazienza di aspettare». Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un romanzo che parla del dolore, ma anche della possibilità di attraversarlo. Ruol costruisce infatti una narrazione frammentata ma coesa, dove gli oggetti diventano testimoni silenziosi di un affetto che resiste al tempo, e dove la vita, pur ferita, trova sempre un modo per ricominciare a crescere – come una foresta dopo l’incendio. Recensione di Elena Franceschetti Michele Ruol,  Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia,  2024,  TerraRossa Edizioni,  pp. 204,  ISBN: 9788894845525

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Quando il trauma diventa osservazione. Flâneurs atipici sullo schermo e inquietudini osservative

“All the animals come out at night […]. Someday a real rain will come and wash all this scum off the streets. I go all over. I take people to the Bronx, Brooklyn, I take ’em to Harlem. I don’t care. Don’t make no difference to me. It does to some.” (Taxi Driver, 1976). È un concetto intuitivo che la settima arte sia una di quelle maggiormente compromesse con la dimensione visiva: la mobilita innanzitutto nello spettatore ma la potenzia anche a livello attoriale, ponendo l’accento sulle sfaccettature comunicative che è possibile ottenere tramite lo sguardo dell’interprete in macchina e la sua scomposizione. L’occhio è – in senso concreto e figurato – uno degli elementi fondamentali della pratica cinematografica, sia esso strumento per interrogare il mondo oppure espressione soggettiva di estensione sensoriale da parte del personaggio, di una presenza registica particolarmente percepibile o di un’entità non meglio specificata che opera internamente alla finzione filmica, nella stratificazione dei suoi piani. Talvolta, si possono incontrare anche personaggi che guardano mentre sono guardati, costruendo un gioco di riflessi che si espandono dallo schermo alla sala cinematografica: è in casi come questi che il rapporto di osservazione diventa densamente pregno di significato. Si tratta di situazioni in cui il trauma prende la parola per farsi ossimoricamente sguardo, palesando la sua esistenza, inconscia o manifesta, proprio tramite la semantizzazione dell’occhio critico del personaggio che con l’evento traumatico si è dovuto confrontare. È a partire da questa centralità dello sguardo, inteso non come atto neutrale ma come luogo di sedimentazione della ferita, che diventa possibile interrogare alcune figure cinematografiche, il cui rapporto con lo spazio urbano si costruisce precisamente attraverso l’osservazione errante. In tali casi, il vagabondaggio non si configura come semplice movimento nello spazio, bensì come pratica conoscitiva deformata, espressione di una frattura insanabile tra soggetto e ambiente. Nel corso di questo articolo, mi focalizzerò su tre titoli fondamentali (Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, Taxi Driver di Martin Scorsese e Lost in Translation di Sofia Coppola), dislocati tanto nel tempo quanto nello spazio, utilizzando il termine flânerie in maniera volutamente impropria, con intento provocatorio, conservando l’inclinazione al vagabondaggio insita nel termine, al fine di porre l’accento sul mutamento del paesaggio cittadino e, per diretta conseguenza, dei suoi abitanti, che si è consumato da un preciso momento storico in poi, colpevole di uno stravolgimento umano e del sorgere di un panorama di inquietudini che difficilmente si sarebbe riusciti a sanare. Forse, più che flâneurs fuori dal tempo, i personaggi di cui ci andremo ad occupare nelle prossime righe, sono “paesologi” ante litteram, ovvero esponenti di quella «scienza difettosa» (Domenico Scarpa, Stampa, 9 agosto 2003) specializzata nell’incontro e nel racconto di luoghi, strettamente compromessi con le varie forme di vita associata che in essi si sviluppano, immersi nella storia e nel territorio che li accoglie (Dizionario Treccani). I coniugi Joyce, Travis Bickle, Bob e Charlotte, cioè i protagonisti dei rispettivi film, sono tutti reduci da traumi differenti ma ugualmente dolorosi, cercano nell’osservazione dell’ambiente – sia esso quello in cui il personaggio è vissuto o uno spazio inedito – una forma di conforto, uno specchio consolatorio in cui riflettersi e trovare comprensione. Tutto quello che riescono a ottenere è però angoscia, frustrazione, indifferenza. E così, la flânerie cessa di essere un’attività oziosa e disinteressata per diventare qualcosa d’altro, capace di plasmare in una qualche sua parte lo spettro di consapevolezza tipico dell’essere umano. Mi sembra un’operazione doverosa avviare la trattazione con un classico rosselliniano: Viaggio in Italia (1954). Rispetto al corpus dei tre film, ritengo che tale opera possa avere una discreta efficacia in questa esposizione per via dell’aspetto di profonda inquietudine che ha in sé, incanalata in uno specifico modo, tutto autoriale, di trattare l’osservazione dello spazio e le dinamiche dello sguardo. Dopo un’esemplare trilogia dedicata alla guerra, Viaggio in Italia rappresenta il primo tentativo da parte del regista di discostarsi dal Neorealismo; siamo nel 1954 e il trauma del conflitto mondiale è più che mai vivo e presente, alluso continuamente tramite la presenza mortifera che pervade la trama e i luoghi attraversati dai personaggi. I protagonisti, Alex e Catherine Joyce, intraprendono un viaggio a Napoli per riscuotere un’eredità, ma si troveranno a riflettere, proprio grazie alle valutazioni scaturite dall’osservazione di alcuni elementi del luogo, sullo stato della loro relazione. Il ricorso al topos della flânerie ben si confà all’andamento complessivo del film, nel quale gli avvenimenti non si susseguono in maniera fitta e in cui il senso di attesa è distintamente percepibile, amplificato dalla presenza di digressioni. Il viaggio non ha solo a che fare con la rottura della normale routine quotidiana, ma permette anche alla ricettiva Catherine di sviluppare un nuovo sguardo sul mondo, in base al quale è lei stessa ad essere toccata dai luoghi che visita, in maniera tale da rendere il contatto bidirezionale, stratificato su molteplici piani di una realtà opaca e ambigua. Quello della Campania è innanzitutto un paesaggio che sta cambiando rapidamente: nella sequenza iniziale, un cartellone pubblicitario appare isolato e incredibilmente fuori luogo nella strada di campagna bloccata da una mandria di bufali, primo segnale a scatenare l’ostilità di Alex per l’Italia e per i suoi abitanti, definiti come popolo rumoroso e arretrato. Da qui in avanti, il bivio superato dalla loro automobile sarà anche quello che percorreranno figurativamente i due per il resto della pellicola, addentrandosi in ambiti diversi di una realtà per loro così estranea. Le presenze infantili nelle sovraffollate strade napoletane, ad esempio, spiccano in maniera privilegiata sulla folla, connesse sia al desiderio di Natalia di diventare madre sia alla scelta della coppia protagonista di non avere figli, decisione ora messa nuovamente in discussione. Quello di Catherine è, in altre parole, uno sguardo fortemente orientato dal suo desiderio, da una sensibilità estremamente amplificata, capace di incidere sul luogo, sulla sua percezione, sul modo in cui esso è in grado di riflettersi nell’interiorità di una donna. Con il suo sguardo, la signora Joyce – e Rossellini – cercano di ricostruire ciò che è stato distrutto

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L’epoca felice

“Clic, eccola l’epoca felice e, come succede, nessuno di loro lo sa.” Una fotografia datata 1971 diventa l’espediente narrativo per intersecare due assi temporali che, riecheggiando senza sosta l’una nell’altra, finiscono per ricostruire il contrappunto di un’unica sinfonia esistenziale, in cui il sibilo di un ricordo lontano si impone sul silenzio di un oblio doloroso ed indelebile. Così, passato e presente, inizialmente estranei, sfidano i rigidi canoni di spazio e tempo per riconoscersi simili in un unico punto d’incontro: quello della felicità. Fresco di pubblicazione, L’epoca felice è il quattordicesimo romanzo di Cristina Comencini, scrittrice romana affermatasi nel tempo per la sua sensibilità e versatilità artistiche. Influenzata dal padre Luigi, omonimo regista, la carriera di Comencini inizia con la settima arte: esordisce lavorando dapprima di fronte alla cinepresa – in veste di attrice – e, successivamente, ricoprendo diversi ruoli dietro all’obiettivo, quali quello di regista e sceneggiatrice. Tra gli innumerevoli premi, la sua carriera vanta una candidatura all’Oscar per il miglior film in lingua straniera per La bestia nel cuore (2005). Attraverso una scrittura evocativa ed essenziale che richiama la narrazione cinematografica, lo stile della Comencini autrice evita il ricorso a monologhi e flussi di coscienza interiori, privilegiando invece un linguaggio che si dispiega attraverso l’eloquenza dell’immagine. Il lettore viene così catapultato, sin dalla prima pagina, nella biografia di una donna dall’identità spezzata, sospesa tra la nitidezza illusoria dell’attuale e la cruda realtà di un trascorso quasi onirico, disfatto nella messa a fuoco. Davanti allo specchio del bagno, tira fuori da una scatola un mozzicone di sigaretta che infila in bocca per fare la disinvolta e un rossetto rubato in un grande magazzino che si passa sulle labbra per ballare il Tuca Tuca; prova reggiseni imbottiti, tanga e batte il tempo con la bacchetta […] al suono della Pastorale. Roma. Sono gli anni ’70 e Rosa è un’adolescente come tante altre. Il suo spirito libero, teneramente irriverente, si contrappone alla quiete della sesta sinfonia di Beethoven che risuona nel bagno della casa borghese in cui vive con i genitori e le due sorelle. Sono questi gli anni delle «mattane», delle minigonne, dei folti capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, della scoperta di sé. Una scoperta che si interrompe però a metà strada, quando i genitori – preoccupati dal temperamento della figlia – decidono di ricoverarla in una clinica del sonno. La degenza di Rosa, basata su un programma rieducativo di cancellazione della memoria, segnerà per la giovane un vero e proprio punto d’arresto di cui, per molto tempo, non rimarrà che un abissale buco nero, un incubo disgregato. Cinquantatré anni più tardi, nel 2024, Rosa decide di riaprire gli occhi e ricomporre i frammenti di quella vita interrotta, complice il ritrovamento di una vecchia foto dimenticata. Così, alternando incontri faccia a faccia con scambi di intime e-mail con le sorelle Viola e Margherita, l’esistenza di Rosa inizia a delinearsi nella sua interezza: la maturità attuale si riflette nel vissuto esuberante di una ragazza inesperta, gli odierni viaggi umanitari in qualità di medico fanno eco all’adrenalina della prima gita in montagna, da sola tra “i grandi”; infine, i fortuiti incontri con amanti occasionali sopperiscono invano ad un primo amore spentosi precocemente. Descrivendo la magia di cui è permeato il periodo dell’adolescenza, L’epoca felice si configura come un encomio letterario della giovinezza e, insieme, della felicità che essa inevitabilmente produce quando si decide di prestare ascolto alla parte più profonda e sensibile del proprio essere. In tal senso, l’epoca felice evocata dal titolo non risiede soltanto nella gioventù intesa in senso stretto, ma anche nella capacità di conservarla. Si tratta di una metamorfosi interiore riconducibile all’impavida scelta di rimanere fedeli a se stessi, sfidando beffardamente gli schemi inflessibili di una società che si rivela consolatoria soltanto in superficie. Recensione di Francesca Novelli Cristina Comencini,  L’epoca felice,  2025,  Feltrinelli,  pp. 163,  ISBN: 9788807036804

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Affezionati a questo strazio

Il testo confronta La nausea di Jean-Paul Sartre e Ovosodo di Paolo Virzì, mostrando come i protagonisti condividano un senso di malessere esistenziale. In entrambi i casi, la scrittura diventa un possibile modo per dare forma e significato a questo disagio.

È il 1938 quando, nella fittizia città di Bouville, Francia, Antoine Roquentin annota nelle sue pagine di diario il drammatico affiorare di una condizione perturbante che, trascinandolo nei meandri metafisici dell’esistenza, impone il confronto con il disvelarsi di una realtà priva di significato.

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Destinazione errata

“Non aveva ancora imparato, a quasi quarant’anni, che per quanto si trucchino le parole in pubblico, la voce, gli occhi dicono ciò che tacciamo? Non erano proprio quelle recite mal riuscite a rendere visibile agli altri la forza compressa del desiderio?” In una Roma colpita da acquazzoni autunnali e paralizzata dall’aria gelida e da un forte traffico, un apparentemente piccolo equivoco stravolge la vita del protagonista, padre di tre bambini piccoli e scrittore di sceneggiature. Un messaggio d’amore, destinato alla moglie ma inviato per errore a una collega, e la risposta inaspettata di quest’ultima gettano il protagonista in una confusione così vorticosa da renderlo incapace di agire e di risolvere subito l’inconveniente. Il passare del tempo e l’incapacità di decidersi fanno nascere in lui un inaspettato e ardente desiderio.  La nuova uscita di Domenico Starnone, vincitore del Premio Strega nel 2001, si pone, per temi, molto lontana dalla precedente Il vecchio al mare (2024), rimettendo al centro la fragilità della vita di coppia e l’instabilità dei sentimenti, come già aveva fatto nella celebre trilogia sentimentale composta da Lacci (2014), Scherzetto (2016) e Confidenza (2019).   Nell’arco delle sette giornate, che danno il titolo a ciascuno dei capitoli, si susseguono vari episodi che segnano la progressiva deriva del protagonista: incontri furtivi, scambi di messaggi allusivi, piccoli sotterfugi che lo spingono a gesti sempre più audaci. L’uomo arriva persino a lasciare i figli da soli nel cuore della notte per raggiungere Claudia, la nuova amante, nonché sua nuova ossessione. Le riunioni di lavoro diventano soltanto dei pretesti per vedersi; si danno appuntamento in macchina, di nascosto, fanno colazione al bar con la naturalezza di chi non ha nulla da nascondere e si procurano le chiavi di un appartamento con l’intenzione di passare la notte insieme. Tutto all’insaputa della moglie Livia, che si fa però sempre più sospettosa. Ciò che rimane impresso alla fine della lettura non sono tanto gli eventi in sé, quanto il modo in cui quegli eventi prendono forma sulla pagina e le loro conseguenze: le implicazioni emotive, le esitazioni e le oscillazioni nel ritmo della narrazione che ne derivano. Emblematico in questo senso è l’episodio iniziale del romanzo: l’errore nella scelta del destinatario, principale motore della trama, precipita il protagonista nell’equivoco indesiderato, che pure accoglie come fosse un destino già scritto. La struttura dei capitoli, scanditi in ventiquattr’ore ciascuno, focalizza l’attenzione del lettore e, grazie anche alla capacità di Starnone di porre in perfetto equilibrio brevi descrizioni anche molto particolareggiate, dialoghi rapidi e serrati – talvolta privi di virgolette – e riflessioni interiori, non lascia intuire quale piega prenderà la trama. L’ambivalenza del protagonista, sospeso tra l’agire e il patire, tra la volontà di comportarsi nel modo giusto e l’incapacità di farlo, fa sì che ogni sua scelta diventi l’esito di un conflitto interiore: tenta di mantenere un equilibrio, ma finisce sempre per farsi trascinare da un impulso incontrollabile, sebbene avverta con lucidità il peso del tradimento e il rischio di ferire la propria famiglia. In Destinazione errata un solo secondo basta per cambiare tutte le carte in tavola, sia per il protagonista che per coloro che da lui dipendono. In questa breve indagine sull’inadeguatezza, si problematizza allora il concetto di integrità morale. Il peso del tradimento solleva la questione della reale inevitabilità di un destino condizionato, in realtà, solo da una coincidenza fortuita, aprendo interrogativi sulla condizione esistenziale dell’uomo, o meglio, sulla verità ambigua che resta sottesa a tutta la narrazione, ovvero che, dopotutto, «il nostro piacere rischia sempre di causare un po’ di dispiacere». Recensione di Chiara Simeoni Domenico Starnone,  Destinazione errata,  2025,  Einaudi,  pp. 152,  ISBN: 9788806266196

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